Speciale SalTo18/Intervista a Viveca Sten

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Viveca Sten, scrittrice scandinava di successo di “gialli nordici” da cui è stata tratta anche una fortunata serie televisiva, è al suo sesto libro della serie “Omicidi di Sandhamn” in patria, al quarto qui in Italia.
Al Salone Internazionale del Libro di Torino ho avuto la possibilità di incontrarla in occasione dell’uscita di “L’estate senza ritorno” per la Marsilio. Un ringraziamento all’autrice, che appena ha scoperto il mio nome vi ha trovato una divertente somiglianza, e a Chiara per la disponibilità.

In Italia il giallo nordico sta riscuotendo interesse e successo. Quale crede sia la ragione, considerando che sono molti gli autori nostrani a dedicarsi al genere?

Io credo che la ragione principale di questo interesse sia legata all’ambientazione; Stoccolma o l’isola in cui ambiento le mie vicende sono sconosciute e sono considerate esotiche, anche se il termine non si addice molto al clima del luogo. Oltre a questo è molto importante la costruzione dei personaggi: vengono date molto informazioni personali, sulla loro storia e il loro carattere, Diventano degli amici durante la lettura, anche perché ritornano in tutti i libri i protagonisti e quindi riesci a conoscerli a fondo.

Quale è il segreto della riuscita di una serie? Sicuramente l’evoluzione dei personaggi contribuisce ad appassionare i lettori.

Esatto, i personaggi. I lettori vogliono sapere cosa accade a Thomas e Nora e quindi aspettano il libro successivo. Perché le storie siano sempre diverse io reinvento, creo delle storie parallele alla principale, che si esauriscono nel testo o che proseguono, o creo un passato ai protagonisti e semino gli elementi nei diversi volumi così da far conoscere tutto delle loro vite, ma gradualmente. Un altro elemento che utilizzo, per esempio in questo ultimo libro, è l’utilizzo di diverse prospettive: oltre ai personaggi principali ci sono i molteplici punti di vista dei bambini su una stessa vicenda. L’obiettivo è sorprendere.

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I casi che descrive da dove hanno origine? Quanto si lascia influenzare dalla realtà e quanto dai media?

Le vicende sono tutte inventate, frutto della mia fantasia, ma alla base c’è molta ricerca. Io, poi, sono un avvocato quindi conosco bene come funzionano anche le indagini, quali sono gli elementi importanti e che sia fondamentale basare tutto sui fatti.
Nell’ultimo, in particolare, l’ispirazione mi è venuta nel 2011, durante la festa di mezza estate (proprio come nel libro) al porto sono stati trovati tre ragazzini ubriachi e una ragazzina, esattamente come la descrivo nel libro. Da qui ho iniziato a scrivere la storia come un puzzle a ritroso, andando cioè a immaginare come fossero arrivati lì in quelle condizioni.

Abbiamo accennato alla serie tv ispirata ai libri. Che riscontro ha avuto considerando il fatto che tanti sono i telefilm del genere e quanto ha aiutato la vendita dei libri?

La serie è stata vista da 80 milioni di persone, direi un buon risultato. Credo che il successo anche in questo caso sia da imputare alle immagini di paesaggi “esotici” e lontani dal pubblico, bellissimi e suggestivi, ma per quanto lontani rendono la relazione più vera. Per quanto riguarda i libri, non è comunque facile vendere.

“L’estate senza ritorno” oltre a essere un giallo affronta anche questioni universali e attuali, come il rapporto padre-figlio, i divorzi, l’alcol e la droga. Potremmo definirlo un giallo vicino al sociale? Come è la situazione nel suo Paese circa queste tematiche?

Sicuramente nei libri è importante inserire tematiche vicine al pubblico, quindi riferirsi molto alla realtà. I divorzi sono all’ordine del giorno un po’ in tutti i paesi, alcol e droga beh sono problemi comuni, purtroppo. Noto che gli adolescenti, probabilmente per le situazioni non facili in famiglia, soprattutto quando si tratta di famiglie allargate, si “bevono il cervello” non ancora sviluppato alla loro età, ma pensano già di avere tutte le risposte in tasca.

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Speciale SalTo18/Intervista ad Amaranta Sbardella

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Durante il Salone Internazionale del libro di Torino ho avuto la fortuna di intervistare alcune voci nuove della letteratura. In particolare da Exòrma, casa editrice romana che si occupa principalmente di viaggi ma con un taglio narrativo, ho incontrato Amaranta Sbardella e con lei ho avuto una piacevolissima chiacchierata su Barcellona, letteratura e società.

“Barcelona Desnuda” è il racconto di una Barcellona diversa da quella che conosciamo oggi. Sono 10 racconti che vedono come protagonisti personaggi di importanti opere del ‘900, o la salamandra, tipico simbolo della città, ambientati in epoche diverse. Come li hai selezionati e perché hai deciso di traslare questi personaggi dal loro testo a un altro?

“Ho voluto utilizzare questo espediente perché mi ha permesso di esprimere meglio un determinato periodo o una particolare atmosfera. La scelta è stata dettata da diversi fattori, alcune volte ho seguito il mio gusto personale altre erano testi funzionali a ciò che volevo raccontare, molte sensazioni sono personali e autobiografiche. L’intento era quello di creare un mosaico di Barcellona, proprio come quelli di Gaudì e ho scelto di fare un lavoro di riscrittura dei testi scelti che mi aiutano a descrivere tante Barcellona diverse, a far emergere le bugie che vengono raccontate sulla città.”

Quindi il tuo lavoro di traduttrice è stato fondamentale per questo tipo di approccio?

“Certamente. Io sono principalmente una traduttrice, anche se mi occupo di editing, e posso dirti sinceramente che i veri amanti dei testi sono i traduttori perché ciò che leggiamo e riscriviamo, appunto, lo viviamo pienamente alla stessa stregua del primo autore del libro e poi lo rielaboriamo inserendoci anche quelle che sono le nostre sensazioni, anche se non dobbiamo chiaramente stravolgere il senso primo, e questo amore per il mio lavoro è stato certamente importante e fondamentale per la scrittura.”

Il tuo è un libro di racconti, un libro di viaggio anche se non nel senso più classico del termine, e un libro a mio parere storico e documentaristico in quanto riporti alla luce la vecchia città e tutti i cambiamenti che ha subito fino a oggi. Ormai l’immagine che abbiamo di Barcellona è quella di una città estremamente turistica e volta al divertimento, secondo te come mai si è perso il desiderio di conoscere e comunicare la sua vera storia?

Sicuramente si può parlare di libro storico e di volontà di documentare e di riscoprire la vera Barcellona, quella lontana dal modernismo e la movida. Nell’ultimo secolo e mezzo si è cercato di rendere la città europea e internazionale, quindi vicina alle altre grandi, perché potesse competervi e questo ha significato una corsa al turismo delle società imprenditrici che hanno puntato su attrattive per giovani e su qualcosa che potesse essere subito visibile e riconoscibile. I catalani non hanno apprezzato questa scelta perché si son visti privati della loro identità, della loro storia. C’è stata un’ondata di turismofobia molto forte.

Quando ti sei innamorata della città e quale è la TUA Barcellona?

La prima volta che l’ho visitata è stato più di dieci anni fa, quando ancora la sua vera anima si mostrava in superficie. Poi sono iniziati i cambiamenti, questo voler sotterrarne le contraddizioni e la storia e ho provato molto fastidio. Barcellona ha tanti strati, ancora oggi è possibile scoprire alcuni posti che conservano l’aspetto di un tempo, ma bisogna uscire dal seminario tracciato dalle guide, utili per conoscere le attrazioni famose, uscire dalle parti turistiche e perdersi. La mia Barcellona è quella delle rotte non segnate, degli angoli, ma soprattutto di atmosfere: consiglio di non andarci d’estate e di godersi la città durante l’alba, quando sorge il sole e c’è ancora silenzio. E poi leggi, perché è così che si può comprendere cosa è stata davvero questa immensa città, proprio come ho fatto io.

A proposito di autori e letteratura, a un certo punto uno dei personaggi si chiede se esista un romanzo di Barcellona. Esiste secondo te?

Bella domanda! Io credo di no, infatti per me scrivere racconti è una chiara risposta. Sergi Pàmies ha scritto La gran novela sobre Barcelona, è un titolo anche ironico perché non si tratta di romanzo ed è quindi anche questa una risposta alla domanda. Barcellona fa sempre da sfondo alla letteratura ambientata qui, se ne descrivono le strade, i paesaggi e i colori, ma non è mai incentrata su di sé.

Descrivi Barcellona con i tuoi occhi.

Contraddittoria. Magica, ma ostile. Sommersa, stratificata.

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Profilo dell’autore: Hamlin Garland

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«Non sono mai stata via di casa una notte, nei tredici anni che siamo stati in questa fattoria, e fu lo stesso in quegli altri dieci che passammo a Davis. Per ventitré anni, Ethan Ripley, sono rimasta inchiodata alla stufa della cucina e alla zangola senza un giorno o una notte di libertà.»

Hamlin Garland nacque nel 1860 nel Wisconsin, in una fattoria a West Salem. Come il padre, anche lui lavorò la terra, ma si appassionò alla letteratura tanto da frequentare il college.

Nel 1884, una volta venduto un lotto di terra, decise di andare a Boston dove divenne un insegnante così da potersi dedicare alla lettura: “Dai miei pasti ritornavo al mio tavolo in biblioteca e leggevo fino all’ora di chiusura…”

Joseph Edgar Chamberlin lo descrisse, all’epoca, come un uomo di grande bellezza e singolarità, giovane ma con un peso sullo spalle dovuto ad anni di studio; infatti partecipò a conferenze e insegnò letteratura.

Il 1887 fu un anno di svolta per Garland: l’amicizia con Howells lo convinse a scrivere e tornò dai genitori nel Middle West. È allora che la vita della fattoria e dei contadini si presentò a lui in tutta la crudezza, la stanchezza e la povertà. Presero forma i racconti contenuti in “Main-Travelled Roads” (Racconti dal Mississippi) e in “Prairie Folks”, certamente il punto più alto della sua opera insieme all’autobiografia “A Son of the Middle Border”, una sorta di ribellione nei confronti di quella vita. Sviscerati completamente i temi a lui cari, raggiunta una certa sicurezza economica, iniziò a scrivere romanzi di diverso registro e di minore fortuna e intensità.

Ma qual era l’idea di narrativa di Hamlin Garland?4c884ecdc70a7.image.jpg

Credeva che bisognasse superare i classici per rinvigorire la letteratura americana, e credeva nell’obiettività della vita reale “anche a costo di essere impietosa, cioè a costo di considerare gli aspetti più squallidi della vita”. Questo realismo fu da lui chiamato “veritismo”:

“Scrivete di quelle cose che conoscete meglio e che vi stanno più a cuore.
Facendo così sarete fedeli a voi stessi, fedeli al vostro paese, fedeli al vostro tempo.”

Il veritista non ha bisogno di modelli perché guarda e descrive la realtà, la natura e la vita. Deve dire sempre la verità, e per farlo deve raccontare anche il dolore e la miseria. Ma sono solo le persone sane a essere descritte, i valori sani, escludendo persone malate, violenze, vizi e sensualità.

I racconti di Garland, scritti con uno stile semplice e senza fronzoli in cui a far da padrone è l’influenza dell’ambiente sui personaggi, vengono presentati da Howells come “historical fiction” perché sono una cronaca della disfatta, delle privazioni e delle difficoltà dei pionieri che colonizzarono i terreni del Middle West.


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Tutte le tappe:

👉venerdì 2 febbraio, 1° tappa: Reader for blind -> La storia editoriale;
👉giovedì 8 febbraio, 2° tappa: I calzini spaiati/Veronica Giuffré -> Video lettura;
👉giovedì 15 febbraio: 3° Tappa: Emozioni in font/Viviana Calabria -> Profilo dell’autore;
👉giovedì 22 febbraio: 4° Tappa: Reader For Blind -> Il racconto Una strada secondaria;
👉giovedì 1 marzo: 5° Tappa: Sotto la copertina (Ornella Soncini/Lucrezia Pei) -> InstaScroll;
👉martedì 6 marzo: 6° tappa: Martina Marzadori -> video commento sulla creazione della cover;
👉sabato 17 marzo: 7° tappa: Libreria I Trapezisti -> Presentazione del libro!

Se siete interessati a questo testo, lo potete trovare a 8,90 € invece di 12,90 €, solo per la durata del blogtour, e solo per le prime 100 copie (ormai sono 74) al link: bit.ly/2BKZHSb

Premio Napoli 2017/Parigi è un desiderio

“Ho sempre vissuto in un posto dicendomi che quello non era il mio posto.”20171217_180038.jpg

Andrea Inglese, con il suo primo romanzo, è finalista del Premio Napoli 2017 nella sezione narrativa. La sua è, a tutti gli effetti, un’opera prima essendo lui autore conosciuto di poesie e saggi letterari.

“Parigi è questo sogno che mi sono fatto ancora prima di averci messo piede e quando della vita sapevo poco, ossia quando pensavo di sapere che cosa contasse o meno in una vita, che è un tipo di sapere di corta durata, molto florido tra i diciotto e i venticinque anni.”

Io a Parigi non ci ho mai vissuto, ma da turista l’ho visitata due volte: lunghe camminate, visita ai monumenti e poi di ritorno a casa. L’atmosfera romantica e bohemienne che vien subito alla mente quando si parla della città è stata qui portata da film e libri, ed è la stessa che il protagonista del libro, Andy, sogna e fa sua. Attraverso gli scritti di Céline e la bellezza della ragazza di “Fino all’ultimo respiro” di Godard gli fan credere che a Parigi possa succedergli qualcosa, che la sua vita possa essere stravolta e ogni giorno sia diverso, senza abitudini, non come a Milano, ormai “senza grandi segreti e senza grandi spaventi”.

Dopo un’adolescenza punk e droghe con letture che spaziavano da Bacon a Burroughs e il tentativo di sopravvivere a una società di pura apparenza ma di assolute contraddizioni e indifferenza per i più, arriva il primo viaggio a Parigi.

“Innanzitutto bisogna sfuggire al turismo, al disperato mestiere del turista, che a Parigi è costantemente impegnato in fallimentari piani di godimento, dovendo trovare il modo di vedere tutto quanto si deve vedere, ma anche tutto quanto, da turista, non si dovrebbe vedere, insomma l’essenziale e l’inutile, il programmato e il casuale, lo storico-culturale e il contemporaneo spaventoso, lo splendore del lungosenna, ad esempio, con di sguincio il dorso gugliato di Notre-Dame, e l’angolo con due africani scalmanati, sotto il ponte della metropolitana di Barbès, che minacciano di farsi fuori a coltellate proprio a due passi da una carogna di topo.”

La città, la cultura, lo stile di vita di un popolo passa attraverso ogni luogo, ogni evento, qualsiasi particolare che sia un odore, un fiore o un suono, e Parigi può dirsi una città dai mille volti. Andy capirà presto che per appropriarsi di lei dovrà stabilirsi e lavorare, ma la capirà veramente grazie alle donne, anche perché Parigi è femmina. Saranno diverse le storie, brevi o lunghe, che lo riporteranno più volte a Parigi dopo quella vacanza con gli amici, fino a traslocare e convivere con Andromeda, un amore pieno e passionale che durerà per dieci anni. Entrerà nella città attraverso il contatto fisico, l’impulso, il desiderio e la convinzione di aver trovato il suo posto.
Andy con le donne e con Parigi ha sempre avuto un rapporto confuso. Alcune volte è stato molto bene e altre male, e questa consapevolezza quando arriva è un tormento: con la fine della relazione con Andromeda termina anche quella con la città… per sempre?

Quello di Andrea Inglese è un romanzo di crescita, di amore, di fallimenti e di forza di volontà. È la storia di un amante delle lettere, di uno scrittore e di un uomo sempre un po’ bambino che capirà presto quanto in ogni città si creano delle abitudini, che forse non è il posto a condizionare la vita ma le nostre scelte.

“Romanzo di formazione, con qualche decisa pennellata sociologica, e dosi ben distribuite di storia letteraria e dell’arte, soprattutto novecentesca, molto scorciata e aneddotica, e anche dell’erotismo generale e internazionale […]”, l’autore ha certamente puntato alto, decidendo di scrivere di Parigi in maniera non convenzionale, inserendo nel testo parti di critica e e di storia che non sempre si amalgamano perfettamente, anche quando denuncia il sistema universitario e il precariato francese in cui il protagonista decide di allontanarsi. Un ibrido quindi, sicuramente interessante e da leggere.

Premio Napoli

In una delle piazza più belle di Napoli, circoscritta dalla Basilica di San Francesco di Paola, dal Palazzo Reale, dal Palazzo della Prefettura e dal Palazzo Salerno. È qui che si trova la sede della Fondazione Premio Napoli. Basta fare un passo all’interno del grande portone del Palazzo Reale e girare a sinistra: basta questo per sentirsi in una dimensione diversa, fuori da modernità e dalla difficoltà di questa meravigliosa città del sud.

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La Fondazione è un ente morale costituito nel 1961 con lo scopo di “incoraggiare la produzione culturale italiana e, soprattutto, di favorire la lettura e il dibattito culturale e civile nella città, nella provincia e nell’intera area regionale, disponendole e incoraggiandole, con adeguati strumenti organizzativi, al dialogo con il resto del mondo e, in particolare, con i paesi che si affacciano sul Mediterraneo.
La Fondazione promuove la ricerca nel campo della letteratura e, in generale, delle scienze umane e sociali e si adopera per la promozione dell’immagine internazionale della città di Napoli e dell’intero territorio Campano.”

Un obiettivo importante quello della Fondazione per una città che non ha niente da invidiare ad altre per storia, cultura e tradizioni, ma ha la sfortuna di non essere capita davvero, amata e curata. Ma nel nostro piccolo qualcosa possiamo farla, e la Fondazione si occupa proprio di continuare a far vivere questa ricchezza.

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Un’altra importante attività di questo ente è il Premio Napoli, un “riconoscimento per la cultura e la lingua italiana assegnato dal 1954 a Napoli con cadenza annuale”. Un Premio che possiamo definire indipendente da logiche e grandi gruppi, perché è la fondazione ad acquistare i libri che la giuria tecnica selezionerà, senza alcuna interferenza delle case editrici. Una attività da scoprire e far crescere.

Quest’anno i libri finalisti nelle tre categorie sono:

Narrativa

L’arminuta di Donatella Di Pietrantonio, Einaudi
Parigi è un desiderio di Andrea Inglese, Ponte alle grazie
L’altra madre di Andrej Longo, Adelphi

Saggistica

Lettori Selvaggi di Giuseppe Montesano, Giunti
L’umorismo letterario di Giancarlo Alfano, Carocci Editore
La borsa di Miss Flite di Bruno Cavallone, Adelphi

Poesia

La natura del bastardo di Davide Rondoni, Mondadori
Il prato bianco di Francesco Scarabicchi, Einaudi
La grande mappa di Giuliano Tabacco, Transeuropa

La proclamazione dei vincitori avverrà il 19 dicembre 2017 alle ore 19 presso il Teatro Mercadante di Napoli. Arriveranno delle recensioni qui sul blog.

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Consigli di lettura/Speciale Natale

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4 LIBRI + 1 (Maria Di Biase – www.scratchbook.net)

Non state a credere a quel che vi dicono: regalare libri è difficilissimo. Quello che sentiamo durante la lettura, che ci porta a scegliere i nostri preferiti, è un riflesso di un’esperienza che però è soltanto nostra. E poi sbagliare un libro è la cosa peggiore che voi possiate fare perché potreste cadere nella trappola del: «Allora tu non mi conosci abbastanza» e pochi sono riusciti a uscirne. Quindi, il mio consiglio è: se avete dei dubbi sui gusti del vostro destinatario orientatevi altrove. Però è anche vero che regalare (e ricevere) libri può essere un momento di condivisione molto speciale e allora servono parecchi consigli. Viviana mi ha chiesto di scegliere cinque titoli, tra vecchie e nuove glorie, e io ho cercato qualcosa che fosse interessante ma soprattutto importante, che accompagni il vostro lettore un po’ più in là dell’ultima pagina.

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