L’arte dell’attesa di Andrea Kohler

Aspettare è un’imposizione.
Eppure è l’unica cosa che ci fa percepire fisicamente il logorio del tempo e ce ne fa conoscere le promesse.

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Ho ricevuto questo piccolo libriccino con molto anticipo sulla data di uscita, un giorno in cui ero a Bologna e mi hanno chiamato da casa per dirmi del suo arrivo. Quando son tornata a casa, ho girato e rigirato tra le mani la mia copia attratta dal disegno e dai colori così delicati che mi hanno dato un’idea ben diversa sul contenuto.

Che sia un saggio o un libro di pillole filosofiche, “L’arte dell’attesa” ci mette davanti a una verità: la vita è attesa. E se lo è la vita, lo è anche la letteratura, poiché ogni testo parla di noi.

L’ho tenuto per un po’ sul comodino mentre leggevo altri romanzi, e ogni volta l’occhio mi cadeva su di lui perché pensavo: ” Cavolo, questo libro parla di attesa”, ed è così che ho capito.

L’attesa è impotenza. L’attesa è dolore.

Andrea Kohler non ci gira intorno: aspettare fa parte della nostra esistenza, è un momento necessario ma estremamente doloroso, spesso anche umiliante, che non può in alcun modo essere evitato. È possibile impiegarlo con altre attività, ma è una vocina nella nostra testa che non si spegne mai: siamo perfettamente consci di star aspettando qualcosa o qualcuno anche se ci teniamo occupati, anche se siamo in compagnia. Noi aspettiamo. È una forma di impotenza quando l’attesa ci viene imposta da qualcuno di superiore, per esempio al lavoro, perché sanno di tenerci in pugno. È impotenza, e sopportazione, nel caso della malattia, e diventa anche dolorosa e noiosa, perché non possiamo fare nulla per modificare il nostro stato se non aspettare, di guarire, una risposta o la morte. È impotenza in guerra o in prigione dove “perfino l’interruttore della luce obbedisce a una regia interna”.

È dolore anche quando siamo costretti a renderci conto che abbiamo atteso inutilmente: “Chi ama non può mai permettersi di arrivare in ritardo. Il desiderio arriva puntuale”. L’altro, aggiunge, arriva sempre in ritardo. E diciamola la verità, quante domande, quanti dubbi su noi stessi o sull’altro sono conseguenti alle attese, brevi o lunghe che siano? Una telefonata che non arriva o una risposta tardiva al messaggio non sono motivi di angoscia? Angoscia è un’altro punto a favore dell’attesa e a nostro sfavore.

Questo groviglio di emozioni che ogni giorno ci attanagliano sono linfa vitale della letteratura. I romanzi che mi hanno accompagnato in questi giorni e hanno portato a questa consapevolezza sono: “Lettere da Endenich” e “Gli anni del nostro incanto” perché hanno al centro della vicenda questo senso di logoramento fisico e mentale che sta al centro di due eventi. Il primo è il racconto, attraverso lettere, referti medici e stralci di un diario, degli ultimi anni di vita del pianista e compositore Robert Schumann: un deterioramento a cui è impossibile restare indifferenti soprattutto per il senso di impotenza della moglie Clara.
Il secondo è un romanzo di Giuseppe Lupo che ripercorre gli anni del miracolo economico italiano attraverso il racconto che ne fa una giovane alla madre, costretta a letto perché colpita da una amnesia totale di cui non si conoscono le cause.

Vi ho dato un’idea? È più vicino a un’esperienza di lettura questo articolo, per cui vi consiglio di leggere il libro, vi renderete conto che ho ragione.


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Autore: Andrea Köhler
Editore: Add
Traduzione: Daniela Idra
Pagine: 126
ISBN: 9788867831623
Prezzo libro: 14.00 €
Data di uscita: 19/10/2017

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La Cina attraverso gli occhi di un bambino

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«Da bravo, figlio mio, ripeti: “Mao Zhuxi wansui!” Per cominciare, dì solo “presidente Mao”: Mao… Zhu… xi!»
«Ma… Ma… Susi???»
«No! Hai sbagliato già dal primo carattere! Non è “ma”, è “Mao”… Su, concentrati e ripeti con me: “Mao Zhu xi”!»
«Ma… Ma… Papà?!»
«Ma no! Non ti ho detto di dire “papà”… ma “Mao Zhuxi”!
Razza di idiota!»

 

 

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