Istanbul attraverso i libri/Parti con Goodbook

Istanbul è una città immensa, carica di miti. Ora piange, ora ride.
Un intreccio di microcosmi. Di tempi e luoghi. Di ricordi e speranze.
Di dita rovinate, di labbra di rosa, di sguardi segreti…

La casa sul Bosforo di Pinar Selek

20180814_175821 (2) (1)Istanbul è una di quelle città sognate ma (ancora) mai visitate, che stimolano il mio immaginario di amante di nuovo e diverso.

Per questo viaggio letterario nella città Orhan Pamuk è stato mia guida d’eccezione, grazie ai suoi ricordi di una vita trascorsa tra quelle strade: “per cinquant’anni sempre nella stessa casa”, insieme ad altri autori turchi.

Da Nisantasi, quartiere di Palazzo Pamuk, quella casa-museo in cui lo scrittore trascorse molta parte della sua vita, prima da piccolo con la madre e poi da solo Orhan amava aggirarsi per i quartieri più poveri della città, a piedi, con il tram o prendendo i battelli. Istanbul ha un colore tipico fatto di trascuratezza e desolazione, quello che Ferzan Ozpetek chiama “hüzün” nel suo Rosso Istanbul.

È “una fotografia in bianco e nero” per Pamuk:3012.jpg

Mi piace il buio delle fredde sere invernali, la notte che scende ad ammantare di poesia i quartieri periferici deserti i e pallidi lampioni, anche perché ci tiene lontani dagli sguardi degli occhi stranieri, occidentali, e copre la miseria della città che noi vogliamo nascondere imbarazzati. […] La neve era una parte essenziale dell’Istanbul della mia infanzia […] perché mi pareva più bella ammantata di bianco; e non per la novità o la sorpresa che portava coprendo il fango, la sporcizia, le crepe e gli angoli dimenticati della città, ma per l’atmosfera di emergenza, anzi di calamità che portava.

Il nero e bianco delle mattine di nebbia, le notti piovose, l’inquinamento, l’abbandono, le persone che invadono la città con gli abiti di colori pallidi sono i ricordi vividi dello scrittore, da contrapporsi a quelli di Ozpetek:50M1JS14-U1100685797316Yj-U11006857973162OE-990x556@LaStampa.it.jpg

Istanbul è il blu e rosso, che paiono riuscire a fondersi solo in certi tramonti sul Bosforo. E il rosso, il rosso dei carrettini dei venditori ambulanti disimit: le ciambelle calde ricoperte di sesamo che sono la prima cosa che compro quando arrivo. Il rosso fiammante dei vecchi tram: oggi ne è rimasto solo uno, con cui i turisti attraversano il cuore della città. Il rosso-arancio con cui erano decorati i piattini del tè che una volta ti porgevano nei kahve: tè bollente, servito nei bicchieri di vetro.

Il Bosforo “ha un’anima tutta sua”. Canale su cui è sorta la città, da luogo in cui vivevano pescatori greci si è trasformato in un posto d’elite dedito allo svago, con una cultura chiusa. Con l’utilizzo dei battelli il Bosforo con i suoi villaggi, si inserì del tutto nella vita quotidiana della città perché fungeva da collegamento al pari di qualsiasi altro mezzo.

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 “Un giro per le strade di Istanbul equivale a un viaggio nel tempo. Alcuni quartieri sconfinano uno nell’altro, altri finiscono in vicoli ciechi. Ombre, luci che si mescolano da tempo, o che si intrecceranno domani” dirà Pinar Selek nel suo La casa sul Bosforo.

E Pamuk:

[…] coloro che vivono nei quartieri periferici, di cui si parla con un’oggettività spietata, dicendo che ci sono bambini intorno ai dieci anni che non hanno ancora visto il Bosforo, in realtà non si sentono affatto di Istanbul, come dimostrano anche i sondaggi. Poiché la città è rimasta in bilico fra la cultura tradizionale e quella occidentale, e fra una minoranza troppo ricca e i quartieri periferici dove vivono milioni di poveri, ed è per questo divisa e aperta ai flussi migratori, negli ultimi centocinquant’anni nessuno è riuscito a sentirsi completamente a casa propria.

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Istanbul è una città orientale che hanno tentato di occidentalizzare; una città che ha perso la sua gloria di un tempo diventato turistica ma capace di conservare ancora le sue tradizioni e le sue peculiarità nei quartieri periferici, degradati, ma ancora più affascinanti perché considerati la vera Istanbul. È una città lasciata a metà, tra i fasti dei nuovi palazzi costruiti in altezza quando prima era ancora possibile guardare il cielo, e strade buie e isolate con ancora le rovine delle case in legno bruciate: È difficile credere che dietro queste mura morte ci sia una città viva!” dirà Gautier.

Appare sempre più chiaro come non solo i quartieri ma Istanbul e la Turchia vengano visti come un sobborgo del resto del mondo. In Istanbul Istanbul Burhan Sönmez dirà che:

La città si era trasformata in un posto da vedere, da assaporare e in cui provare piacere, e anche se non era invasa in ogni angolo dalla disperazione, non era nemmeno quel mondo di vecchie storie fantastiche che lui aveva in testa. La città che le prime generazioni avevano assalito con tutta la loro energia e creatività era stata rimpiazzata dalla bramosia.

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Parti con GoodBook.it ti porta ogni settimana alla scoperta di un luogouna cittàuna nazione, un territorio attraverso i libri più belli che lo raccontano. A farti da guida, per ogni luogo un book-blogger diverso, esperto appassionato del posto e della letteratura in questione. L’appuntamento è sempre di martedì per tutto luglio e agosto, sempre qui su La scimmia dell’inchiostro, il blog di GoodBook!

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La città dell’amore/Cagliari e Grazia Deledda

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Grazia Deledda, prima donna Premio Nobel per la Letteratura, conosciuta soprattutto per il romanzo “Canne al vento”, è nata a Nuoro, in Sardegna. La sua terrà è stata una continua fonte di ispirazione per la sua attività di scrittrice, tanto che collaborò con Angelo de Gubernatis alla Rivista delle tradizioni popolari italiane, dedicando un suo saggio a quelle di Nuoro.

Collaborò con diverse riviste pubblicando principalmente novelle, quindi fu sempre scrittrice e non giornalista, dall’età di 17 anni. Il primo libro lo scrisse, invece, a 13 anni: novelle per ragazzi che furono pubblicate da un editore per la cifra di 50 lire.

Gli anni romani furono i più importanti per Grazia Deledda: vi si trasferì nel 1900 col marito Palmiro Madesani, fresca di matrimonio, e fu il suo vero lancio nella carriera letteraria. Ma la Sardegna?

Fu a Cagliari dall’ottobre 1899 al marzo 1900 per una collaborazione con la rivista femminile “La Donna Sarda” ed è lì che apparve un suo scritto dal titolo “Cagliari” che Luce Spano ripropone in questa sua particolare guida della città, insieme “La voce del mare”, “Il velo azzurro” e delle schede di approfondimento sui luoghi che la Deledda ha incontrato nelle sue passeggiate, ricchi di aneddoti, storia e descrizioni che possono accompagnarvi in un tour sicuramente particolare.

Siamo alla fine dell’Ottocento: tutto ciò che Grazia Deledda possedeva erano ventinove anni, un carattere impegnativo, un cuore più volte spezzato e l’ambizione tenace di andare a Roma per diventare scrittrice.

Grazia Deledda fu ospite di Maria Manca in quella che oggi è via San Lucifero 65; casa Cappai, o Saggiante, non esiste più in quanto venne danneggiata dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale e poi demolita. Una targa ricorda il soggiorno della scrittrice.

20180810_193716Lasciandosi trasportare dai percorsi scelti da Luce Spano e, quindi, da Grazia Deledda attraverso la storia, le tradizioni e i colori di Cagliari scopriamo che è la città dell’amore:

Un tipo interessante si incontra spesso nelle vie di Cagliari; l’uomo pilastro, cioè, l’innamorato che per ore resta sulla via, col volto in su, ragionando con la sua bella, che spesso sta al terzo o magari al quarto piano. A questa rispettabile distanza, senza preoccuparsi dei passanti, che del resto tollerano l’uso, i due innamorati hanno l’abilità di tenere dolci colloqui muti e parlati.

I fidanzati, sorvegliati speciali da parte delle famiglie, avevano un codice che consisteva in un abile gioco di sguardi che, negli anni Venti del secolo scorso, era detto amore ogu (amore dellocchio).

 

Cagliari ritorna in altri suoi scritti come “Cenere” e “Cosima”, in cui protagonista è anche il mare:

una grande spada luccicante messa ai piedi di una scogliera come in segno che lisola era stata tagliata dal Continente e tale doveva restare per leternità.

Il mare torna con forza in “Il velo azzurro”, uscito nel 1911: con le 50 lire del suo primo libro pubblicato, di cui in “La città dell’amore” troviamo un divertente aneddoto, comprò una Bibbia e un velo, appunto, azzurro che portò con sé fino al giorno in cui lasciò Cagliari col marito, portato via dal vento fino a cadere in mare.

…i miei due bambini giocano sulla spiaggia e i loro gridi di gioia si fondono con la voce delle onde; e il mare che par si avanzi con desiderio ad accarezzare i loro piedini mi sembra ancora il mio velo azzurro increspato dal vento dei sogno.

Speciale SalTo18/Intervista a Viveca Sten

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Viveca Sten, scrittrice scandinava di successo di “gialli nordici” da cui è stata tratta anche una fortunata serie televisiva, è al suo sesto libro della serie “Omicidi di Sandhamn” in patria, al quarto qui in Italia.
Al Salone Internazionale del Libro di Torino ho avuto la possibilità di incontrarla in occasione dell’uscita di “L’estate senza ritorno” per la Marsilio. Un ringraziamento all’autrice, che appena ha scoperto il mio nome vi ha trovato una divertente somiglianza, e a Chiara per la disponibilità.

In Italia il giallo nordico sta riscuotendo interesse e successo. Quale crede sia la ragione, considerando che sono molti gli autori nostrani a dedicarsi al genere?

Io credo che la ragione principale di questo interesse sia legata all’ambientazione; Stoccolma o l’isola in cui ambiento le mie vicende sono sconosciute e sono considerate esotiche, anche se il termine non si addice molto al clima del luogo. Oltre a questo è molto importante la costruzione dei personaggi: vengono date molto informazioni personali, sulla loro storia e il loro carattere, Diventano degli amici durante la lettura, anche perché ritornano in tutti i libri i protagonisti e quindi riesci a conoscerli a fondo.

Quale è il segreto della riuscita di una serie? Sicuramente l’evoluzione dei personaggi contribuisce ad appassionare i lettori.

Esatto, i personaggi. I lettori vogliono sapere cosa accade a Thomas e Nora e quindi aspettano il libro successivo. Perché le storie siano sempre diverse io reinvento, creo delle storie parallele alla principale, che si esauriscono nel testo o che proseguono, o creo un passato ai protagonisti e semino gli elementi nei diversi volumi così da far conoscere tutto delle loro vite, ma gradualmente. Un altro elemento che utilizzo, per esempio in questo ultimo libro, è l’utilizzo di diverse prospettive: oltre ai personaggi principali ci sono i molteplici punti di vista dei bambini su una stessa vicenda. L’obiettivo è sorprendere.

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I casi che descrive da dove hanno origine? Quanto si lascia influenzare dalla realtà e quanto dai media?

Le vicende sono tutte inventate, frutto della mia fantasia, ma alla base c’è molta ricerca. Io, poi, sono un avvocato quindi conosco bene come funzionano anche le indagini, quali sono gli elementi importanti e che sia fondamentale basare tutto sui fatti.
Nell’ultimo, in particolare, l’ispirazione mi è venuta nel 2011, durante la festa di mezza estate (proprio come nel libro) al porto sono stati trovati tre ragazzini ubriachi e una ragazzina, esattamente come la descrivo nel libro. Da qui ho iniziato a scrivere la storia come un puzzle a ritroso, andando cioè a immaginare come fossero arrivati lì in quelle condizioni.

Abbiamo accennato alla serie tv ispirata ai libri. Che riscontro ha avuto considerando il fatto che tanti sono i telefilm del genere e quanto ha aiutato la vendita dei libri?

La serie è stata vista da 80 milioni di persone, direi un buon risultato. Credo che il successo anche in questo caso sia da imputare alle immagini di paesaggi “esotici” e lontani dal pubblico, bellissimi e suggestivi, ma per quanto lontani rendono la relazione più vera. Per quanto riguarda i libri, non è comunque facile vendere.

“L’estate senza ritorno” oltre a essere un giallo affronta anche questioni universali e attuali, come il rapporto padre-figlio, i divorzi, l’alcol e la droga. Potremmo definirlo un giallo vicino al sociale? Come è la situazione nel suo Paese circa queste tematiche?

Sicuramente nei libri è importante inserire tematiche vicine al pubblico, quindi riferirsi molto alla realtà. I divorzi sono all’ordine del giorno un po’ in tutti i paesi, alcol e droga beh sono problemi comuni, purtroppo. Noto che gli adolescenti, probabilmente per le situazioni non facili in famiglia, soprattutto quando si tratta di famiglie allargate, si “bevono il cervello” non ancora sviluppato alla loro età, ma pensano già di avere tutte le risposte in tasca.

Speciale SalTo18/Intervista ad Amaranta Sbardella

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Durante il Salone Internazionale del libro di Torino ho avuto la fortuna di intervistare alcune voci nuove della letteratura. In particolare da Exòrma, casa editrice romana che si occupa principalmente di viaggi ma con un taglio narrativo, ho incontrato Amaranta Sbardella e con lei ho avuto una piacevolissima chiacchierata su Barcellona, letteratura e società.

“Barcelona Desnuda” è il racconto di una Barcellona diversa da quella che conosciamo oggi. Sono 10 racconti che vedono come protagonisti personaggi di importanti opere del ‘900, o la salamandra, tipico simbolo della città, ambientati in epoche diverse. Come li hai selezionati e perché hai deciso di traslare questi personaggi dal loro testo a un altro?

“Ho voluto utilizzare questo espediente perché mi ha permesso di esprimere meglio un determinato periodo o una particolare atmosfera. La scelta è stata dettata da diversi fattori, alcune volte ho seguito il mio gusto personale altre erano testi funzionali a ciò che volevo raccontare, molte sensazioni sono personali e autobiografiche. L’intento era quello di creare un mosaico di Barcellona, proprio come quelli di Gaudì e ho scelto di fare un lavoro di riscrittura dei testi scelti che mi aiutano a descrivere tante Barcellona diverse, a far emergere le bugie che vengono raccontate sulla città.”

Quindi il tuo lavoro di traduttrice è stato fondamentale per questo tipo di approccio?

“Certamente. Io sono principalmente una traduttrice, anche se mi occupo di editing, e posso dirti sinceramente che i veri amanti dei testi sono i traduttori perché ciò che leggiamo e riscriviamo, appunto, lo viviamo pienamente alla stessa stregua del primo autore del libro e poi lo rielaboriamo inserendoci anche quelle che sono le nostre sensazioni, anche se non dobbiamo chiaramente stravolgere il senso primo, e questo amore per il mio lavoro è stato certamente importante e fondamentale per la scrittura.”

Il tuo è un libro di racconti, un libro di viaggio anche se non nel senso più classico del termine, e un libro a mio parere storico e documentaristico in quanto riporti alla luce la vecchia città e tutti i cambiamenti che ha subito fino a oggi. Ormai l’immagine che abbiamo di Barcellona è quella di una città estremamente turistica e volta al divertimento, secondo te come mai si è perso il desiderio di conoscere e comunicare la sua vera storia?

Sicuramente si può parlare di libro storico e di volontà di documentare e di riscoprire la vera Barcellona, quella lontana dal modernismo e la movida. Nell’ultimo secolo e mezzo si è cercato di rendere la città europea e internazionale, quindi vicina alle altre grandi, perché potesse competervi e questo ha significato una corsa al turismo delle società imprenditrici che hanno puntato su attrattive per giovani e su qualcosa che potesse essere subito visibile e riconoscibile. I catalani non hanno apprezzato questa scelta perché si son visti privati della loro identità, della loro storia. C’è stata un’ondata di turismofobia molto forte.

Quando ti sei innamorata della città e quale è la TUA Barcellona?

La prima volta che l’ho visitata è stato più di dieci anni fa, quando ancora la sua vera anima si mostrava in superficie. Poi sono iniziati i cambiamenti, questo voler sotterrarne le contraddizioni e la storia e ho provato molto fastidio. Barcellona ha tanti strati, ancora oggi è possibile scoprire alcuni posti che conservano l’aspetto di un tempo, ma bisogna uscire dal seminario tracciato dalle guide, utili per conoscere le attrazioni famose, uscire dalle parti turistiche e perdersi. La mia Barcellona è quella delle rotte non segnate, degli angoli, ma soprattutto di atmosfere: consiglio di non andarci d’estate e di godersi la città durante l’alba, quando sorge il sole e c’è ancora silenzio. E poi leggi, perché è così che si può comprendere cosa è stata davvero questa immensa città, proprio come ho fatto io.

A proposito di autori e letteratura, a un certo punto uno dei personaggi si chiede se esista un romanzo di Barcellona. Esiste secondo te?

Bella domanda! Io credo di no, infatti per me scrivere racconti è una chiara risposta. Sergi Pàmies ha scritto La gran novela sobre Barcelona, è un titolo anche ironico perché non si tratta di romanzo ed è quindi anche questa una risposta alla domanda. Barcellona fa sempre da sfondo alla letteratura ambientata qui, se ne descrivono le strade, i paesaggi e i colori, ma non è mai incentrata su di sé.

Descrivi Barcellona con i tuoi occhi.

Contraddittoria. Magica, ma ostile. Sommersa, stratificata.

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Speciale GoodBook/Intervista a Leonardo Malaguti

L’editore del mese | Intervista a Leonardo Malaguti, scrittore

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Per la rubrica “Editore del mese” dedicata a Exòrma Edizioni, ho intervistato il giovane autore Leonardo Malaguti, in libreria con il suo romanzo d’esordio Dopo il diluvio.

Giovanissimo autore, classe ’93, ti dedichi alla scrittura e alla sceneggiatura oltre che alla regia. È indubbio che il romanzo, finalista al Premio Nazionale di Letteratura Neri Pozza, risenta di questa tua formazione nella capacità che hai di dar vita a immagini subito visibili e percepibili al lettore, proprio come in un film. Credi che, al di là del tuo caso, questa possa essere una tendenza della narrativa contemporanea, che vuole avvicinarsi di più al potere che hanno le immagini nella nostra società?

“Credo proprio che si tratti di una caratteristica sempre più comune nella letteratura contemporanea, ma non penso sia semplicemente una “tendenza”: l’immagine non è solo potente, al giorno d’oggi è un elemento primario e imprescindibile del linguaggio, della cultura, della quotidianità. Dunque più che di “tendenza” parlerei di evoluzione del pensiero: la scrittura si fa “visiva” perché chi scrive non ragiona più esclusivamente per concetti astratti, ma anche per input (audio)visivi. Il correlativo oggettivo non è più soltanto una formula poetica di quelle che si studiano a scuola, ma la forma mentis del pensare moderno. Sforzarsi di scrivere “per immagini”, dunque, non è più necessario: basta scrivere.”

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Leonardo Malaguti

Inganno, pazzia, terrore, sesso, delitto, paranoia e rape sono i termini che rappresentano perfettamente quello che è il tuo romanzo d’esordio, Dopo il diluvio, e che utilizzi, infatti, nel booktrailer. Come si legano, quindi, alla storia che hai raccontato?

“Rimandano ognuno a elementi ricorrenti del racconto, ma penso che potrebbero essere racchiusi tutti (eccetto le rape, credo) nel concetto di paranoia: Dopo il diluvio infatti, più che un giallo, un horror, una tragicommedia, una pièce surreale – o qualsiasi altra definizione di genere che si potrebbe trovare – è uno “studio narrativo” su come una comunità possa reagire di fronte a situazioni estreme e di come basti poco a tramutare la paura dell’ignoto del singolo individuo in isteria collettiva, con tutto ciò che ne deriva. Per quanto riguarda le rape… beh, sono bitorzolute e dure, come le teste dei paesani.”

“Qui si scrive male” è una collana di Èxòrma che sta dando grandi soddisfazioni alla casa editrice e ai lettori. Secondo una definizione data dagli stessi editori, lo scopo è quello di “trascurare le scritture sfiancate e addomesticate alla necessità del farsi vedere e sbarrare il passo all’omologazione dei contenuti, alle strettoie dei generi.” Come si inserisce qui il tuo romanzo?

“Citando quasi testualmente frasi che ho sentito a lungo rivolgere al romanzo dai rappresentanti di varie case editrici prima di approdare in Èxòrma: non si inserisce in nessun genere, la trama non si può riassumere in una frase, non è un romanzo “di tendenza”, prende strade inaspettate che spiazzano il lettore (in positivo o negativo, questo non sta a me dirlo). C’è chi l’ha paragonato a un grande teatro di posa allestito in ogni minimo dettaglio, in cui bisogna imparare ad ambientarsi. Molti sul mercato le vedono come debolezze, in Èxòrma sono considerati punti di forza.”

Il tuo romanzo inizia con un diluvio che colpisce un paese dislocato in una valle, e racconta di ciò che accade dopo la catastrofe. Regna l’anarchia, gli uomini danno mostra del lato peggiore di sé, si cerca in tutti i modi un capro espiatorio, in più c’è la figura del Generale Krauss, (per caso si rifà al generale nazista?) un singolo che cerca di creare pian piano un nuovo ordine. Credi che sia necessaria una “pulizia” generale per tentare di recuperare quel che di buono è rimasto nella nostra società? Credi che ci sia una regressione della società e un tentativo di creare un nuovo ordine anche oggi? Insomma, quale è il legame con l’oggi?

“A essere sinceri non avevo idea dell’esistenza di un vero Generale Krauss finché non ho cercato su Google dopo aver letto questa domanda e la coincidenza mi diverte molto. Il caso, come sempre, ha la meglio. Probabilmente il finto Krauss avrebbe avuto simpatie naziste, ma destinate a non durare: è un personaggio troppo scomodo e fuori dagli schemi, sarebbe finito presto nella lista nera del partito. Non credo affatto alla necessità né tantomeno alla bontà di una “pulizia”, ma non so se si possa parlare di regressione. Sicuramente viviamo in tempi caotici, siamo a uno snodo storico e culturale e come sempre al cambiamento si accompagnano ondate reazionarie. Non penso che la società di oggi sia “peggiore” di trenta, sessanta, novant’anni fa (non significa che sia migliore, ovviamente) e non mi piace la nostalgia irrazionale perché si basa spesso e volentieri su proiezioni idealistiche invece che sui fatti: è la paura dell’ignoto a generarla, la paura di doverci adattare a qualcosa che non conosciamo, di perdere quello che abbiamo e di perderci noi stessi. C’è sempre chi si oppone a questi movimenti e cerca di stabilire arbitrariamente l’ordine, e basta guardarci intorno per capire che sta succedendo e dove purtroppo ci sta portando. Un ordine forzato non è ordine. L’ordine, se esiste, è spontaneo, ma ci si fa presto l’abitudine e dura poco. Imparare a gestire il disordine è l’unica maniera per trovare una qualche forma di pace. Il paese del romanzo è un riflesso a-storico e stilizzato di tutto questo.”

Èxòrma ha pubblicato da poco Neghentopia, un testo molto particolare di Matteo Meschiari che credo abbia qualche legame con il tuo in quanto Matteo racconta di un mondo ormai distrutto, di un’apocalisse inevitabile che, secondo l’autore, è già in atto in alcune parti del nostro mondo e non tarderà a colpire anche noi, causata dalla nostra indifferenza per l’ambiente. Secondo Matteo, quindi, non vi è alcuna speranza di salvezza. Secondo te?

“Sicuramente con Matteo condivido la predisposizione al pessimismo, ma credo si tratti di due sfumature diverse: sotto la scorza cinica rimango ingenuamente affascinato dal disastro e riesco a scorgervi se non una speranza, un barlume di bellezza, e mi domando se, dopotutto, non sia giusto che le cose vadano in quella maniera. Mi terrorizza, desidero sinceramente che migliorino, ma la parte di me che riesce a rimanere razionale pensa: forse è orribile solo dal nostro antropocentrico punto di vista. E, in ogni caso, prima o poi, che lo si voglia o no, tutto deve terminare quindi meglio mettersi l’anima in pace (cosa comunque quasi impossibile da fare, giustamente, ma è bene almeno provarci). Neghentopia parla di quello che succede dopo l’Apocalisse, Dopo il diluvio di quello che succede subito prima: nel primo caso l’orrore si è già consumato, si è passati oltre, nel secondo tutto può ancora succedere. Non so se chiamarla speranza, o angosciante incertezza. In ogni caso non è rassicurante.”

 

 C’è un passaggio molto bello nel libro: “Nessuno sa mai nulla. Per questo ci vuole qualcuno che racconti le storie, che trasformi il pettegolezzo in cronaca e la cronaca in letteratura, altrimenti la gente non ricorda, non conosce, non crede. I fatti sono sempre noiosi o troppo dolorosi da sostenere, per quello si tace, si ignora, si bisbiglia, sta dunque al poeta entrare in gioco – è una lotta farsi ascoltare.” È il compito della letteratura secondo il tuo modo di vedere?

“Parzialmente: questo passaggio è recitato da un personaggio estremamente colto e brillante, che però non si rende conto che la sua visione è profondamente limitata dal suo ego e dal suo cinismo. C’è della verità, e credo sia un’analisi abbastanza realistica dello stato attuale delle cose, ma trovo anche che il tema sia molto più ampio e sfaccettato, difficilmente riducibile a un aforisma.”

 

L’articolo è stato interamente ripreso da GoodBook, che ringrazio per la possibilità.

Vinpeel degli orizzonti

“Speranza”
è quando vuoi che qualcosa accada.
Ma lo devi volere davvero tanto affinché accada davvero.

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Credo che speranza sia la parola giusta per descrivere l’esordio di Peppe Millanta, un romanzo malinconico e delicato in cui ogni personaggio ha ormai dimenticato cosa significhi essere felici.

Dinterbild “è dove si arriva quando si decide di seppellire tutto. E dove, alla fine, si dimentica persino quando e perché si è venuti”. L’autore costruisce un posto immaginario, un piccolo paese abitato da 60 persone, circondato dal mare. Nessuno vi esce e nessuno vi entra, o meglio vi ci scivola dentro senza sapere come. Dinterbild, a pensarci, potrebbe rappresentare la nostra mente: uno spazio chiuso da certezze, delusioni, idee che ci siamo costruiti con l’esperienza e che soltanto attraverso i sogni raggiunge l’Altrove. Ma dai sogni ci si risveglia sempre.

Vinpeel, protagonista del romanzo, è un bambino solo. Ha un amico immaginario, Doan, e un padre che non ha mai tempo per lui, sempre occupato e preoccupato, lo incontriamo soltanto di sera quando, una volta scritta l’ultima parola, chiude la lettera in una bottiglia e la lascia nel mare. Poi raccoglie conchiglie e le porta con sé.

“Perché quello che Ned Bundy collezionava non erano le conchiglie, ma il rumore del mare che avevano dentro. Le storie che portavano.”

Ned Bundy porta un grande dolore dentro di sé, tanto grande da coprire tutto il resto e non accorgersi dei tentativi di Vinpeel di raccontare la sua di storia al padre, e allora sceglie di farlo nel solo modo che il padre conosce: sussurrando alle conchiglie nella speranza che il padre raccolga e ascolti proprio le sue.

Il mare è un altro grande protagonista del romanzo: è ciò che divide il paese da tutto il resto, è il mezzo con cui inviare messaggi, è violenza, è pensiero. Il mare esiste per essere un confine da superare, perché qualcosa esiste anche se tutti cercano di non saperlo e giudicano matto colui che tenta di volare per andare via da lì. Vinpeel, con l’ingenuità della sua età e con la speranza, tenterà di trovare l’Altrove cercando nei modi più bizzarri: con una fionda o svuotando il mare. Lui lì ci è finito per sbaglio, perché affidato al padre, e non riesce a capire come i suoi concittadini non vogliano scoprire il mondo.

“A volte le vite dei grandi si inceppano, Vinpeel. Anche quelle che andavano una meraviglia possono incepparsi da un momento all’altro. E il più delle volte non si riesce a farle andare avanti neanche di un metro. Puoi stare lì a spingerle per ore, puoi anche farti aiutare da chi ti vuole bene, ma non si riesce proprio a farle ripartire. […] Perché capita di perdere l’occasione per essere felici.”

Che questo libro possa essere quella spinta ad accettare il passato, il dolore, ciò che è finito e non tornerà nella consapevolezza che altro ci aspetta; che la felicità la si può trovare guardando con occhio diverso la vita e andando sempre avanti, passo passo, senza fretta ma aggiungendo un tassello dopo l’altro ai giorni. Guardandosi intorno, a chi ci vuole bene ha bisogno di noi, perché può riempirci.

Blogtour “Kids With Guns”

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“Kids With Guns”, esordio di Julien Cittadino, giovane artista torinese in arte Capitan Artiglio, è una graphic novel in cui si mescolano elementi provenienti dalla società industrializzata e altri che richiamano la preistoria, il western e il misticismo, con un risultato interessante e funzionale alla narrazione.

Bravissimo disegnatore, attento ai particolari, ha saputo dare alle illustrazioni un tocco personale ma che richiama gli anni ’80 e ’90, ricco di citazioni che faranno gola agli appassionati di fumetti e di cartoni, o agli amanti della buona musica. I colori, poi, riempiono davvero la pagina, spesso mettendo in secondo piano la storia.

Due sono i punti che hanno attirato maggiormente la mia attenzione. Il primo è il titolo, che subito mi ha riportato alla mente la questione delle armi in America e di tutte le immagini che i media ci riportano, di bambini addestrarti a sparare. Non so quanto questo collegamento sia stato voluto dall’autore, ma i rimandi sono tanti così come la scelta di mettere al centro della vicenda del primo volume una bambina senza nome  e senza voce, di cui non si conosce l’identità né la provenienza, ma che presto si troverà a dover fare i conti con la durezza della vita. “Adottata” da uno dei tre fratelli Doolin, dei banditi, si ritroverà a essere ricercata per aver difeso il padre con un taglia che farebbe gola a chiunque, segno anche di come i media, e qui tante sarebbero le parole da spendere e un plauso all’autore va fatto, siano così potenti da alterare la realtà anche a scapito dei più indifesi. Così piccola ma già coraggiosa e bravissima a sparare, verrà addestrata per diventare il dito più veloce del west così da potersi difendere.

Un’eroina nuova quelli nata dalla fantasia di Capitan Artiglio, anonima per quanto riguarda il suo passato e il suo aspetto, ma che sin dall’inizio si farà amare e temere per la forza di volontà e la strenua difesa degli affetti. Efficacissimi in questo caso i tratti e le espressioni, in grado di parlare al lettore senza bisogno di alcuna parola.

“Kids with guns
Kids with guns
Taking over
They won’t belong
They’re mesmerized
Skeletons
Kids with guns
Kids with guns”

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KIDS WITH GUNS
Tre fratelli fuorilegge, su un pianeta dove umani e sauri convivono (mica tanto pacificamente). Ciascuno di loro ha ricevuto un teschio con poteri mistici. Uno di loro ha ricevuto anche… una bambina, che non parla e non ha nome, ma che ha imparato molto bene a sparare. Il west incontra la preistoria, la società dei media e grosso guaio a Thunderat City, nel libro di esordio dell’enigmatico e bravissimo disegnatore noto al mondo semplicemente come Capitan Artiglio, qui nella veste di autore completo.
CAPITAN ARTIGLIO, nome d’arte di Julien Cittadino, nasce a Torino il 18 gennaio del 1993.
Nel 2013 inizia a lavorare come grafico e illustratore per locandine di concerti e copertine di dischi, collaborazioni che lo portano a lavorare con artisti come Rancore & Dj Myke e Murubutu.
Disegna da sempre vignette e fumetti, ma solo nel gennaio del 2016 rende pubblico il suo lavoro adottando lo pseudonimo di “Capitan Artiglio” (omaggio al videogioco Claw), postando regolarmente sui social. Oltre a Kids with guns, attualmente sta lavorando ai testi della serie online Sappy (disegni di Oscar e colori di Albhey Longo) per l’etichetta digitale Wilder.

Kids With Guns” Book Blog Tour
5 tappe, dal 2 al 12 marzo 2018!

Un modo per conoscere meglio il nuovo libro di Capitan Artiglio, Kids With Guns, edito da BAO Publishing, attraverso una serie di recensioni e interviste che vi sveleranno, secondo diversi punti di vista, i lati più interessanti di questo graphic novel!
Il libro sarà presentato in anteprima alla fiera Cartoomics di Milano dal 9 all’11 marzo 2018 e sarà disponibile in libreria dal 15 marzo.

Per il giveaway, saranno estratti 3 vincitori o vincitrici tra i partecipanti.

Ognuno/a di loro vincerà:
– 1 copia di 
“Kids With Guns” con dedica disegnata dell’autore
– 1 poster esclusivo del libro

C’è tempo per partecipare al giveaway dal 2 al 12 marzo 2018, poi procederemo con l’estrazione dei tre vincitori.

Per partecipare e poter vincere bisogna:
– Mettere mi piace alla pagina Facebook BAO Publishing
– Diventare lettori fissi/seguire i blog/vlog partecipanti
– Commentare tutte le tappe del blog tour
– Compilare il form con i dati (per il giveaway)
– Condividere il Blog Tour sui social


“Kids With Guns”
Capitan Artiglio

Book Blog Tour
2-12 marzo 2018

2 marzo
Ever POP
www.everpopblog.blogspot.it
Recensione e annuncio giveaway

5 marzo
Il colore dei libri
www.ilcoloredeilibri.blogspot.it
L’ambientazione del libro

7 marzo
Ju Caffè
www.jucaffe.blogspot.it
5 motivi per leggerlo

9 marzo
Emozioni in font
www.emozioninfont.com
Recensione

12 marzo
Oh ma che ansia
www.ohmacheansia.blogspot.it
I personaggi femminili del libro