Tolstoj tra romanzo e vita privata/La felicità domestica

“Ma la nostra vita non riuscì però inferiore ai nostri sogni. Non austerità di lavoro, compimento del dovere, sacrificio di se medesimi, vita per gli altri – quello insomma che io immaginavo da fidanzata; al contrario, c’era un solo egoistico sentimento di amore l’uno per l’altro, un desiderio di essere amati, una costante giocondità senza perché, e oblìo d’ogni cosa al mondo.”

La felicità domestica di Lev Nikolaevic Tolstoj, pubblicato per la prima volta nel 1859,  dieci anni prima del più celebre “Guerra e pace”, oggi viene riproposto da Fazi nella traduzione di Clemente Rebora.

Non so bene come parlarvi di questo libro: innanzitutto reputo importante la lettura del testo in questione per conoscere scrittura e tematiche dell’autore prima di giungere alle sue opere più note e ambiziose. In secondo luogo, consiglio il libro a chi ama i personaggi femminili e le storie incentrata sulla psicologia dei personaggi più che sulla descrizione di vicende: non vi sono, infatti, colpi di scena o situazioni di una certa importanza.

Pur non potendo dirmi soddisfatta della lettura perché la trama mi è risultata troppo semplice, anche forzata in alcuni punti (un innamoramento nato dal nulla, una rabbia quasi eccessiva tra i due che si appoggia su discussioni quasi assurde), ritengo sia interessante la visione dell’amore e del matrimonio di Tolstoj, che si ritroverà nei suoi lavori successivi e nella sua vicenda personale.

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Da quel giorno ebbe termine il romanzo di me con mio marito. L’antico sentimento si è ridotto a una cara rimembranza di cosa senza ritorno, mentre un nuovo sentimento di amore verso i bambini, e verso il padre dei miei bambini, ha segnato l’inizio di un’altra vita, ma ormai ben altrimenti felice, nella quale io migro ancora al momento attuale…”

Maŝa, giovane di 17 anni orfana, vive in campagna con la sorella più piccola. A stravolgere il suo stato di profonda solitudine e tristezza giungerà Sergèj Michàjlic, tutore e grande amico del padre, che si innamorerà di lei. La stessa Masa, nonostante la differenza di età e la scarsa frequentazione con lui, si innamorerà a sua volta. I due si sposeranno poco dopo per poi trasferisci nella casa della madre di lui, sempre in campagna. Dopo un iniziale periodo felice, arriveranno per Maŝa lunghi mesi di noia e solitudine che verranno compresi dal marito, tanto da spingerlo a trasferirsi con la moglie a Pietroburgo. Qui avverrà il vero distacco della coppia poiché Maŝa inizierà a far vita mondana, una vita che il marito detesta anche per le relazione che si creano, assolutamente false e di facciata. Inizierà per i due un periodo di silenzi, occhiate furtive e di tristezza nonostante la nascita di due figli. Maŝa deciderà di tornare in campagna sperando di poter recuperare l’amore del marito.

Questione di età, di idee e di esperienza. Maŝa e Sergej hanno vent’anni di differenza: lui è ormai un uomo adulto, con tutte le sue esperienze di vita, con una certa conoscenza di amore e matrimonio; un uomo che ha solo voglia di una vita tranquilla tra la natura, una moglie al suo fianco dedita alla famiglia e alla casa, che viva quindi per gli altri.
Maŝa è giovane, è bella, sta muovendo i primi passi in una nuova vita, in una città ricca; ha ragione di non voler perdere alcuna occasione di conoscere e sperimentare, di riempirsi gli occhi delle novità del mondo. Non aveva mai amato prima ma certamente la sua idea di questo sentimento e del matrimonio era idilliaca: passione, gioco, complicità. Sentir venire meno in poco tempo questo tipo di rapporto genera in lei tristezza, desolazione e sensi di colpa verso un marito a cui si è votata, per cui si mostra in società, accudisce e compiace suonando e leggendo in un continuo desiderio di migliorarsi per compiacere colui che, più che marito, appare sino alla fine come un tutore. Un innamoramento che non sfocerà mai in amore, ma in affetto, in una necessità di compagnia da parte di lui. Nulla tornerà come prima. Tutto l’amore si riverserà sui figli e lui diventerà solo il padre dei suoi bambini.

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La lettura mi ha incuriosito e portato a far ricerche, permettendo di intrufolarmi nel privato del suo autore.

Ma cosa c’entra la vita privata di Tolstoj? Egli sposò Sof’ja Tolstaja nel 1862, quando lei aveva 18 anni e lui 34, dopo una settimana di fidanzamento. La donna sarà costretta a trasferirsi in campagna dopo aver passato l’adolescenza a Mosca, stravolgendo il suo stile di vita, ora monotono e noioso. I 48 anni vissuti insieme saranno costellati dalla nascita di 13 figli e numerosi litigi. Diverse sono le voci che girano sui due, anche in seguito alla pubblicazione dei diari di Sof’ja. Pare che soffrisse da sempre di paranoie, tanto che alla fuga di lui tentò anche di suicidarsi. Fu una donna che offrì se stessa al marito, totalmente, mettendo da parte sogni e ambizioni per dedicarsi alla casa, ai figli e alla riscrittura dei manoscritti di Tolstoj, attività che la appassionò molto.
I litigi in casa erano all’ordine del giorno e riguardavano la gelosia, pare che Tolstoj le fece leggere i suoi diari appena sposati in cui aveva descritto i suoi rapporti con le donne, il testamento, l’economia familiare, a un certo punto lo scrittore iniziò a rifiutare i compensi per i suoi scritti perché iniziò a credere in una vita povera, e per i caratteri certamente difficili. Un altro motivo di disaccordo fu la pubblicazione di “La sonata a Kreutzer”, dissacrazione del matrimonio, a cui lei rispose con “Amore colpevole” in cui è forte la difesa dell’istituzione.
Ma l’amore, dalle lettere, era forte tra i due. Tolstoj pare che gliene scrisse circa 900 e in ognuna esprimeva il suo bisogno di avere la donna al suo fianco, musa ispiratrice dei suoi lavori e compagna di vita.

“Vi è un solo modo per essere felici: vivere per gli altri.”

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Un dolore lungo una vita/Il primo Dio

“Il dolore deve essere la cosa più importante della mia vita.”

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Se vi dicessi che uno dei maggiori scrittori statunitensi di inizio ‘900 è italiano? Sono certa che il nome di Emanuel Carnevali sia ai più sconosciuto, e lo è stato anche per me fino a qualche mese fa, quando D editore ha deciso di riportarlo in patria.
“Il primo Dio” fu scritto da Carnevali durante il periodo di malattia, contrasse un’encefalite letargica, nel 1922. Morirà in un modo alquanto singolare: soffocato da un pezzo di pane.

Il testo in questione è un romanzo autobiografico in cui l’autore non manca di parlare della sua infanzia, della miseria patita, della follia forse gonfiandone la portata, ma è utile a comprendere l’etichetta di “poeta maledetto” che gli è stata affibbiata.

Dopo la morte della madre, per tetano, che lo costrinse a vivere di ristrettezze e dolore, conoscerà il padre, un uomo “nero dentro e fuori”, incapace di provare amore ma assolutamente in grado di far del male. Verrà spedito da lui in collegio fino scappare negli Stati Uniti, a solo 16 anni, dove troverà una breve fortuna fino a impazzire e tornare in Italia, dove morirà nel 1942.

Il testo è stato diviso in cinque parti che segnano i momenti fondamentali della vita di Carnevali. Il Bianco simboleggia l’infanzia dolorosa e il ricordo del latte d’asina che gli davano da bere, ma il bianco è anche il colore di quella “piccola luce sempre accesa” di speranza che le cose possano andare meglio.

Il Rosa rappresenta gli anni del collegio e delle prime esperienze sentimentali, di amore adolescenziali, distaccati, ma anche di amore vero e appassionato, quello per Giovanni. “Ma, benché odiassi il posto, io mescolavo il mio amore per il Canal Grande a quello per Giovanni: lui e Venezia erano gli splendori della mia vita”. Una sessualità ambigua la sua, ma certamente difficile in tempi in cui era davvero un peccato.

Il Nero è un colore che richiama il buio, il vuoto e la tristezza e segna il periodo vissuto a New York, la miseria e i numerosi e faticosi lavori che ha dovuto sopportare per poter avere un letto e un pasto. È anche il periodo in cui rivede il fratello ma le cose non vanno troppo bene, sono gli anni del matrimonio che non avrà un risvolto positivo. Ma sono soprattutto gli anni in cui la delusione maggiore è l’America, quel naufragare del sogno americano in cui tanto aveva sperato. “Quei famosi grattacieli altro non erano che enormi scatole che si ergevano davanti a noi, oppure di lato, terribilmente futili, spaventosamente poco importanti, tanto comuni che si sarebbe potuto credere di averli già visti in un altro posto.”

Ma “Chicago” e “L’Italia”, le ultime due parti del libro, riguardano il vero punto di svolta dell’autore che passa da un successo importante a un declino inevitabile, sino a raggiungere il punto di non ritorno.

Maledetto, sfortunato, Emanuel Carnevali meritava di far conoscere la sua voce anche qui. In America è ancora considerato un rappresentate importante della letteratura di quel periodo da alcuni suoi colleghi che di fortuna ne hanno avuta di più; nel suo periodo peggiore, quando una forma di follia prese il sopravvento sulla sua psiche, non fu abbandonato nonostante gli atteggiamenti spesso fastidiosi che aveva, e gli fu anche pagata una clinica molto costosa che tentava di curare questi suoi problemi. Carnevali arriverà perfino a immedesimarsi in Dio, nel Primo e Unico Dio di se stesso, il solo a poter decidere il proprio destino.

Una scrittura poetica in alcuni tratti, ironica ma che per me manca di quella disperazione, di quella forza che immaginavo, forse dovuta al fatto che il protagonista, nonostante le sofferenze e le difficoltà patite non ha mai smesso di tentare, di andare avanti senza sosta accettando ogni difficoltà, combattendo per quel bisogno impellente di scrivere che lo ha portato al successo per poi sgretolarsi in poco tempo. Che sia orgoglio o altro, è certo che Carnevali conosceva bene il perdono.

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Inferno in Messico/Terra bruciata

“Alcuni dicevano: ci hanno fregato…
siamo spacciati… altri volevano parlare
ma non dicevano niente… sembrava che
pregassero o masticassero le parole.”

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L’elezione di Trump ha gettato tutti nello sconforto e nella paura del futuro americano e mondiale. Una delle decisioni per me più discutibili del nuovo presidente è quella di costruire un enorme muro al confine con il Messico, per fermare l’immigrazione dall’America Latina.

Emiliano Monge, nel suo romanzo “Terra bruciata” pubblicato da La nuova frontiera con la traduzione di Natalia Cancellieri, racconta “dell’ultimo olocausto della specie”: interi popoli che fuggono dal loro paese sperando di raggiungere l’altra parte della frontiera, affrontando tutte le insicurezze e le privazioni di un viaggio e decidendo di fidarsi di uomini senza scrupoli. Monge aggiunge un tassello importante alla letteratura sull’immigrazione, perché di romanzo si tratta pur essendo sostenuto da ricerche e testimonianze e nonostante una certa freddezza da me avvertita nel raccontare, mostrando un lato ancora più doloroso e ancora meno umano: il traffico di persone.

“Succede anche di giorno, ma stavolta è notte. In mezzo alla radura che la gente dei villaggi più vicini chiama Occhio d’Erba, uno spiazzo circondato da alberi maestosi, liane primordiali e radici che affiorano come arterie, si sente un fischio improvviso, risuona il crepitìo di un motore che si accende e quattro enormi riflettori squarciano il buio.
Spaventati, quelli che arrivano da molto lontano si fermano, si stringono gli uni agli altri e cercano di guardarsi: i potenti riflettori, però, abbagliano i loro occhi. Allora, mentre le donne si avvicinano ai bambini e i bambini agli uomini, quelli che camminano ormai da diversi giorni intonano il cantico dei loro timori.”

Bambini, uomini, donne e anziani che hanno come ultima speranza quella di raggiungere gli Stati Uniti per una vita migliore o ricongiungersi ai proprio cari, sopportano e si supportano ma ben presto dovranno fare i conti con una realtà ancora più cruda, e forse neanche mai paventata: il tradimento di coloro che gli avevano promesso di guidarli dall’altra parte e la conseguente vendita ai trafficanti. L’autore sin dall’inizio priva i migranti della propria identità: “Colui che ha ancora un’anima” o “colui che ha ancora un nome” diventa “senzanome” e “senzaDio”. La speranza non esiste e questo ci viene mostrato con forza sin dalle prime righe perché si possa affrontare la lettura con la consapevolezza che nulla di buono arriverà, che l’indifferenza è sovrana e nessuno farà qualcosa per salvare la vita di persone sì, ma straniere.

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Son pochi i personaggi che nel romanzo avranno una chiara identificazione, con nomi fortemente simbolici che richiamano al culto della morte come Epitaffio, Stele, Ossaria, Funerale e padre Loculo, nomi che gridano con forza il dolore e la morte che portano quasi come seconda pelle e che infliggono agli altri. Solo uno dei senzanome avrà un ruolo importante, un ex pugile soprannominato Mausoleo, che verrà scelto per eseguire gli ordini dei trafficanti e mostrerà una volontà di sopravvivenza tale da riuscire perfino a compiere azioni disumane nei confronti di quelli che fino a poco prima erano suoi compagni di sventura. Ma sarà proprio così?
Ti ci abitui presto al tanfo e alla visione della morte diranno a un certo punto due fratelli che da sfasciacarrozze son diventati anche sfasciacadaveri, specialmente se cancellerai dalla mente l’idea che quel corpo prima avesse una vita, una identità ma soprattutto un’importanza, che fosse degno di essere considerato una persona e non un oggetto da cui ricavare denaro e favori. Degradare, disumanizzare l’essere umano. Rimarranno solo flebili versi prima di cedere totalmente e lasciarsi andare, sopraffatti e senza alcuna forza per resistere. La loro voce si sentirà lontana, sotto forma di testimonianze raccolte dall’autore e inserite nel libro quasi come litanie.

In mezzo a tanto dolore, brutalità, interessi economici o di potere a scapito di persone, l’amore è parte fondamentale della narrazione di Monge. È un amore inizialmente segreto quello tra Epitaffio e Stele, due persone nate dal nulla e costrette a una vita da loro non scelta, che vogliono finalmente lasciare tutto e stare insieme. Questo amore così forte sarà centrale nelle 72 ore raccontate dal romanzo, periodo che li vedrà divisi ma sempre con il pensiero rivolto all’altro: dubbi, urgenza di sentirsi e chiarirsi, preoccupazione, mancanza, urgenza invaderanno i pensieri dei due amanti, anche durante i momenti più critici dell’operazione e non verranno mai risolti per la difficoltà di raggiungersi telefonicamente perché tra le montagne la linea è troppo debole. E il loro amore verrà consumato dalla mente e dal corpo, li renderà instabili e sull’orlo della pazzia. È un amore volutamente esasperato e assurdo, perché così grande pur avendo come protagonisti un uomo e una donna che del dolore degli altri ne fanno un lavoro, troppo interessati a se stessi e al proprio volere per rendersi conto di essere bestie.

“Il giorno in cui si erano giurati amore eterno, mentre Stele, coricata sul corpo di Epitaffio, congiungeva con un pennarello i punti che lei stessa aveva inciso, utilizzando il punzone di padre Loculo, sulla sua pelle: come in una fiaba per bambini, Stele aveva visto apparire, sotto al suo tratto lento e incerto, la rosa dei venti che aveva fatto di lui una mappa per lei, e forse anche di più: la cartografia della sua esistenza.”

Premio Napoli 2017/Parigi è un desiderio

“Ho sempre vissuto in un posto dicendomi che quello non era il mio posto.”20171217_180038.jpg

Andrea Inglese, con il suo primo romanzo, è finalista del Premio Napoli 2017 nella sezione narrativa. La sua è, a tutti gli effetti, un’opera prima essendo lui autore conosciuto di poesie e saggi letterari.

“Parigi è questo sogno che mi sono fatto ancora prima di averci messo piede e quando della vita sapevo poco, ossia quando pensavo di sapere che cosa contasse o meno in una vita, che è un tipo di sapere di corta durata, molto florido tra i diciotto e i venticinque anni.”

Io a Parigi non ci ho mai vissuto, ma da turista l’ho visitata due volte: lunghe camminate, visita ai monumenti e poi di ritorno a casa. L’atmosfera romantica e bohemienne che vien subito alla mente quando si parla della città è stata qui portata da film e libri, ed è la stessa che il protagonista del libro, Andy, sogna e fa sua. Attraverso gli scritti di Céline e la bellezza della ragazza di “Fino all’ultimo respiro” di Godard gli fan credere che a Parigi possa succedergli qualcosa, che la sua vita possa essere stravolta e ogni giorno sia diverso, senza abitudini, non come a Milano, ormai “senza grandi segreti e senza grandi spaventi”.

Dopo un’adolescenza punk e droghe con letture che spaziavano da Bacon a Burroughs e il tentativo di sopravvivere a una società di pura apparenza ma di assolute contraddizioni e indifferenza per i più, arriva il primo viaggio a Parigi.

“Innanzitutto bisogna sfuggire al turismo, al disperato mestiere del turista, che a Parigi è costantemente impegnato in fallimentari piani di godimento, dovendo trovare il modo di vedere tutto quanto si deve vedere, ma anche tutto quanto, da turista, non si dovrebbe vedere, insomma l’essenziale e l’inutile, il programmato e il casuale, lo storico-culturale e il contemporaneo spaventoso, lo splendore del lungosenna, ad esempio, con di sguincio il dorso gugliato di Notre-Dame, e l’angolo con due africani scalmanati, sotto il ponte della metropolitana di Barbès, che minacciano di farsi fuori a coltellate proprio a due passi da una carogna di topo.”

La città, la cultura, lo stile di vita di un popolo passa attraverso ogni luogo, ogni evento, qualsiasi particolare che sia un odore, un fiore o un suono, e Parigi può dirsi una città dai mille volti. Andy capirà presto che per appropriarsi di lei dovrà stabilirsi e lavorare, ma la capirà veramente grazie alle donne, anche perché Parigi è femmina. Saranno diverse le storie, brevi o lunghe, che lo riporteranno più volte a Parigi dopo quella vacanza con gli amici, fino a traslocare e convivere con Andromeda, un amore pieno e passionale che durerà per dieci anni. Entrerà nella città attraverso il contatto fisico, l’impulso, il desiderio e la convinzione di aver trovato il suo posto.
Andy con le donne e con Parigi ha sempre avuto un rapporto confuso. Alcune volte è stato molto bene e altre male, e questa consapevolezza quando arriva è un tormento: con la fine della relazione con Andromeda termina anche quella con la città… per sempre?

Quello di Andrea Inglese è un romanzo di crescita, di amore, di fallimenti e di forza di volontà. È la storia di un amante delle lettere, di uno scrittore e di un uomo sempre un po’ bambino che capirà presto quanto in ogni città si creano delle abitudini, che forse non è il posto a condizionare la vita ma le nostre scelte.

“Romanzo di formazione, con qualche decisa pennellata sociologica, e dosi ben distribuite di storia letteraria e dell’arte, soprattutto novecentesca, molto scorciata e aneddotica, e anche dell’erotismo generale e internazionale […]”, l’autore ha certamente puntato alto, decidendo di scrivere di Parigi in maniera non convenzionale, inserendo nel testo parti di critica e e di storia che non sempre si amalgamano perfettamente, anche quando denuncia il sistema universitario e il precariato francese in cui il protagonista decide di allontanarsi. Un ibrido quindi, sicuramente interessante e da leggere.

Brano tratto da “Un romanzo inglese”

George è rilassante. Ha questo dono. Racconta al bambini storie troppo difficili per la sua età e ascolta una donna spaventata che potrebbe arrendersi alla mostruosità di una pulsione contraria a sé stessa, una potenziale strega, la disperata che corre nuda sotto la pioggia: la madre infanticida.

Il ragazzo e il bambino sono molto impegnati. Dalle prime lettere abbozzate a fatica al disegno, dalle biglie ai dadi, al gioco dell’oca, ai birilli, ai giochi di ruolo – come quando George ha truccato Jack da cavaliere e sé stesso da buffone shakespeariano – George mostra un entusiasmo pari a quello di mio figlio. A volte mi piacerebbe partecipare, mi avvicino e li osservo. George mi invita a prendere posto accanto a loro, a lanciare i dadi o le biglie, “ma solo per un attimo” dico io, con la scusa del lavoro.

Oltre a queste attività e al risveglio del bambino, al giovane piace dare da mangiare a Jack, anche se nessuno gli chiede di farlo. Prima dell’arrivo di George, il piccolo pranzava in cucina ed era Ashlee a mettergli il bavaglino al collo, a fargli i pezzi piccoli, a imboccarlo, raccogliergli il cibo agli angoli della bocca, a insistere e tenere le sue manine svolazzanti su ogni oggetto nei paraggi. George ha voluto partecipare ai pasti di Jack e si è rivelato abile quanto Ashlee che, interrogata, mi ha confessato: “Si siede accanto al bambino e gli presenta il cibo in modo interessante. Ad esempio, allinea i pezzi a forma di cerchio o di nave, e il gioco consiste nel mangiare la figura.” Ashlee aggiunge: “L’ho visto ingoiare un pezzetto che il bambino aveva sputato!” Questo dettaglio mi disturba. Ho pensato alla poltiglia rigurgitata che gli uccelli danno ai loro piccoli, alla carne predigerita dalle luoe per i lupacchiotti; un equivalente atto d’amore, ma effettuato in ordine inverso. Un atto d’amore del regno animale che abbiamo bandito dal mondo sociale, come se la sofisticazione dei nostri comportamenti ci avesse privati del ventre e non ci restasse che la materia grigia, l’astrazione, la parola senza la cosa, le maniere eleganti. Il cibo masticato, sputato dal bambino, caduto nel piatto viene rimesso in bocca dall’adulto davanti ai suoi occhi. Jack capisce che quel cibo “è da mangiare” e che, per un attimo, i loro corpi funzioano in sintonia, in comunione. Eppure mai mi sarei permessa un tale gesto, mai Edward avrebbe preso in considerazione di ingerire qualcosa uscito dalla bocca di suo figlio, non ci avrebbe nemmeno pensato.

Perché non ci pensiamo? Abbiamo relegato il cibo e gli escrementi dei bambini ai domestici. Li abbiamo svezzati al più presto, staccando il seno gonfio dalla loro bocca con fastidio e, se possibile, senza guardare. Pochi abbracci, poco corpo insomma. Voltare pagina, in particolare quella, spiacevole, della prima infanzia. La prima infanzia, così difficile da gestire. L’età irrequieta e maleodorante.

Abbiamo bisogno di storie/Addicted

I metronomi misurano il ritmo della vita quotidiana, attraverso un’unità di misura particolare e molto contemporanea: il fattore D, ovvero l’istinto di dipendenza.

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Tra tutte le possibili dipendenze, quella da serie tv caratterizza certamente gli anni più recenti ed è, forse, la meno dannosa per l’organismo, non contando le ore di sonno perse o l’attaccamento spesso morboso ai personaggi.
Carlotta Susca, curatrice del volume “Addicted” pubblicato da LiberAria, ha messo in campo un lavoro articolato e complesso: i cinque saggi interdipendenti, di autori diversi, che compongono il volume creano un percorso di consequenzialità che va ad analizzare la struttura della serie televisiva, scomponendola nelle sue parti, e la relazione che questa ha con lo spettatore.

L’assunto da cui parte, fondamentale per comprendere il seguito e poter guardare il fenomeno con lo sguardo giusto, è:

“Chiedersi se le serie TV siano la nuova letteratura significa impostare la domanda non correttamente: la letteratura è fatta di sole parole scritte, mentre le narrazioni televisive hanno a disposizione anche l’immagine in movimento e il suono per indurre la dipendenza dalla storia che raccontano.”

Due narrazioni diverse dunque, due modi di raccontare una storia utilizzando da una parte parole, ritmo e punteggiatura per attrarre, dall’altra la forza delle immagini e della musica in particolare; ciò che li accomuna sono la forza della trama e la capacità dei personaggi di suscitare emozioni, positive o negative. “La vera dipendenza è dalle storie” aggiunge Carlotta Susca, un bisogno che ha radici antiche e non si esaurisce.

Ritornando ai saggi, il primo argomento trattato, da Leonardo Gregorio, è la dipendenza che la serie tv ha col cinema. Il cinema deve tanto a questo nuovo tipo di spettacolo, simile ma che viene fruito su piccoli schermi avendo in comune sempre un racconto. La dipendenza si vede nell’utilizzo, da parte delle serie tv, di materiale cinematografico: moltissimi film sono stati modellati per adattarsi al piccolo schermo e alla serialità con risultati più o meno felici (aggiungerei che sono possibili molti esempi di serie che si rifanno ai libri, anche se il saggio pone l’accento sul passaggio dal cinema alla tv/pc).

Il secondo elemento di analisi, dopo la forza delle immagini, riguarda il suono e la musica in particolare. Michele Casella utilizza diversi esempi per mostrare come la musica venga utilizzata in base all’effetto che si vuole creare, ma ciò che più salta all’occhio è la riscoperta dell’importanza del silenzio in una società permeata da “un costante rumore di fondo”.

I saggi di Marika Di Maro e Jacopo Cirillo sono strettamente collegati. Il primo analizza in profondità il fenomeno, nei suoi elementi più pregnanti perché creano un vero e proprio attaccamento. Il secondo saggio si concentra sulle diverse tipologie di dipendenza.

Ma quali sono questi elementi fondamentali per il pubblico? La trama e i personaggi. “Perché in queste storie da cui si è dipendenti è possibile riconoscere la propria, trarre degli insegnamenti, accrescere la visione del mondo o, più banalmente, entrare in un mondo diverso dal proprio.”

È quanto succede con la letteratura in fondo, e con il cinema: le vicende e i personaggi possono ricordarci noi stessi o qualcuno a noi vicino o possono rappresentare un modello, specialmente se il personaggio è ben delineato e subisce delle trasformazioni coerenti, o ancora darci risposte o aiutarci ad affrontare emozioni e situazioni.
Le relazioni che si creano tra i personaggi delle serie tv sono fondamentali per la riuscita del prodotto e Jacopo Cirillo analizza i cinque gradi di dipendenza affettiva, o love addicted: distruttiva, spezzata, funzionale, elastica e terapeutica.

L’ultimo saggio non può che riguardare il finale: non importa se stiamo leggendo un libro o guardando un film o una serie tv, è impossibile non immaginare come verrà chiusa una storia, cosa accadrà ai personaggi che ci hanno accompagnati e accade spesso che la fine sia deludente. Carlotta Susca parla proprio di questo, come di serie tv sospese per mancanza di fondi o per scarso interesse di pubblico, quindi prive di una conclusione, e di riaperture dovute a una forte richiesta di fan della serie.

Che siate o meno addicted, un fenomeno dei giorni nostri è sempre interessante da approfondire e capirne di più, soffermarsi su ciò che porta le persone a guardare puntate dopo puntate, a commentare intrecci e giudicare azioni di personaggi di finzione, aiuta anche a comprendere la nostra società.

Ammettetelo, quante ore passate incollati allo schermo? Io sto pensando di ricominciare.

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Vergogna e inferiorità/Il frutto della conoscenza

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“Dunque la donna ha bassa autostima perché non ha un sesso, è bucata, e sente il richiamo di un pene che tappi le sue mancanze (spazi vuoti dove dovrebbe esserci un organo sessuale).”

Sono convinta che sia fondamentale trovare il giusto modo per raccontare. Ogni genere letterario può far risaltare un elemento o uno stile del tema, e ciò funziona particolarmente per “Il frutto della conoscenza” di Liv Strömquist, pubblicato da Fandango. Attraverso la graphic novel, infatti, l’ironia irrompe con forza e spietatezza in un tema ancora oggi di difficile trattazione; immaginare un saggio che dia spiegazioni storiche e scientifiche non avrebbe lo stesso impatto oltre a raggiungere un pubblico certamente minore.

L’autrice ha compiuto un lavoro documentatissimo sull’organo sessuale femminile, quella parte delle donne così bistrattata e ridicolizzata che ha reso la sessualità femminile qualcosa di cui vergognarsi. Attraverso alcuni personaggi della storia l’autrice mostra come questo organo sia stato troppo studiato e considerato la causa, per esempio, della disubbidienza delle donne o del mal di testa, oppure era qualcosa di impuro perché richiamava al peccato originale; anche nella caccia alle streghe l’organo genitale venne visto un marchio del diavolo. Un altro problema che viene portato alla luce riguarda la conformazione dell’organo e, da qui, l’uso errato dei termini scientifici delle varie parti: nasce da questo particolare fondamentale l’idea che la donna abbia “un buco” che vada, quindi, riempito annullando così l’esistenza di una parte interna e di una parte esterna dell’organo; la psicologa Harriet Lerner sostiene che questo portò le giovani donne dell’epoca a ritenersi malformate.

La sessualità femminile è stata oggetto di enormi ingiustizie: durante l’illuminismo il piacere e l’orgasmo per la donna vennero giudicati non necessari, soprattutto perché non servivano per procreare, e portò anche alla secolare distinzione tra orgasmo vaginale e orgasmo clitorideo. Non è difficile capire che la masturbazione divenne un tabù e che le donne che non raggiungevano il primo erano sbagliate: vi ricorda qualcosa? E le mestruazioni che, ancora oggi, vengono viste come qualcosa di immondo, sporco?Eppure la Strömquist dimostra come, in tempi antichi, l’organo femminile, la vulva, veniva raffigurata in tantissime statue poste a protezione di case e chiese: veniva venerata e considerata sacra. Stessa cosa succedeva per il ciclo: è stato utilizzato, ad esempio, come elisir d’amore o per guarire da malattie.

Non sembra quasi di essere regrediti? Come si dice: “un tempo si stava meglio”.