Nichilismo o inganno ideologico/Il confine di Giulia

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Questa è la storia di due anime che si incontrano a Zurigo nel 1931.

Ignazio Silone, oggi conosciuto come l’autore di Fontamara, e Giulia Bassani, poetessa di nobile famiglia, si conoscono dopo una seduta da Jung, il celebre psicanalista.
La storia, tra realtà e finzione, viene raccontata da una persona che vive all’Hotel Duxt e che sarà testimone dei loro incontri grazie anche a dei diario ritrovati di Giulia. Gallini lo spiega: era rimasto colpito e incuriosito dalla figura di Silone in seguito ai dibattiti circa la sua  militanza politica. Iniziò a studiarlo e fu quasi naturale farlo diventare protagonista di un romanzo. Il resto venne da sé.

Ma chi è Giulia Bassani? «Aveva un dolore sempre vivo dentro, ecco, questo la rendeva affascinante […] Portava un dolore di cui non riusciva neppure lei a capire la natura, portava un dolore e lo mascherava con un sorriso verde e luminoso.» 

Milanese, studentessa di Lettere e Filosofia e allieva di Marinetti, inizierà a insegnare in una scuola elementare finché il padre non la convincerà a lasciare il posto. È una figura importante il padre: imporrà per due volte la sua volontà alla figlia segnando con forza la sua vita, soprattutto nel convincerla a dare in affido il figlio illegittimo. «Giulia attribuiva poco valore alle scelte. Di fronte alle alternative tendeva a non far valere la propria volontà, come se il futuro le fosse indifferente. Non opponeva resistenza agli altri. Viveva una difficile e dolorosa condizione: il piacere che provava per la vita era sempre compromesso da un sentimento profondo di inutilità.»

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Si innamorano Giulia e Silone, di un amore che non va al di là di sguardi e parole e la consapevolezza di idee e destini tanto lontani e diversi.

«Lui, quando aveva smesso di credere nel partito e nella rivoluzione, quando Romolo era stato torturato, quando aveva tradito il partito per salvare il fratello, quando i suoi polmoni e i suoi nervi si erano ammalati, quando non era più potuto tornare in Italia, né restare in Francia, né avere un permesso di soggiorno in Svizzera, quando si era confuso e immiserito, quando aveva conosciuto l’orrore della solitudine, quando i baci di Giulia gli erano diventati indifferenti – allora anche lui aveva invocato la morte come una liberazione. Ma quel desiderio di morire era legato alla concretezza, ai problemi della vita: e se i problemi si fossero risolti la vita sarebbe tornata a sorridergli. Mentre Giulia, pensava, non riuscirebbe a liberarsi dalla disperazione nemmeno se i problemi si risolvessero.»

È qui il senso, per me, del romanzo. Giulia e Ignazio sono due persone che vivono in un periodo storico particolare ma soprattutto in un momento personale di assoluta inadeguatezza, tristezza e confusione. Giulia e il suo “mal di vivere”, la ferma convinzione che tutto sia inutile e la vita qualcosa di assurdo e insensato. Ignazio e il suo bisogno di credere in qualcosa per non affondare, come il comunismo prima e Dio in seguito, una volta essere stato cacciato dal partito per il suo ruolo di doppiogiochista con il fascismo. Ignazio e la sua speranza di poter salvare il fratello Romolo da una vita difficile in carcere e di poter finalmente realizzare il sogno di pubblicare il suo grande romanzo.

Gallini racconta due vite alla deriva e lo fa con un linguaggio per me anche poetico, a tratti fragile e delicato come l’anima di Giulia o combattivo e rassegnato allo stesso tempo come quello di Silone. Tutto riesce a trovare il giusto incastro in una narrazione verosimile di due anime che si incontrano, si confondono e si dividono andando ognuna verso un destino, forse, già scritto.

Sempre più vicino

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Autore: Raul Montanari
Editore: Baldini&Castoldi
Pagine: 320
Genere: Narrativa
Anno di pubblicazione: 2017

Letto grazie a Thrillernord

Milano, 2014. Valerio è un ragazzo quasi trentenne che vive da solo, nella casa dello zio morto in circostanze misteriose, con i genitori separati e con una laurea in lingue alle spalle e una tesi in Mediazione culturale da terminare. Simone, Simon, il suo amico da una vita, aspirante scrittore e quasi fratello che lo ospita spesso nella sua mansarda quando casa sua è occupata. Perché Valerio per guadagnare qualcosa affitta casa sua, oltre a lavorare per qualche ora nel negozio del padre. E Simon? Lavora come copywriter per la madre.

Una situazione familiare a chi legge, una triste realtà di precariato e di impossibilità di avere un futuro, figuriamoci sicuro. Ecco perché, ogni volta che ha ospiti in casa, Valerio sente il bisogno di andare a curiosare quando non ci sono:

“Così aveva scoperto che insinuarsi per pochi minuti nella vita di un uomo gli dava un brivido diverso ma non meno eccitante di quello che gli potevano regalare calze o reggiseni. Non il desiderio come per le donne, ma la fantasia di essere lui. Vedere il mondo attraverso i suoi occhi, evadere dall’angustia delle tue giornate e nuotare in un oceano sconosciuto.”

Un giorno ad affittare la casa sarà Viola, quarantenne affascinante e sfuggente, di cui il protagonista si innamora. Al termine della settimana prenotata, Viola va via e pochi giorni dopo, al suo posto, comparirà uno strampalato signore amante della cucina cinese che gira sempre in impermeabile e con della salsa di soia in tasca. In realtà, un detective privato, un po’ padre mancato.

Seguiranno misteri, delusioni d’amore, legami che in qualche modo si ricuciono e altri che si spezzano. Raul Montanari inserisce qualche tinta noir in una narrazione di ampio respiro, con personaggi ben caratterizzati e realistici e con tutto il positivo e il negativo della vita. Milano poi, è una città estremamente variegata a livello di umanità, ma desolante e per nulla romantica, specialmente lungo quel fiume così poco dignitoso. Però una piccola speranza in tutto questo caos e con tutte le ferite da sanare c’è, e Valerio corre spensierato.

«Sai qual è l’errore più comune che commettiamo, tutti quanti?» mormorò il detective, scuotendo la testa arrossata. «Non consideriamo che gli altri stanno al centro del loro mondo, esattamente come noi, e giustificano i propri atti, come facciamo tu e io. Noi possiamo giudicare una persona stupida o disonesta, ma lei non ha affatto questa opinione di se. È questo il segreto per immedesimarsi negli altri: metterti davvero al loro posto e vedere le cose con i loro occhi, senza farti disturbare da quello che tu pensi di loro. Tutto è più facile, così. La gente diventa perfino prevedibile.»

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L’AUTORE – Ha pubblicato una ventina fra romanzi, saggi e libri di racconti. Fra i più noti, i romanzi La perfezione (1994), Chiudi gli occhi (2004), L’esistenza di dio (2006), La prima notte (2008), Strane cose, domani (2009, Premio Bari, Premio Siderno e Premio Strega Giovani), tutti pubblicati da Baldini & Castoldi, oltre che Il regno degli amici (2015, premio Vigevano, finalista premio Scerbanenco), e il saggio Il Cristo zen (2012). Con Aldo Nove e Tiziano Scarpa ha scritto Nelle galassie oggi come oggi (2001), insolito bestseller nel campo della poesia. Ha firmato opere teatrali, sceneggiature e importanti traduzioni dalle lingue classiche e moderne, da Sofocle a Shakespeare, da Poe a Cormac McCarthy. Dirige a Milano una famosa scuola di scrittura creativa.

Sei speciale, Maria/La figlia femmina

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«Allora Abramo stese la mano e prese il coltello per immolare suo figlio. Ma l’angelo del signore lo chiamò dal cielo e gli disse: “Abramo, Abramo! Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli alcun male! Ora so che temi Dio e non gli hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio”.
Maria è assorta in un pensiero. È l’unica figlia di suo padre. Se un giorno lui la legasse e la stendesse su un altare accanto a legna da ardere, lei non si stupirebbe. Pensa che lui lo farebbe fissandola con gli occhi neri e severi, attraverso le ciglia ramate. Lei gli accarezzerebbe un riccio della criniera arancione che ha sempre voglia e timore di toccare. Penserebbe che se lo fa papà è giusto.»

È condensato in questo passo il senso del romanzo di esordio di Anna Giurickovic Dato, siciliana d’origine e romana di adozione. 27 anni e con una certa sicurezza e spigliatezza nel parlare del suo libro, una passione per i suoi studi di legge e per i suoi interessi nei confronti della psicologia e psichiatria, specialmente applicata a casi di abusi, come quello che nel libro subisce Maria, la piccola Maria, la bambina speciale.

Cosa succede quando in famiglia ci sono casi di abusi sessuali? Se ne sente parlare qualche volta, ma il tema resta sempre un tabù ai giorni d’oggi, specialmente se il tutto avviene in famiglia. Maria, la protagonista del romanzo, a 5 anni scoprirà “quel calore che non conosce e non dovrebbe conoscere” per mano del padre. Ma non ha paura Maria, perché se lo fa il padre è giusto.

In un racconto ambientato tra Rabat e Roma, con continui passaggi da Maria bambina a signorina di 13 anni, si dipana la storia di una famiglia all’apparenza felice. Gli anni passano senza che nessuno comprenda appieno quello che in realtà accade, nonostante l’aggressività della bambina, alcuni comportamenti molto chiari del padre e le insinuazione della nonna e della scuola.

«Era lei che distruggeva l’idea di famiglia ideale che avevo. lei che mi ricordava ogni giorno di quanto fossi un fallimento. Lei, che con la sua furia voleva costringermi a vedere. Io non vedevo niente.»

La storia viene raccontata dagli occhi e dalla voce della madre, Silvia, in seguito alla scoperta della verità: finalmente ne prende coscienza. Ma chi è Silvia? Una madre che non riesce a capire, offuscata dall’amore per un marito così rispettato e autoritario, che l’ha sposata quando aveva solo 19 anni. Non vede perché ha paura di perdere tutto lei, perché gli uomini le scelgono giovani le donne, sono facilmente malleabili. Una madre che vede nella figlia prima un mostro, poi una rivale. Perché Maria, crescendo, pur lontana dal padre e dalla sua vecchia casa, non riceverà aiuto e istruzione vivendo con la convinzione che il rapporto con gli uomini possa essere possibile soltanto attraverso la sua sessualità. Ecco che Maria si trasformerà in una vera e propria seduttrice con Antonio, l’uomo con cui la madre intrattiene da tempo una nuova relazione e un sentimento, per mostrare a Silvia quanto gli uomini siano deboli e per farle capire che è giunto il momento di affrontare una volta per tutte il loro segreto.

Anna ha una scrittura secca, senza fronzoli, che descrive in poche righe sentimenti e situazioni. Ne ho un po’ risentito perché non ho trovato una particolare empatia con la storia e i suoi personaggi, ma il libro è un ottimo esordio anche per il punto di vista diverso che l’autrice usa per parlare di pedofilia. La descrizione degli abusi è, tranne che nel primo capitolo, sottintesa perché sono le conseguenze a riempire la scena, i rapporti tra le due donne a essere nucleo della narrazione. Riesce a insinuare molti dubbi nel lettore soprattutto per quanto riguarda la figura della nonna Adele, madre di lui, che forse sa ma non può rivelare e allora mette in guardia Silvia. L’autrice ha talento, conosce ciò di cui parla e con coraggio lo esprime, senza giudizi: mette il lettore davanti ai fatti. Possiamo incolpare Silvia per non aver voluto vedere? E Maria, la piccola lolita, la figlia ma femmina, con tutto il carico di sensualità che si porta dietro?

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Ringrazio Anna per la chiacchierata che ha ci ha regalato alla libreria iocisto di Napoli, ringrazio la Fazi e in particolare Cristina, ma soprattutto i partecipanti al BookClub che organizzo, perché mi seguono sempre con entusiasmo.

Il nemico che gioca con i nomi

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Autore: Paolo Negro

Editore: Imprimatur

Pagine: 368 p.

Anno pubblicazione: 2017

Letto grazie a Thrillernord

Si fa presto a rimanere invischiati in situazione più grandi di noi, ed è proprio quello che accade a John Demichelis, prima Giovannino, semplice addetto culturale nell’ambasciata italiana di Washington e pedina di un enorme complotto. Paolo Negro, nel suo thriller, mostra una buona capacità di far evolvere la storia a piccoli passi, con i tempi giusti, in un continuo crescendo di tensione e di voglia di scoprire la verità.

Facciamo la conoscenza del protagonista il giorno prima della sua partenza per l’Italia; il suo compito, insolito per il ruolo che ha nell’ambasciata, è quello di accompagnare una bara da New York a Rosazza, un paesino piemontese. Non ci sarebbe niente di strano se non per un piccolo particolare che John noterà in un documento inviatogli per sbaglio insieme alla documentazione del suo viaggio. Una morte che potrebbe sembrare accidentale se non fosse che il fratello della vittima è morto in Egitto nello stesso giorno e allo stesso orario. Semplice coincidenza?

“La probabilità della coincidenza delle morti è talmente infinitesimale, da non renderla di fatto né possibile, né accettabile.”

Il protagonista non riesce a crederci; c’è qualcosa che non quadra nella faccenda. Grazie all’aiuto della sua fidanzata avvocato, della cugina delle due vittime e degli investigatori, verrà fuori un complotto di enormi dimensioni, che ha radici in epoche lontane, addirittura nell’antico Egitto. È questa la parte che ho trovato più interessante del libro: Paolo Negro si serve della massoneria e dei riti di Memphis e di Misraim per sostenere l’idea di un Nuovo Ordine Mondiale.

Storia, quindi, quella messa in campo dall’autore, non solo invenzione. C’è, alla base del libro, una ricerca abbastanza profonda su quelle che sono le logge massoniche e i loro scopi, per quanto le informazioni in merito non siano mai state provate. C’è l’Egitto con i suoi misteri ma c’è anche l’Italia, in particolare il piccolo paesino di Rosazza. Non è un elemento che stona perché lì c’è una chiesa particolare, voluta da Federico Rosazza e ricca di simbolismo massonico, come la volta raffigurante un cielo stellato, opera di Giuseppe Maffei, il simbolo dei Rosacroce e un affresco raffigurante la battaglia di Lepanto, datato ottobre 1575. Data storicamente errata.

La teoria del complotto, sostenuta da tanti e utilizzata anche nel cinema e in letteratura, ha visto accusati importanti istituzioni e personaggi pubblici come la famiglia Bush, il rinomato gruppo Bildeberg, l’ONU, i Rockfeller, e arriva a comprendere anche Napoleone Bonaparte, re dei francesi e, si dice, massone appartenente alla loggia Isis. Proprio Isis. Come la traduzione grecolatina di Isi, la Dea Iside. Ma anche come la cellula terroristica che sta portando tanto terrore e morte in Europa…

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Non tutto è come sembra/Racconti scelti per pesciolini d’argento

«Anche stamattina la trappola era piena, ma in breve l’illusione di averli eliminati ha lasciato il posto all’avvilimento. Ce n’erano ancora.
Ogni giorno tornano ai loro posti, solitamente sulla parete, poco più in alto del battiscopa da riparare; i più impertinenti fanno oscillare le antenne mentre scalano la scrivania. Hanno la posa, l’atteggiamento di chi non ha intenzione di demordere. Non li scoraggia il vano sacrificio dei compagni ingenui, attratti nella trappola dalle briciole di pane. Per loro sono io a dovermene andare.»

Stiamo parlando di quegli odiosi insetti grigi simili, appunto, a pesciolini che troviamo spesso tra la polvere e nei libri.

Il nostro protagonista, nonché narratore, è un tecnico video freelance costretto a vivere in una casa invasa da questi animaletti di cui proprio non riesce a sbarazzarsi.
È un giorno come tanti: si alza, ne uccide qualcuno con il giornale, aspetta un bonifico di un lavoro che sembra non arrivare mai e cerca di terminarne uno nuovo. Solita routine quotidiana penserete. E invece no, il nostro protagonista ci porterà attraverso gli anni e le esperienze passate, nei suoi ricordi di bambino, di convivenza con un certo Abél, un tipo strano, e di Clara.

Clara, sua ex fidanzata, traduttrice di romanzi dell’Azerbaijan, sempre presente nei suoi pensieri e nelle stanze della casa, dove ha lasciato pagine e pagine di manoscritti mai tradotti, e forse anche il suo primo romanzo. I ricordi daranno vita ad altri ricordi, a trame di libri su cui la sua ex lavorava e che gli raccontava perché sono tutte metafore. Clara sfuggente, che lo lascia. Lascia lui e la sua folle gelosia.

In un vortice di racconti su racconti, ricordi, fantasmi di insetti, il nostro protagonista ci porterà a un finale originale e inaspettato. In poche pagine Marco Parlato riesce a costruire un divertente e stravagante racconto lungo che lascia il lettore con un sorriso sulle labbra.

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Ripropongo la foto per dovere

Il difficile rapporto madre-figlio/Incipit “Il peso minimo della bellezza”

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FASE I 

Negazione

Dovresti ricordartelo il giorno che è morta tua madre. Io mi ricordo il giorno in cui sei morta tu. E credo anche a te sia durato un bel po’ il pensiero di lei dentro quella bara perché mi pare, a sentir dire la zia, che sia stato più o meno quello il periodo in cui hai deciso di mettermi al mondo. Volevi sostituirla? Che pensavi di fare? I parenti dicono che quel giorno piangevi come una disperata. Eri così disperata che il prete ha dovuto chiamare un’ambulanza e farti portare in ospedale. Ti sei persa anche il funerale di tua madre. Non un ultimo saluto. Niente. Non ho faticato a crederci neanche per un secondo. Dopotutto è tipico tuo quello di perderti le cose importanti. Dopotutto è tipico tuo venire prima degli altri. Non potevi permettere neanche il giorno che è morta, a tua madre, di essere la protagonista, dovevi avere anche tu la tua fetta di scena. E ti sei fatta venire le convulsioni da pianto, sei caduta a terra e hai cominciato a sbavare. Allora ti sono corsi tutti accanto, dicono che eri rigida come un tronco, che le gambe e le braccia ti si agitavano su e giù, che avevi gli occhi girati all’indietro e che dalla bocca ti usciva una schiuma bianca. Qualcuno ha gridato di tenerti la lingua per non fartela ingoiare e nel frattempo una ventina di telefoni hanno composto il numero dell’ambulanza che è arrivata a sirene spiegate. Tua madre intanto era morta e stava nella bara con le braccia incrociate sul petto. Stava lì immobile con la faccia pacifca e non guardava niente perché nel posto dove è andata non c’è più nessuna preoccupazione, da quel posto non poteva correre a vedere cosa stesse succedendo. Per la prima volta in vita tua, lei non è corsa. È rimasta impassibile alle tue convulsioni egoiste, alla tua disperazione infantile, al tuo modo di risolvere i problemi con un ricovero in ospedale. Lo facevi a tredici anni e lo hai fatto a venti. Forse volevi solo testare il numero di persone che si sarebbero preoccupate di te da quel giorno in poi, dal giorno in cui tua madre uffcialmente smetteva di farlo. E ce n’erano, di mani.
Ce n’erano tante. Chi ti toccava la fronte, chi ti teneva le gambe, chi ti ha preso la lingua. Tua cugina ti accarezzava i capelli. Tuo zio cercava di parlarti, è un fanatico della comunicazione lui, è uno di quelli che pensano che Cristo abbia resuscitato Lazzaro a parole. E tu forse eri il suo Lazzaro, sdraiata nella navata centrale della chiesa, ai piedi della bara di tua madre, con la faccia di una posseduta dal demonio, in preda alle convulsioni. Potevi morire e lui ti stava resuscitando. Svegliati, diceva. Svegliati. Non sapeva che era tutto sbagliato. Nessuno di loro sapeva che non avrebbe dovuto tenerti ferma perché potevi spezzarti le ossa, tanto eri rigida. Non sapevano che non si deve tenere la lingua perché con un morso avresti potuto staccarla e lasciargliela in mano. Non lo sapevano che era inutile cercare di svegliarti. Nel tuo oblio non sentivi niente. Anzi, ci eri caduta per non sentire niente. Non volevi svegliarti. Ti piaceva rimanere in quello stato sospeso dove nessuna cosa ha importanza e, anzi, avevi importanza solo tu. Tu, il soggetto di ogni frase. Tu, la protagonista di ogni ciak. Tu, che siccome tua madre è morta ti sentivi in diritto di impazzire sotto gli occhi dei presenti e cancellare tutto con un attacco epilettico.

Il peso minimo della bellezza
Azzurra de Paola