Omologazione e intolleranza/Le ballerine di Papicha

Chi ha mai potuto creare una città così?
Certamente un uomo che non ama né i colori, né il bianco, né il nero.

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“Il mondo di Algeri è un piccolo mondo, una tazzina di caffè.” Amaro aggiungerei.

Algeri come un mondo chiuso, come la descrizione di una qualsiasi nostra provincia in cui tutti si conoscono, o credono di conoscersi, si salutano e spesso si disprezzano. A mettere in luce questo strano sentimento di comunità è una famiglia molto chiacchierata nel quartiere per i comportamenti di alcuni dei membri, e altri personaggi alla famiglia in qualche modo legati. Conosciamo Adel, il figlio bello e maledetto, odiato dai suoi coetanei, e la bella Yasmine: due personaggi che ricordano un po’ quelli di Mapocho, come se la loro sofferenza sia dovuta alle grandi contraddizioni della città. Della madre non conosciamo il nome, il padre è morto già da diversi anni e poi c’è la figlia maggiore, una bellissima donna che ama la pittura e che è costretta a badare il marito uscito fuor di senno. Facciamo la conoscenza di Mouna, la bambina con le ballerine di papicha, l’unica che ancora non conosce le avversità della vita e che volteggia serena e spensierata nelle sue scarpette rosa. E poi ci sono giovani che si riempiono la bocca di grandi discorsi sul cambiare il paese o andare via, mostrando una violenza inaudita che mostra quanto sia radicato nella società un certo ideale e un conformismo senza eguali.

Chiudo gli occhi per non vedere la città sfilare davanti a me, per non vedere più le strade di Algeri la Bianca. Soltanto gli stranieri possono rimanere estasiati davanti al suo biancore. Io, che sono nata qui, che sono sempre vissuta in questa città, in cui certamente morirò, non ne vedo più il candore, la bellezza o la gioia di vivere, ma soltanto le buche che mi fanno sobbalzare sul sedile, i piccioni che mi lanciano gli escrementi sulla testa e i giovani disoccupati che che cercano di rimorchiarmi quando passo. Ah, dimenticavo: le vecchie! Le vecchie sceme per le scale, che mi consigliano di coprirmi di più. Le vecchie megere che, in autobus, mi prendono la mano e mi parlano dei figli che le fanno disperare. Le vecchie tarme odorose di menta o di rosa che ti si aggrappano al braccio, senza nemmeno avvertirti. Le vecchie cariatidi che gridano ordini, consigli, che si dibattono, si agitano, si innervosiscono.
Schifezza di vecchie. Schifezza di città!

Leggere questo libro è come profanare un diario segreto o ascoltare di nascosto confessioni costrette a rimanere nel cuore e nella mente. Significa scoprire i segreti di una famiglia e le grandi difficoltà di una città che tanta guerra ha dovuto subire, continuamente contesa tra volontà di emancipazione e un passato di violenza e pregiudizi. Sono proprio questi temi a prendere vita con tanta forza nelle parole di Yasmine, nel suo desiderio di essere libera di vivere la sua giovinezza senza imposizioni di alcun tipo da parte non solo del potere, ma della stessa popolazione ormai completamente in balia delle altrui decisioni, in una città che di bianco ha solo il colore dei palazzi, ma non ha nessun significato di purezza.

Ma a colpire forte è anche la madre, la cui assenza di nome proprio mi dà l’idea di un voluto distacco nei confronti del sentimento di famiglia che dovrebbe esserci, in un monologo furioso e sprezzante. Ritroviamo qui la volontà di omologazione che qualunque governo non democratico vorrebbe per i propri cittadini, un sentimento così grande e profondo di vergogna nei confronti dei figli così diversi dagli altri, tanto da portarla a fare il test del DNA per ben due volte per assicurarsi che non ci siano stati errori, da farne provare altrettanta a me di vergogna nei suoi confronti e in ciò che causerà.

“Sono proprio figli miei. Tutti e tre. Nutrivo la segreta speranza che uno di loro fosse stato malauguratamente scambiato in culla, ma non è così.”


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Collana: altriarabi migrante
Titolo originale: L’envers des autres
Traduzione di: Federica Pistono
ISBN: 9788887847543
Pagine: 76
Prima edizione: luglio 2017

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Nati sotto una cattiva stella/Mapocho

La morte è una menzogna, Fausto.
Mi sono strappato gli occhi eppure vedo ancora.
Non c’è via d’uscita, sono fregato.

Nascere a Santiago, nel sud del mondo, significa nascere sfigati. La Bionda lo sa, ricorda quando la nonna, con i suoi gatti, pregava la vergine ma questa era sempre girata dall’altra parte, offriva loro il suo sedere liscio e pallido. Erano sulla riva sbagliata del Mapocho, ancora più maledetti. Lei, l’Indio, Fausto e la Madre. Segnati.

Arrivano momenti della vita in cui l’unica decisione da prendere è quella di scappare, di lasciare la grande casa nel Quartiere, la nonna con i gatti e il marito, perché i figli hanno diritto a una speranza. Ma i ricordi non ti abbandonano neanche se continui a fuggire sempre più lontano, i ricordi e le delusioni sono un bagaglio costante di ferite che si rimarginano ma che hanno bisogno di un nulla per riaprirsi e bruciare. I due ragazzi vivranno in una casa su una spiaggia, lontano dalla loro patria, cresceranno con una bugia, con una morte nel cuore. Ma la morte è una menzogna, come la Storia.

“Le menzogne si costruiscono con le parole. Escono da una bocca indecente ed essendo fatte di lettere prendono vita nel momento in cui vengono pronunciate. Le menzogne hanno ali e volano come un avvoltoio, girano sulla carogna e si nutrono di quelli che non hanno anima, di quelli che non sanno, che non vedono o non vogliono vedere. Le menzogne ingannano. […]”

Lo inizio con curiosità e perplessità questo viaggio sul Mapocho, lasciandomi trasportare dalle sue acque torbide stesa in una bara, scorgendo a ogni curva pezzi di Storia e storie, reali o immaginate, simboliche, che roteano in una confusione impazzita nel tentativo di darsi un senso logico.

Nona Fernandez qui è al suo esordio di narratrice e spiazza tutti con una linguaggio ai limiti del volgare in alcuni casi, rendendo perfettamente la condizione di chi vive in un posto come Santiago, specialmente sotto la dittatura di Pinochet, e uno stile vorticoso, come se si trattasse di pensieri lasciati a briglia sciolta che si muovono a volte più lenti, altre volte con più velocità, seguendo le andature dell’acqua del Mapocho. I personaggi sono morti, ma appaiono perfettamente vivi, vividi, sofferenti. Ognuno ha la sua storia da raccontare, che si intreccia nella storia di un paese deturpato: la Fernandez racconta questa violenza attraverso poche frasi, riflessioni del singolo che riflettono quelle di un popolo, la rilegge raccontando quelle che possono sembrare leggende e fiabe inventate ma che rappresentano perfettamente il tracollo che ne è conseguito.
Ritroviamo personaggi e fatti che non conservano il proprio nome, ma sono riconoscibilissimi: il Colonnello che si impone con la forza e che spazza via qualsiasi differenza, per fare pulizia, o l’incendio dello stadio che nella realtà è stato un campo di prigionia per molto tempo. Non c’è scampo agli orrori, neanche i morti hanno pace a Santiago del Cile, il fiume putrido li rigetta ai suoi carnefici.

Ma la Storia qui non è solo una rivisitazione dal punto di vista dell’autrice: fa parte di quelle parole menzognere che ingannano. Trovo questo punto di grande attualità e importanza, quasi il vero senso del testo tutto: la storia ufficiale non è veritiera, non è reale. Fausto, il padre, inventore di storie per i bambini del Quartiere in tempi di luce, verrà sequestrato dai militari e costretto a riscrivere la storia del paese secondo le regole del regime, cancellando i punti più bui e oscuri e falsando la realtà. Che possibilità di redenzione può sperare chi è complice di un tale sfregio? Quale destino per una città il cui passato è stato cancellato?

“Tutto ciò che non ha trovato spazio nei volumi della biblioteca giace a terra tra polvere e sporco. Per tanto tempo Fausto ha conservato questi testi come una sorta di garanzia. Finché i suoi appunti fossero esistiti, una parte dell’uomo che era stato avrebbe vissuto dentro di essi.”

Io la vedo ancora la Bionda camminare per quelle strade così diverse, con una ferita alla testa da cui escono schegge e ricordi. Sento la sua confusione, i momenti di lucidità e di perdita di senso. Li vedo quegli strani personaggi aggirarsi come fantasmi e sento la presenza dell’Indio, sempre nascosto dietro i cespugli a prendersi cura di lei da lontano, anche nella morte, anche nel proibito di un amore maledetto.

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Collana: gran vía original
Titolo originale: Mapocho
Traduzione di: Stefania Marinoni
ISBN: 978-88-95492-44-5
Pagine: 212
Prima edizione: marzo 2017
Formati: brossura
Prezzo: 16,00 €

L’amara verità sulla vecchiaia/Rughe

“Un viso senza rughe è un cielo inespressivo, un pensiero superfluo.”
(Tahar ben Jelloun)

Credo che, a prescindere da tutti i discorsi su cosa sia o meno letteratura e quali libri siano validi o da evitare, se un autore o un testo ti danno emozioni, ti rimangono dentro a distanza di tempo, ti scuotono, valgono la pena, anche solo per te stesso.

Paco Roca, premiatissimo autore di graphic novel che in Italia abbiamo conosciuto grazie alla casa editrice romana Tunué, con me ci è riuscito. Nel suo breve libro “Rughe”, tradotto da Alessandra Papa, al centro della sua narrazione c’è Emilio, un ex funzionario bancario che andrà a vivere, per scelta del figlio, in un centro per anziani. Il tema che Paco Roca affronta è quello della vecchiaia in tutti i suoi aspetti più drammatici, ma lo fa con una dolcezza e una malinconia che non scadono mai nel patetico o nel forzato. Non c’è da aspettarsi colpi di scena o un finale a sorpresa, tutto si intuisce ma niente del racconto può rovinare una lettura così vera e amara.

L’autore ha visto con i suoi occhi come si vive in questi centri, che lui nel libro divide in due piani in base alla gravità della malattia: al primo piano ci sono i capaci, al secondo gli assistiti. Le giornate sono scandite solo dai pasti e dall’ora di andare a letto, nel mezzo è possibile guardare la televisione, qualche volta fare “palestra” e poco altro. Emilio non si rende subito conto di cosa gli sta succedendo, ma presto dovrà fare i conti con l’alzheimer, quella malattia degenerativa che pian piano ti fa perdere contatto con la realtà, tanto da arrivare a non riconoscere più chi ti è vicino o a compiere azioni imparate da bambini, come mangiare o abbottonarsi una camicia. Quando non ti rendi conto di soffrirne, a star male sono gli altri e, spesso, subentra anche il senso di colpa se figli e parenti non vengono a trovarti, ma quando sei tu stesso ad avere momenti di lucidità… beh, deve essere devastante.

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La forza di questa graphic novel per me è tutta nello sguardo, nelle espressioni e nelle rughe profonde di Emilio, che perfettamente risaltano in queste tavole perché ti ritrovi faccia a faccia con la consapevolezza di star perdendo capacità motorie e mentali, di essere un peso per gli altri e di non poter far niente se non lasciare che tutto prosegua come deve.

Forse la stretta al cuore che ho sentito è dovuta a una situazione che conosco nella realtà, di mio nonno che vedevo sempre sorridente e che ora appare confuso e spaesato. È lontano ma ricordo bene il cammino della malattia e il suo essere sempre meno presente. I suoi sguardi vuoti, la sua rabbia immotivata mi colpivano profondamente e mi sentivo totalmente incapace di dargli sollievo.

Leggetelo questo piccolo tesoro, non lasciatevi fermare da ciò che racconta. Paco Roca fa riflettere ma riesce anche a far ridere con i suoi personaggi strampalati, piccole gag e una pazza corsa in automobile organizzata da Miguel, personaggio davvero riuscito e di grande importanza nel finale, e sorridere trascinandoci nel passato degli anziani del centro, con una dolcezza che cancella qualsiasi sentimento di compassione e pietà si possa provare a conoscere una realtà come questa.

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Cittadini di serie/Cittadinanza in vendita

“Il nostro paese è il mondo e la cittadinanza l’umanità intera.”
WILLIAM LLOYD GARRISON

Avete mai pensato a cosa significhi cittadinanza? A cosa comporti essere italiani, europei? È un concetto di cui possiamo conoscere la definizione tecnica ma, nel pratico, almeno io, non saprei spiegare cosa voglia dire sentirsi parte di qualcosa di così grande e che comprenda tante persone diverse dalla propria cerchia.

Edwars Said disse: “Ancora non sono riuscito a capire cosa voglia dire amare un paese.” È la condizione di chi non ha radici, non ha una patria. Ma noi il nostro paese lo amiamo davvero? E non parlo di lavorarci, o viverci, o lamentarsi di tutte le brutture da cui è colpito, che è quello che oggi fa la maggior parte di noi. Qui si tratta di essere cittadino, sentire il paese come la propria casa, difenderlo a ogni costo.

Edward Said non poteva amare e, come lui, tantissime persone nel mondo che vivono e lavorano in un paese ma non ne fanno ufficialmente parte: gli apolidi. La giornalista Atossa Araxia Abrahamian, nel suo saggio, parte dalla sua condizione di cittadina del mondo, senza patria né madrepatria, una condizione che la faceva sentire libera e privilegiata, senza barriere e limiti, per cercare di mettere luce su cosa sia, oggi, davvero la tanto agognata “cittadinanza globale” e quanto questo legame che tanto viene decantato tra cittadino e Stato sia cambiato.

“Cittadinanza in vendita”, pubblicato da “La nuova frontiera” con traduzione di Angela Ricci, non è un titolo scelto per destare curiosità, qui si parla di vero e proprio business di passaporti, di vendita e di guadagno di cifre inimmaginabili. La vendita di cui si parla va in due direzioni: abbiamo, da una parte, quella che riguarda i passaporti che i ricchi acquistano per avere facilitazioni di spostamenti nel mondo e quindi per i propri affari, e poi la compravendita di passaporti da parte di alcuni paesi per risolvere il problema degli apolidi. Uno dei casi più eclatanti e di cui si parla nel libro riguarda gli Emirati Arabi che, per risolvere la questione bidoons, decidono di acquistare per loro la cittadinanza cormoriana: isole sconosciute ai più, vero paradiso terrestre ma completamente abbandonate a se stesse. E in cambio? Investimenti nelle isole per raggiungere un grado di civiltà adeguato prima, e farle diventare una meta turistica poi. Un guadagno per entrambe le realtà si potrebbe pensare… sicuramente per chi ne ha fatto un lavoro e un business, e per l’1% della popolazione che può arricchirsi.

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E se ci soffermassimo, invece, a riflettere su cosa significhi tutto questo per i bidoons? Immaginate di essere rifiutati dal paese in cui vivete e lavorate, magari anche al servizio dello Stato, e un giorno vi ritrovate cittadini di un posto che non individuate neanche sulla cartina, senza avere alcun diritto su quel luogo e senza neanche doverci vivere, o visitarlo per conoscenza. È una presa in giro, per dirlo in parole povere. Però hanno una cittadinanza riconosciuta. Però non hanno diritti. E la libertà di circolazione in un mondo in cui esiste una gerarchia di passaporti, alcuni dei quali ti rendono facile l’accesso a tantissimi paesi e altri sono di classe B o C?

Il mondo è nelle mani dell’1% della popolazione. È per i cittadini di serie A, con denaro e credenziali adeguate. Io immagino già un mondo chiuso solo per loro, perfetto, e i problemi degli altri rimangono degli altri.

Il tempo ti ammazza/Grandi momenti

La depressione è come una corazza di dolore, talvolta. Altre volte, è il contrario.
Ti fa vibrare l’interno della pelle per venti gelidi, fino a ucciderti.

Io non lo so come parlare di questo libro. Sono mesi che ci giro intorno, lo riprendo, tento di sedermi al computer a scrivere ma le parole mi sfuggono. Sia chiaro, mi è piaciuto, mi ha colpita e mi ha spiazzata.

Tutto comincia, o forse finisce, con un infarto. E io mi chiedo: cosa significa sopravvivere con la consapevolezza che saresti potuto morire? La mia domanda non è casuale perché è capitato anche a una persona cara. Però io sono dalla parte della famiglia in apprensione. Ma l’infartuato? Come reagisce? Franco Scelsit si muove in questo suo stato depressivo tra cardiopizze, controlli in ospedale, corse folli con l’auto e la scrittura. È un tempo sospeso, quasi distante da sé.
La narrazione non segue un ordine cronologico e forse questo riesce maggiormente a trascinare il lettore nella psiche del protagonista. Ma chi è Scelsit? Un uomo giunto alla mezza età che odia la vecchiaia, ha paura della morte ma rischia con la sua auto super veloce. È un uomo che si sente ancorato agli anni ’70-’80 e quindi non ha alcun legame con una Milano poco ospitale. È un fallito che di storie ne ha avute poche, vive con una madre pressante e il fratello, vuole fare lo scrittore ma i suoi libri “seri” non gli hanno portato fortuna e quindi si ritrova a scrivere con uno pseudonimo dei gialli da autogrill.

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Divenni un uomo che col proprio lavoro ci campava e benissimo, e certe insoddisfazioni più o meno svanirono. Anche se si insinuò in me una frustrazione nuova, quella dello scrittore che col proprio nome non riesce a farsi strada, mentre vince e convince con un’altra identità, nemmeno fosse il figlio – illeggittimo e paraculo – di se stesso.

Tra autobiografia e invenzione, le poche pagine di “Grandi momenti” pongono il lettore davanti a uno stato da cui il protagonista sempre non volerne uscire. E si aggrappa ai ricordi e alla rabbia che nutre verso un padre morto vent’anni prima al confine con la Jugoslavia, reo di aver rubato dei soldi. La rabbia per l’abbandono e per quello che sembra un comportamento egoistico, portano la follia a uno stato di allucinazione: Scelsit riconosce il padre in una lepre che più volte gli appare davanti la macchina ma troppo veloce da prendere, più veloce di qualsiasi macchina lui decida di comprare.

Chiamatela fiction o non fiction, ma l’opera di Franz Krauspenhaar esce dai canoni della letteratura italiana di questi anni, sia per un tono diretto e senza peli sulla lingua, sia perché pone al centro della narrazione la sensazione di solitudine di un uomo che sente solo il peso di non scelte fatte e di una inadeguatezza di fondo che aggiunge dolore su dolore.

Nonostante i lutti, le umiliazioni, gli insuccessi e anche i successi, io non vedo, in fondo, nient’altro che un cratere. nemmeno grande: un cratere seminascosto in mezzo alla campagna. E nessuno tranne me si accorge di quel cratere. La verità è questa.

Le sorelle misericordia/La malattia è un ghetto

Non sai mai quando hai giocato la tua ultima partita. Meno che mai, la tua migliore.

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Sapete cosa significa convivere come una malattia come la SLA? E cosa succede dopo aver avuto la visione della Madonna in una delle partite di tennis più importanti della vostra carriera?

Marco Ciriello se lo domanda e tenta di dare delle risposte attraverso la storia di due sorelle, Laura e Cristiana, condensando in poche pagine riflessioni sulla vita che non raggiungono mai il pietismo.

Laura è una tennista al culmine della carriera che lascia il campo dopo aver visto la Madonna, abbandonando la partita che potrebbe consacrarla sul campo senza dare molte spiegazioni, per correre a sostenere la sorella Cristiana, malata di SLA. Sono due persone tanto diverse: Laura religiosissima, pura e casta, che sceglie di accudire la sorella credendo nel miracolo di una possibile guarigione attraverso la fede e la preghiera. Cristiana ha perso quel poco che aveva: una “semplice” laurea in Economia e commercio, tre storielle andate male e la possibilità di godere del successo della sorella, vittima di una religiosità diventata quasi ossessione. E si sente infastidita dal suo desiderio di volerle stare accanto rinunciando a ciò che aveva costruito e dal non capire cosa significhi la sua condizione.

La malattia è un ghetto […] Vieni deportata e rinchiusa contro la tua volontà in un mondo differente, che non ti  appartiene e che ti è ostile, e ti ci devi abituare, devi provare a sopravvivere reinventando la tua vita su regole che non fai tu. […] Anche perché poi diventa lager, è un percorso degradante e senza speranza, almeno per le malattie come la mia, si ripete quasi a conferma.

Chi mi conosce sa quanto la questione lager mi tocchi, eppure non ho trovato questo paragone offensivo. Parlare da estranei e puntare il dito è sbagliato; io non conosco la sofferenza ma credo che la sensazione di impotenza sia la stessa. E finché non c’è la volontà di ridurre avvenimenti storici di tale portata a qualcosa di meno terribile rispetto a qualsiasi altro dolore, sentirsi in balia di altre persone in un percorso di annullamento, proprio come nel caso dei deportati, non ha nulla di sbagliato.
Così come credo che la speranza sia un sentimento così difficile da tenere vivo in condizioni di annichilimento come queste. Ecco che l’autore ci pone di fronte al tema dell’eutanasia, nel nostro paese così ostacolato, però ci passa davanti silenzioso, senza far rumore, almeno in apparenza; la sua forza è nel non essere portatore di condizionamenti o di giudizi, ma di una verità che non può essere ignorata.
E Dio? Dove è Dio? Per Laura è in ogni dove, per Cristiana è assenza, assenza di speranza.

Esattamente come in un match, le due sorelle si confrontano su convinzioni così diverse e distanti, parlando più per silenzi o per domande lasciate lì, in sospeso, consapevoli della difficoltà di potersi aprire e trovare un punto d’incontro. Ci provano con un viaggio a Barcellona che segnerà la fine… o l’inizio.

C’è un’irreversibilità nella malattia che nemmeno la scienza riesce a vincere,
altro che rosari e messe.

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La realtà della mia generazione/Trenta per zero

Dov’è la linea di demarcazione?
Dov’è il confine tra la certezza di avere una speranza e la consapevolezza di aver fallito?

Inizio la scoperta di una realtà editoriale palermitana con un libro piccolo ma interessante. Mara Di Tella, nel suo Trenta per zero, condensa il pensiero di una intera generazione: quella dei trentenni di oggi, ma che rispecchia anche la mia, di poco inferiore.

L’autrice ci catapulta nella vita di una ragazza che ha appena compiuto i fatidici “trenta” e nelle sue giornate ordinarie. A una prima occhiata potrebbe sembrare un racconto sulla crisi dell’età in cui finisce la giovinezza, in realtà c’è molto di più.

Iniziamo la nostra avventura nel letto della protagonista, durante un rapporto con il suo compagno, in cui lei si ritrova a fingere un piacere che non arriva. Ci muoviamo con lei per le strade di Roma, di una città che dello splendore tanto decantato ha ormai poco. Ci infiliamo nella sua testa, nei pensieri di una donna che speranza non ne ha, nel futuro, in se stessa, nella società. E io, in realtà, un po’ come lei mi ci sento. Lei sogna di fare la scrittrice, io di lavorare nell’editoria. Una follia, forse, in questi anni di nulla.

Lei ancora all’università, ad apprendere passivamente, solo per superare l’ennesimo esame che ti avvicina alla laurea. Esattamente come io ho sentito i miei anni di studio. Però nel libro un professore che tenta di accendere la miccia c’è; il professor T. che tenta di dare forza a degli studenti che non hanno più la forza di manifestare, di ribellarsi alla staticità del mondo, di confrontarsi e di conoscere. Si sente paralizzata la protagonista, alienata; si muove insieme a tutti gli altri, raggiunge i posti che deve raggiungere quasi come un automa. Tira a campare con i venti euro delle lezioni a un bambino, riesce a vedersi un film al cinema con il ragazzo grazie ai soldi della pensione del padre di lui, vive in una casa con i genitori e la sorella di quaranta anni, al centro di Roma, in una catapecchia che hanno avuto grazie al lavoro del padre, portinaio del palazzo.

Mara Di Tella racconta con lucidità la situazione di noi giovani, la nostra perdita di speranza, la nostra impossibilità a realizzare i sogni, la disperazione e la solitudine in cui ci troviamo.