Blogtour “Kids With Guns”

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“Kids With Guns”, esordio di Julien Cittadino, giovane artista torinese in arte Capitan Artiglio, è una graphic novel in cui si mescolano elementi provenienti dalla società industrializzata e altri che richiamano la preistoria, il western e il misticismo, con un risultato interessante e funzionale alla narrazione.

Bravissimo disegnatore, attento ai particolari, ha saputo dare alle illustrazioni un tocco personale ma che richiama gli anni ’80 e ’90, ricco di citazioni che faranno gola agli appassionati di fumetti e di cartoni, o agli amanti della buona musica. I colori, poi, riempiono davvero la pagina, spesso mettendo in secondo piano la storia.

Due sono i punti che hanno attirato maggiormente la mia attenzione. Il primo è il titolo, che subito mi ha riportato alla mente la questione delle armi in America e di tutte le immagini che i media ci riportano, di bambini addestrarti a sparare. Non so quanto questo collegamento sia stato voluto dall’autore, ma i rimandi sono tanti così come la scelta di mettere al centro della vicenda del primo volume una bambina senza nome  e senza voce, di cui non si conosce l’identità né la provenienza, ma che presto si troverà a dover fare i conti con la durezza della vita. “Adottata” da uno dei tre fratelli Doolin, dei banditi, si ritroverà a essere ricercata per aver difeso il padre con un taglia che farebbe gola a chiunque, segno anche di come i media, e qui tante sarebbero le parole da spendere e un plauso all’autore va fatto, siano così potenti da alterare la realtà anche a scapito dei più indifesi. Così piccola ma già coraggiosa e bravissima a sparare, verrà addestrata per diventare il dito più veloce del west così da potersi difendere.

Un’eroina nuova quelli nata dalla fantasia di Capitan Artiglio, anonima per quanto riguarda il suo passato e il suo aspetto, ma che sin dall’inizio si farà amare e temere per la forza di volontà e la strenua difesa degli affetti. Efficacissimi in questo caso i tratti e le espressioni, in grado di parlare al lettore senza bisogno di alcuna parola.

“Kids with guns
Kids with guns
Taking over
They won’t belong
They’re mesmerized
Skeletons
Kids with guns
Kids with guns”

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KIDS WITH GUNS
Tre fratelli fuorilegge, su un pianeta dove umani e sauri convivono (mica tanto pacificamente). Ciascuno di loro ha ricevuto un teschio con poteri mistici. Uno di loro ha ricevuto anche… una bambina, che non parla e non ha nome, ma che ha imparato molto bene a sparare. Il west incontra la preistoria, la società dei media e grosso guaio a Thunderat City, nel libro di esordio dell’enigmatico e bravissimo disegnatore noto al mondo semplicemente come Capitan Artiglio, qui nella veste di autore completo.
CAPITAN ARTIGLIO, nome d’arte di Julien Cittadino, nasce a Torino il 18 gennaio del 1993.
Nel 2013 inizia a lavorare come grafico e illustratore per locandine di concerti e copertine di dischi, collaborazioni che lo portano a lavorare con artisti come Rancore & Dj Myke e Murubutu.
Disegna da sempre vignette e fumetti, ma solo nel gennaio del 2016 rende pubblico il suo lavoro adottando lo pseudonimo di “Capitan Artiglio” (omaggio al videogioco Claw), postando regolarmente sui social. Oltre a Kids with guns, attualmente sta lavorando ai testi della serie online Sappy (disegni di Oscar e colori di Albhey Longo) per l’etichetta digitale Wilder.

Kids With Guns” Book Blog Tour
5 tappe, dal 2 al 12 marzo 2018!

Un modo per conoscere meglio il nuovo libro di Capitan Artiglio, Kids With Guns, edito da BAO Publishing, attraverso una serie di recensioni e interviste che vi sveleranno, secondo diversi punti di vista, i lati più interessanti di questo graphic novel!
Il libro sarà presentato in anteprima alla fiera Cartoomics di Milano dal 9 all’11 marzo 2018 e sarà disponibile in libreria dal 15 marzo.

Per il giveaway, saranno estratti 3 vincitori o vincitrici tra i partecipanti.

Ognuno/a di loro vincerà:
– 1 copia di 
“Kids With Guns” con dedica disegnata dell’autore
– 1 poster esclusivo del libro

C’è tempo per partecipare al giveaway dal 2 al 12 marzo 2018, poi procederemo con l’estrazione dei tre vincitori.

Per partecipare e poter vincere bisogna:
– Mettere mi piace alla pagina Facebook BAO Publishing
– Diventare lettori fissi/seguire i blog/vlog partecipanti
– Commentare tutte le tappe del blog tour
– Compilare il form con i dati (per il giveaway)
– Condividere il Blog Tour sui social


“Kids With Guns”
Capitan Artiglio

Book Blog Tour
2-12 marzo 2018

2 marzo
Ever POP
www.everpopblog.blogspot.it
Recensione e annuncio giveaway

5 marzo
Il colore dei libri
www.ilcoloredeilibri.blogspot.it
L’ambientazione del libro

7 marzo
Ju Caffè
www.jucaffe.blogspot.it
5 motivi per leggerlo

9 marzo
Emozioni in font
www.emozioninfont.com
Recensione

12 marzo
Oh ma che ansia
www.ohmacheansia.blogspot.it
I personaggi femminili del libro

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Vorrei essere sommersa dalla bellezza/ La leggerezza

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«Per tentare di sopraffare questa impotenza, devo tornare all’inizio. Cos’è lo “spirito di Charlie” per me? È ridere dell’assurdità della vita, divertirsi insieme per non aver paura di niente, e soprattutto non della morte.»

Intorno 11.30 del mattino del 7 gennaio 2015 a Parigi succede qualcosa.
La libertà di espressione viene colpita.
Il 7 gennaio 2015 il giornale satirico “Charlie Hebdo” viene preso di mira per la sua pungente satira nei confronti di Maometto da due affiliati di Al-Qaeda: 12 morti tra cui gran parte della redazione.

Chaterine Meurisse, autrice di “La leggerezza”, arrivato in Italia grazie alla Clichy con la traduzione di Tommaso Gurrieri, racconta il punto di vista di una sopravvissuta per un banale ritardo al lavoro. Il suo punto di vista. All’indomani del massacro, l’incredulità e lo shock per un colpo del genere lasciano il posto alla desolazione interiore: “mi sento vuota come una vongola” dirà in una vignetta, senza alcuna capacità di sentire, di vedere le bellezze della vita. Di ricordare, come se quel giorno avesse annullato ogni momento passato.

Dover vivere sotto scorta e con il terrore che nulla sia finito, guardarsi intorno e ricevere solidarietà e tanti “je suis charlie” senza che nessuno possa realmente comprendere la portata di un tale gesto, porta inevitabilmente a una solitudine interna difficile da colmare. L’autrice riesce con i colori e i semplici tratti a mostrare il dolore e il disfacimento di una mente e di un corpo che non sono più in grado di reagire.

«Perché imporci un minuto di silenzio in omaggio alle vittime? Quello che ci serve è un secolo di rumorosissima collera!»

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Arriva, però, un momento in cui la rassegnazione si trasforma in rabbia e la volontà di riprendere in mano la vita si fa più forte. Catherine, nel suo libro, decide di ricercare il bello nell’arte, nelle opere di grandi scrittori francesi o tra le bellezze di Roma. Ma la soluzione è più semplice di quanto si possa immaginare: «Una volta allontanato il caos, la ragione si riprende e l’equilibrio insieme alla percezione è ritrovato. Si vede meno intensamente, ma ci si ricorda di aver visto. Conto fermamente di restare sveglia, attenta al minimo segno di bellezza. Questa bellezza che mi salva restituendomi la leggerezza.»

Una graphic novel in cui ironia e tristezza trovano un perfetto equilibrio e una forma che non ha bisogno di tante parole per mostrare come eventi del genere facciano crollare idee e valori, mettano in discussione l’umanità tutta e la loro possibilità di salvarsi. Si galleggia in un limbo, si cercano solidità che si pensava fossero state perdute e si riparte da piccole cose per tornare a credere. Non c’è modo migliore di non dimenticare proseguendo per la strada iniziata insieme.

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Profilo dell’autore: Hamlin Garland

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«Non sono mai stata via di casa una notte, nei tredici anni che siamo stati in questa fattoria, e fu lo stesso in quegli altri dieci che passammo a Davis. Per ventitré anni, Ethan Ripley, sono rimasta inchiodata alla stufa della cucina e alla zangola senza un giorno o una notte di libertà.»

Hamlin Garland nacque nel 1860 nel Wisconsin, in una fattoria a West Salem. Come il padre, anche lui lavorò la terra, ma si appassionò alla letteratura tanto da frequentare il college.

Nel 1884, una volta venduto un lotto di terra, decise di andare a Boston dove divenne un insegnante così da potersi dedicare alla lettura: “Dai miei pasti ritornavo al mio tavolo in biblioteca e leggevo fino all’ora di chiusura…”

Joseph Edgar Chamberlin lo descrisse, all’epoca, come un uomo di grande bellezza e singolarità, giovane ma con un peso sullo spalle dovuto ad anni di studio; infatti partecipò a conferenze e insegnò letteratura.

Il 1887 fu un anno di svolta per Garland: l’amicizia con Howells lo convinse a scrivere e tornò dai genitori nel Middle West. È allora che la vita della fattoria e dei contadini si presentò a lui in tutta la crudezza, la stanchezza e la povertà. Presero forma i racconti contenuti in “Main-Travelled Roads” (Racconti dal Mississippi) e in “Prairie Folks”, certamente il punto più alto della sua opera insieme all’autobiografia “A Son of the Middle Border”, una sorta di ribellione nei confronti di quella vita. Sviscerati completamente i temi a lui cari, raggiunta una certa sicurezza economica, iniziò a scrivere romanzi di diverso registro e di minore fortuna e intensità.

Ma qual era l’idea di narrativa di Hamlin Garland?4c884ecdc70a7.image.jpg

Credeva che bisognasse superare i classici per rinvigorire la letteratura americana, e credeva nell’obiettività della vita reale “anche a costo di essere impietosa, cioè a costo di considerare gli aspetti più squallidi della vita”. Questo realismo fu da lui chiamato “veritismo”:

“Scrivete di quelle cose che conoscete meglio e che vi stanno più a cuore.
Facendo così sarete fedeli a voi stessi, fedeli al vostro paese, fedeli al vostro tempo.”

Il veritista non ha bisogno di modelli perché guarda e descrive la realtà, la natura e la vita. Deve dire sempre la verità, e per farlo deve raccontare anche il dolore e la miseria. Ma sono solo le persone sane a essere descritte, i valori sani, escludendo persone malate, violenze, vizi e sensualità.

I racconti di Garland, scritti con uno stile semplice e senza fronzoli in cui a far da padrone è l’influenza dell’ambiente sui personaggi, vengono presentati da Howells come “historical fiction” perché sono una cronaca della disfatta, delle privazioni e delle difficoltà dei pionieri che colonizzarono i terreni del Middle West.


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Tutte le tappe:

👉venerdì 2 febbraio, 1° tappa: Reader for blind -> La storia editoriale;
👉giovedì 8 febbraio, 2° tappa: I calzini spaiati/Veronica Giuffré -> Video lettura;
👉giovedì 15 febbraio: 3° Tappa: Emozioni in font/Viviana Calabria -> Profilo dell’autore;
👉giovedì 22 febbraio: 4° Tappa: Reader For Blind -> Il racconto Una strada secondaria;
👉giovedì 1 marzo: 5° Tappa: Sotto la copertina (Ornella Soncini/Lucrezia Pei) -> InstaScroll;
👉martedì 6 marzo: 6° tappa: Martina Marzadori -> video commento sulla creazione della cover;
👉sabato 17 marzo: 7° tappa: Libreria I Trapezisti -> Presentazione del libro!

Se siete interessati a questo testo, lo potete trovare a 8,90 € invece di 12,90 €, solo per la durata del blogtour, e solo per le prime 100 copie (ormai sono 74) al link: bit.ly/2BKZHSb

Soli insieme/La manutenzione dei sensi

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«Le ore di cammino nella notte erano le preferite di Martino. Nessuna domanda, nessuna parola, solo occhi spalancati, piccoli gesti e passi misurati per non fare rumore; inizialmente impacciati poi sempre più fluidi, naturali fino a essere parte di quel momento e di quell’ambiente. Come i rami sottili d’arbusto che tremolano al vento lieve, un cumulo di neve che diventa liquido e trasparente e si immerge nella terra, un pipistrello in caccia che sfreccia silenzioso tra gli alberi. I nostri sicuri cammini notturni, ben diversi da certi nebbiosi e inquietanti ritorni a casa nelle serate milanesi, erano contemplati da Martino come “la manutenzione dei sensi”.»

 

Se dovessi usare una parola per descrivere questo libro senza ombra di dubbio sarebbe “salvifico”. Per i lettori, forse, perché potrebbe portare una comprensione dei rapporti umani. Per i personaggi sicuramente.

La storia, narrata in prima persona, ci parla di un uomo che, dopo la morte della moglie, osserva la sua vita con un certo distacco. Vive a Milano e scrive, ha una figlia che presto partirà per inseguire la carriera e Martino, un bambino di 8 anni da accudire per dargli una vita migliore, lontano dall’orfanotrofio. La vita in città inizia ad andare stretta a Leonardo che decide di trasferirsi in montagna, in una grande casa che ha fatto costruire in “memoria” della moglie Chiara e lì, tra i monti silenziosi, si compirà un piccolo miracolo.

Ho parlato di salvezza perché i tre protagonisti saranno, l’uno per laltro, un appoggio fondamentale per la vita. Nina lo sarà per il padre, perché con la sua risata e la sua giovinezza, lo costringerà a occuparsi di lei una volta soli e lo sarà per Martino, che troverà calore e amore in una famiglia. Martino e Leonardo si salveranno a vicenda: Leonardo, poco convinto di questa scelta, si renderà conto che Martino è entrato a far parte della famiglia senza fare rumore.

«Io, considerandolo una persona che da un giorno all’altro sarebbe potuta andar via, lo guardavo con un po’ di distacco, non mi facevo coinvolgere, lo lasciavo fare. Forse era per questo che in qualche modo gli piacevo, guadagnandomi, a volte, immotivati sorrisi, che affioravano da chissà dove.»

E la montagna riuscirà a crearlo questo legame perché i suoi silenzi e i suoi tempi rilassati accoglieranno i loro caratteri chiusi e solitari, i loro passi stanchi o pensierosi, potranno scegliere di aprirsi agli altri o rimanere tra le mura del loro rifugio. Vivranno la vita che hanno scelto e questa scelta, condivisa, li aiuterà a trovarsi e capirsi. E la Sindrome di Asperger, che può tanto spaventare, viene qui descritta come un modo di essere che nulla a che vedere con la malattia. Martino diventerà un adolescente taciturno ma con tanta voglia di fare, brillante in ciò che ritiene di utilità e interesse, farà grandi passi nei rapporti con le altre persone smussando quei modi di fare più scontrosi, trovando nel lavoro nei campi e in Augusto un importante sostegno per questo percorso verso la vita.

«Sì, ha quasi otto anni. Un bellissimo bambino, con un carattere che giudicheresti subito perfetto. Parla pochissimo, si fa sempre i fatti suoi, non ama le smancerie, è adattabile, non si lamenta mai, dove lo metti sta. Ha l’aria smarrita di un sognatore… il tuo ritratto spiccicato.»

 

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L’assenza presente/A misura d’uomo

“…si ritrova ad allungare una mano sul suo viso, a percorrere la cicatrice con un dito, a sfiorare la sua colpa sulla faccia di Davide…”

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In Emilia-Romagna, all’interno di un immaginario triangolo che collega Modena, Reggio Emilia, Parma e Mantova, sorge Fabbrico con il suo verde, il parco giochi, l’acquedotto e il cimitero con quella lapide nera e il nome in oro e le case sempre uguali, solo più vecchie.

A Fabbrico trascorrono le vite di Davide, Anela, Valerio, Mario ed Elena, Luigi, Giovanni, Bice, Maddalena e poi “lei, la sposa, sua moglie” e  il marito, indissolubilmente legati tra di loro per essere rimasti o tornati in quella città “a misura d’uomo” e per i rapporti che intercorrono. E per Davide, costante ricordo e assenza presente nei loro giorni.

Roberto Camurri racconta di uomini e donne nei loro gesti quotidiani, descrivendone ogni istante, ogni particolare in assenza di dialoghi, come se dovesse accadere qualcosa di irreparabile da un momento all’altro. Quando quel qualcosa avviene, nel momento in cui un equilibrio si spezza e si ricompone, non vi è riscontro nella lettura: è l’ordine naturale delle cose, fa parte del ciclo della vita e di questo l’autore ne fa un punto di forza. Il racconto prosegue, cambia punto di vista, ma non subisce interruzioni creando subito un nuovo quadro, una nuova istantanea in cui immergere lo sguardo.

“Dopo l’incidente Valerio era partito per la città e lei era rimasta sola. Davide non aveva mai detto nulla di quella notte, di cos’era successo, e lei lo aveva maledetto per quello, per il suo silenzio, aveva maledetto se stessa per per non avere avuto il coraggio di andarsene, per non aver smesso di amarlo, per essere rimasta a guardarsi nello specchio del bagno dicendosi che lei, alla fine, era quella che rimaneva.”

Su tutto aleggia un senso di perdita, di sconfitta e di tristezza che rende anche i bei momenti, il ritrovarsi di Anela e Valerio e la nascita della figlia, sbiaditi, soffocati, in un ridimensionamento della felicità che porta dentro un senso di colpa nei confronti di Davide, un tradimento di entrambi nei suoi confronti che frena quella gioia di avere una famiglia unita grazie a un amore sempre esistito ma che ha visto la luce soltanto con la morte.

Ogni ritratto, ogni episodio di quello che può essere definito “romanzo in racconti”, porta alla luce un’umanità che conosce l’amicizia, quella che va al di là di ogni cosa, anche della morte, che impara dagli sbagli e che non si vergogna di tornare indietro. Di quell’umanità che si lascia andare all’alcool dimenticandosi della persona che era, dell’amore che aveva, fino a non riconoscersi negli occhi dell’altra. Di donne che non vogliono figli perché la malattia le ha spezzate, che credono di potersi permettere soltanto amori a metà, ma poi succede l’inevitabile e si aprono gli occhi. Di uomini piegati alla vecchiaia, che non accettano di non potersi bastare nonostante anni di guerra, e che di fronte alla violenza del fascismo che tanto hanno rifiutato, cedono. Di coppie ormai cadute troppo in basso, il cui rapporto si basa sulla sopportazione e la morte lo rende più facile. Di uomini e donne che rimangono insieme nonostante la mente non risponda più come dovrebbe.
Di noi.

“Mario pensa a Davide, pensa a dove sarà, se si sarà svegliato nel frattempo, e pensa a come starà, se sarà venuto a cercarlo, se avesse voluto dirgli qualcosa, e poi gli viene in mente cosa si sono detti ieri notte, ho fatto una cazzata, pensa, e gli sale un’ansia che fatica a controllare.
[…]
E Mario si gira e vede una lapide nera, vede il nome scritto d’oro, e si inginocchia davanti al nome scritto d’oro di Davide, davanti al suo viso sorridente e incorniciato.”

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Tolstoj tra romanzo e vita privata/La felicità domestica

“Ma la nostra vita non riuscì però inferiore ai nostri sogni. Non austerità di lavoro, compimento del dovere, sacrificio di se medesimi, vita per gli altri – quello insomma che io immaginavo da fidanzata; al contrario, c’era un solo egoistico sentimento di amore l’uno per l’altro, un desiderio di essere amati, una costante giocondità senza perché, e oblìo d’ogni cosa al mondo.”

La felicità domestica di Lev Nikolaevic Tolstoj, pubblicato per la prima volta nel 1859,  dieci anni prima del più celebre “Guerra e pace”, oggi viene riproposto da Fazi nella traduzione di Clemente Rebora.

Non so bene come parlarvi di questo libro: innanzitutto reputo importante la lettura del testo in questione per conoscere scrittura e tematiche dell’autore prima di giungere alle sue opere più note e ambiziose. In secondo luogo, consiglio il libro a chi ama i personaggi femminili e le storie incentrata sulla psicologia dei personaggi più che sulla descrizione di vicende: non vi sono, infatti, colpi di scena o situazioni di una certa importanza.

Pur non potendo dirmi soddisfatta della lettura perché la trama mi è risultata troppo semplice, anche forzata in alcuni punti (un innamoramento nato dal nulla, una rabbia quasi eccessiva tra i due che si appoggia su discussioni quasi assurde), ritengo sia interessante la visione dell’amore e del matrimonio di Tolstoj, che si ritroverà nei suoi lavori successivi e nella sua vicenda personale.

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Da quel giorno ebbe termine il romanzo di me con mio marito. L’antico sentimento si è ridotto a una cara rimembranza di cosa senza ritorno, mentre un nuovo sentimento di amore verso i bambini, e verso il padre dei miei bambini, ha segnato l’inizio di un’altra vita, ma ormai ben altrimenti felice, nella quale io migro ancora al momento attuale…”

Maŝa, giovane di 17 anni orfana, vive in campagna con la sorella più piccola. A stravolgere il suo stato di profonda solitudine e tristezza giungerà Sergèj Michàjlic, tutore e grande amico del padre, che si innamorerà di lei. La stessa Masa, nonostante la differenza di età e la scarsa frequentazione con lui, si innamorerà a sua volta. I due si sposeranno poco dopo per poi trasferisci nella casa della madre di lui, sempre in campagna. Dopo un iniziale periodo felice, arriveranno per Maŝa lunghi mesi di noia e solitudine che verranno compresi dal marito, tanto da spingerlo a trasferirsi con la moglie a Pietroburgo. Qui avverrà il vero distacco della coppia poiché Maŝa inizierà a far vita mondana, una vita che il marito detesta anche per le relazione che si creano, assolutamente false e di facciata. Inizierà per i due un periodo di silenzi, occhiate furtive e di tristezza nonostante la nascita di due figli. Maŝa deciderà di tornare in campagna sperando di poter recuperare l’amore del marito.

Questione di età, di idee e di esperienza. Maŝa e Sergej hanno vent’anni di differenza: lui è ormai un uomo adulto, con tutte le sue esperienze di vita, con una certa conoscenza di amore e matrimonio; un uomo che ha solo voglia di una vita tranquilla tra la natura, una moglie al suo fianco dedita alla famiglia e alla casa, che viva quindi per gli altri.
Maŝa è giovane, è bella, sta muovendo i primi passi in una nuova vita, in una città ricca; ha ragione di non voler perdere alcuna occasione di conoscere e sperimentare, di riempirsi gli occhi delle novità del mondo. Non aveva mai amato prima ma certamente la sua idea di questo sentimento e del matrimonio era idilliaca: passione, gioco, complicità. Sentir venire meno in poco tempo questo tipo di rapporto genera in lei tristezza, desolazione e sensi di colpa verso un marito a cui si è votata, per cui si mostra in società, accudisce e compiace suonando e leggendo in un continuo desiderio di migliorarsi per compiacere colui che, più che marito, appare sino alla fine come un tutore. Un innamoramento che non sfocerà mai in amore, ma in affetto, in una necessità di compagnia da parte di lui. Nulla tornerà come prima. Tutto l’amore si riverserà sui figli e lui diventerà solo il padre dei suoi bambini.

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La lettura mi ha incuriosito e portato a far ricerche, permettendo di intrufolarmi nel privato del suo autore.

Ma cosa c’entra la vita privata di Tolstoj? Egli sposò Sof’ja Tolstaja nel 1862, quando lei aveva 18 anni e lui 34, dopo una settimana di fidanzamento. La donna sarà costretta a trasferirsi in campagna dopo aver passato l’adolescenza a Mosca, stravolgendo il suo stile di vita, ora monotono e noioso. I 48 anni vissuti insieme saranno costellati dalla nascita di 13 figli e numerosi litigi. Diverse sono le voci che girano sui due, anche in seguito alla pubblicazione dei diari di Sof’ja. Pare che soffrisse da sempre di paranoie, tanto che alla fuga di lui tentò anche di suicidarsi. Fu una donna che offrì se stessa al marito, totalmente, mettendo da parte sogni e ambizioni per dedicarsi alla casa, ai figli e alla riscrittura dei manoscritti di Tolstoj, attività che la appassionò molto.
I litigi in casa erano all’ordine del giorno e riguardavano la gelosia, pare che Tolstoj le fece leggere i suoi diari appena sposati in cui aveva descritto i suoi rapporti con le donne, il testamento, l’economia familiare, a un certo punto lo scrittore iniziò a rifiutare i compensi per i suoi scritti perché iniziò a credere in una vita povera, e per i caratteri certamente difficili. Un altro motivo di disaccordo fu la pubblicazione di “La sonata a Kreutzer”, dissacrazione del matrimonio, a cui lei rispose con “Amore colpevole” in cui è forte la difesa dell’istituzione.
Ma l’amore, dalle lettere, era forte tra i due. Tolstoj pare che gliene scrisse circa 900 e in ognuna esprimeva il suo bisogno di avere la donna al suo fianco, musa ispiratrice dei suoi lavori e compagna di vita.

“Vi è un solo modo per essere felici: vivere per gli altri.”

Un dolore lungo una vita/Il primo Dio

“Il dolore deve essere la cosa più importante della mia vita.”

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Se vi dicessi che uno dei maggiori scrittori statunitensi di inizio ‘900 è italiano? Sono certa che il nome di Emanuel Carnevali sia ai più sconosciuto, e lo è stato anche per me fino a qualche mese fa, quando D editore ha deciso di riportarlo in patria.
“Il primo Dio” fu scritto da Carnevali durante il periodo di malattia, contrasse un’encefalite letargica, nel 1922. Morirà in un modo alquanto singolare: soffocato da un pezzo di pane.

Il testo in questione è un romanzo autobiografico in cui l’autore non manca di parlare della sua infanzia, della miseria patita, della follia forse gonfiandone la portata, ma è utile a comprendere l’etichetta di “poeta maledetto” che gli è stata affibbiata.

Dopo la morte della madre, per tetano, che lo costrinse a vivere di ristrettezze e dolore, conoscerà il padre, un uomo “nero dentro e fuori”, incapace di provare amore ma assolutamente in grado di far del male. Verrà spedito da lui in collegio fino scappare negli Stati Uniti, a solo 16 anni, dove troverà una breve fortuna fino a impazzire e tornare in Italia, dove morirà nel 1942.

Il testo è stato diviso in cinque parti che segnano i momenti fondamentali della vita di Carnevali. Il Bianco simboleggia l’infanzia dolorosa e il ricordo del latte d’asina che gli davano da bere, ma il bianco è anche il colore di quella “piccola luce sempre accesa” di speranza che le cose possano andare meglio.

Il Rosa rappresenta gli anni del collegio e delle prime esperienze sentimentali, di amore adolescenziali, distaccati, ma anche di amore vero e appassionato, quello per Giovanni. “Ma, benché odiassi il posto, io mescolavo il mio amore per il Canal Grande a quello per Giovanni: lui e Venezia erano gli splendori della mia vita”. Una sessualità ambigua la sua, ma certamente difficile in tempi in cui era davvero un peccato.

Il Nero è un colore che richiama il buio, il vuoto e la tristezza e segna il periodo vissuto a New York, la miseria e i numerosi e faticosi lavori che ha dovuto sopportare per poter avere un letto e un pasto. È anche il periodo in cui rivede il fratello ma le cose non vanno troppo bene, sono gli anni del matrimonio che non avrà un risvolto positivo. Ma sono soprattutto gli anni in cui la delusione maggiore è l’America, quel naufragare del sogno americano in cui tanto aveva sperato. “Quei famosi grattacieli altro non erano che enormi scatole che si ergevano davanti a noi, oppure di lato, terribilmente futili, spaventosamente poco importanti, tanto comuni che si sarebbe potuto credere di averli già visti in un altro posto.”

Ma “Chicago” e “L’Italia”, le ultime due parti del libro, riguardano il vero punto di svolta dell’autore che passa da un successo importante a un declino inevitabile, sino a raggiungere il punto di non ritorno.

Maledetto, sfortunato, Emanuel Carnevali meritava di far conoscere la sua voce anche qui. In America è ancora considerato un rappresentate importante della letteratura di quel periodo da alcuni suoi colleghi che di fortuna ne hanno avuta di più; nel suo periodo peggiore, quando una forma di follia prese il sopravvento sulla sua psiche, non fu abbandonato nonostante gli atteggiamenti spesso fastidiosi che aveva, e gli fu anche pagata una clinica molto costosa che tentava di curare questi suoi problemi. Carnevali arriverà perfino a immedesimarsi in Dio, nel Primo e Unico Dio di se stesso, il solo a poter decidere il proprio destino.

Una scrittura poetica in alcuni tratti, ironica ma che per me manca di quella disperazione, di quella forza che immaginavo, forse dovuta al fatto che il protagonista, nonostante le sofferenze e le difficoltà patite non ha mai smesso di tentare, di andare avanti senza sosta accettando ogni difficoltà, combattendo per quel bisogno impellente di scrivere che lo ha portato al successo per poi sgretolarsi in poco tempo. Che sia orgoglio o altro, è certo che Carnevali conosceva bene il perdono.

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