Cambiamenti/Un anno di scuola

“Gli sembrava d’avere il cuore pieno di parole, eppure quando si trattava d’aprir la bocca non sapeva che cosa dirle.”

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Anche se l’anno 1909-1910 è così lontano da me, la fine della scuola ha la stessa capacità di stordimento in ogni epoca. Ma a Trieste, nel ginnasio comunale Dante Alighieri, a scombussolare gli animi sarà soprattutto Edda Marty: prima donna a entrare in una scuola maschile, subito dopo la legge.

“Io dico che se quella monella viene in classe nostra, ci rovina tutti.”

Mai parole furon più vere perché Edda Marty farà innamorare tutti con la sua allegria, la freschezza di quegli anni e la libertà che ostenta. Metà slava e metà tedesca, agognava la libertà più di tutto il resto. I genitori la portarono a Trieste da Vienna, dove invece lasceranno la figlia maggiore. e la iscrissero in un liceo femminile. Ma la vita indipendente che in Austria le era permessa costituiva un ricordo ancora vivido e il suo carattere non poteva sopportare alcuna chiusura. Ecco perché fu decisa a iscriversi all’ultimo anno del liceo maschile e volare, poi, verso l’Università, lontana dalla gretta provincia italiana. In classe si trovò subito a suo agio nonostante i compagni le girassero intorno continuamente, ma era un piccolo prezzo da pagare per raggiungere i suoi obiettivi. Un giorno come tanti la sorella tanto amata tornò a casa perché aveva una brutta malattia della quale, poco dopo, morì. Ed è qui che Stuparich rende perfettamente la vita di una piccola città:

“La gente era scandalizzata. Questa volta poi la misura traboccava. Quella fanciulla non rispettava ormai nemmeno i morti. In molte famiglie, soprattutto nelle famiglie delle antiche condiscepole di Edda Marty, non si fece per più giorni che parlare del funerale della povera sorella di lei. Anche in quella occasione andar a provocare, a calpestare tutti i riguardi umani e sociali! Ma s’era mai visto una parente, una sorella seguire un feretro, vestita a quel modo?”

Come è facile giudicare quando qualcosa non si confà a ciò che si reputa giusto, che la società ha imposto come canone, come regola e come è semplice credere sempre di esser noi all’altezza. Neanche il dolore riesce a fermare la lingua, a creare vicinanza a chi vive di apparenza. Edda Marty amava sua sorella, aveva vegliato per intere notti accanto al suo letto trovando, la mattina, la forza di sorridere ai suoi compagni e di andare in gita con loro per cacciar via, nell’aria, il suo acuto dolore. Aveva accettato, inerte, la serenità della sorella e ben fissati nella mente i suoi consigli e i suoi desideri: “seppellitemi in un pezzo di terra sconosciuta” aveva detto, senza preti e funerali. Ma i genitori non avevano voluto esaudire i suoi ultimi desideri, così Edda aveva tentato di persuaderli, si era vestita di bianco per rabbia anche nei confronti di genitori che non avevano fatto nulla per contrastare i capricci della sorella. Una forma di amore disperato il suo, che aveva anche finito per darle ancora più tristezza avendo attirato sguardi e malelingue sulla sua famiglia.

“Mantieni la tua libertà di coscienza e di azione, è preziosa e noi ce la siamo conquistata a duro prezzo. Ma sappila usare, meglio di me che l’ho sprecata. Non fidarti del mondo. L’altro pericolo che abbiamo in noi è d’illuderci facilmente, di credere a tutto. No, non credere agli uomini se prima non t’abbiano dato una grande prova.”

Ma saranno proprio gli uomini a far vacillare la sua ferrea volontà di rimanere libera. Sarà Antero, il compagno di classe più silenzioso e riflessivo, chiuso in se stesso, a rubarle il cuore. Durante uno dei loro incontri nel giardino di casa di Edda, prima di far ritorno a scuola dopo la morte della sorella, lui le confidò il suo amore con un bacio. E poi tanti baci, senza mai saziarsi. Si inebriavano di quel primo amore così forte, così avido. Erano felici, passionali, avevano trovato l’uno le braccia dell’altro, ma lo facevano di nascosto per goderne appieno e, forse, per non creare scompiglio in classe. Ma per Antero questa gioia diventa presto amara, la gelosia si fa spazio senza chiedere permesso. Ben presto Pasini, un ragazzo della classe, tenterà di uccidersi perché non ricambiato da Edda. E allora lei, che vedrà in questo gesto una prova d’amore, deciderà di sacrificare il suo amore per Antero pur di risollevare le sorti di chi per lei ha sfiorato la morte.

“Lo studio era il prezzo della sua libertà, la scienza che l’attraeva era il campo dei liberi rapporti con gli uomini; ella non voleva esser dominata, ella non voleva rispondere che a se stessa della propria vita.”

Le incomprensioni, la durezza della vita riporteranno Edda Marty sul binario che aveva scelto di seguire. Sarà la madre di Antero, disperata per il figlio, a chiederle di lasciarlo stare, di lasciarle il figlio per cui tanto si è sacrificata e che ha visto allontanarsi da lei. Un gesto di egoismo e di amore il suo, ma che aiuterà Edda a ritrovare la sua libertà e l’intera classe a terminare quell’anno di scuola così importante con una forza maggiore. Perché l’ultimo anno di scuola è uno spartiacque tra il prima e il dopo, tra l’adolescenza e la maturità; arriva il momento delle scelte e dei programmi futuri che, Stuparich, fa esprimere soltanto alla giovane protagonista. I ragazzi, seppur profondamente attaccati al paese e alla causa triestina, sembran rassegnati a non avere aspirazioni.

Se di finzione sembra si tratti, in realtà l’autore si è concesso qualche libertà rispetto ai veri avvenimenti biografici che racconterà in una lettera alla moglie e che viene riportata nel testo.

Quodlibet riporta in libreria un racconto drammatico ma narrato con leggerezza e dolcezza, con cui è facile sorridere e commuoversi oltre a poter ritrovare un po’ di noi, ricordando il primo amore e gli anni di scuola. Stuparich descrive la sua Trieste attraverso i paesaggi e le stagioni, in un periodo di cambiamenti profondi, di emancipazione femminile creando una figura di donna dominatrice e non dominata, di donna pronta a imporre i suoi diritti ma senza sentirsi meno forte perché bisognosa di amore.


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Giani Stuparich
Un anno di scuola
Quodlibet
Pagine 96
€ 13,00
ISBN 9788822900814

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Le verità nei versi/Plath e Hrabal

Le grandi idee del Novecento in piccoli libri che concentrano l’essenza del pensiero di persone che hanno immaginato altri mondi e prospettive diverse.

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“Sorbonne”, collana della casa editrice Clichy, è un omaggio all’Università di Parigi, simbolo di cambiamento e di idee. Con i suoi libriccini appare manifesta la volontà di non disperdere l’apporto che uomini e donne hanno dato attraverso le loro opere, senza paura di dar voce a diversi e innovativi punti di vista.

Gli ultimi volumi pubblicati sono incentrati su due scrittori: Sylvia Plath e Bohumil Hrabal: inglese lei, ceco lui. Due personaggi, vissuti durante grandi sconvolgimenti mondiali, con in comune un grande amore per le lettere e una spiccata sensibilità per il mondo circostante. Entrambi morti suicidi.

“Un’attenta lettura delle opere di uno scrittore fa capire molto di più la sua personalità che la conoscenza della sua biografia, perché in quest’ultima si riflette quel che egli ha in comune con il resto dell’umanità, nelle sue opere invece quello che ha di diverso.” Veniamin Aleksandrovič Kaverin

I volumi, oltre alla biografia essenziale degli autori che ripercorre i momenti più significativi della vita privata e pubblica, alle fotografie e a passi significativi delle loro opere, raccontano l’essenza dei personaggi dal punto di vista dei curatori; un tentativo, si potrebbe dire, di indagare in profondità l’anima della persona e cosa abbia voluto lasciare di suo nelle opere portate alla luce. Quale significato si nasconda nelle parole che leggiamo e quanto la vita privata abbia realmente influito sulla loro letteratura.

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Bohumil Hrabal

Alberto Schiavone è il curatore del volume sullo scrittore ceco. Hrabal nacque solo quattro mesi prima lo scoppio della prima guerra mondiale, quindi fu spettatore dei più grandi disastri che il nostro mondo ha dovuto affrontare. Le sue opere subiranno in più occasione una stretta censoria da parte del partito comunista, ma tenterà, come lo stesso Kaverin, di ricevere il consenso del partito rivedendo alcune sue informazioni; l’episodio non solo non porterà alla pubblicazione ma sarà mal visto da lettori e altre personalità pubbliche.

Ciò che vien fuori è la figura di un “trascrittore di ciò che lo circondava”, come si è sempre definito, che lasciava entrare nelle opere tutta la sua vita: gli affetti, i ricordi, le esperienze e i luoghi. Mai distaccato nei confronti dei personaggi o degli eventi che raccontava né dalla realtà della Storia in cui era immerso, amava dar voce al quotidiano come, per esempio, alla vita di osteria: fu lui stesso un grande frequentatore del luogo ma non, come molti hanno malevolmente affermato, per bere ma perché li considerava luoghi di incontro di “uomini comuni”, di chiacchiere, di risate ma anche dove è possibile guardare da vicino la miseria dell’uomo. 

“L’unica cosa di cui si può aver terrore al mondo è ciò che si è calcificato, il terrore delle forme rigide, morenti.”

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A curare il volume su Sylvia Plath è Leonetta Bentivoglio: uguale organizzazione, ma l’analisi che ne fa è più corposa ed è divisa secondo delle parole-chiave fondamentali nella vita e, quindi, nella poetica del personaggio.

Innamorata delle lettere sin da bambina, inizierà presto a scrivere e a essere pubblicata. Nonostante il riconoscimento alla sua capacità di scrittura, riceverà alcune delusioni che vivrà come cocenti sconfitte, arrivando anche a tentare di uccidersi prima della morte voluta e trovata.

Sylvia Plath appare come una donna posseduta da un demone poetico, una passione così forte che riversa nella scrittura. La sua sensibilità è tale che “sente ricadere su di sé, come un martirio, la vastità del dolore provato dagli altri, e non solo dalle persone”. Il tentativo di legare i suoi gesti e la sua poesia alla sola vita privata risulta, quindi, semplicistico: sono i mali del mondo a colpire e far soffrire la scrittrice che sembra quasi sentirsi depositaria del dolore dell’umanità nonché interprete attraverso le parole. Non è, però, da escludere che l’assenza del padre e le delusioni, oltre la violenza, del marito abbiano avuto non poche ripercussioni sulla sua psiche.
Un altro elemento che con forza si manifesta riguarda il modo in cui Sylvia Plath affrontava la vita. La Bentivoglio parla di “recita”, di finzione che le serve per sopravvivere. Non si sente, difatti, una donna remissiva, casalinga e brava moglie come la vorrebbe la società; anche l’amore, quel sentimento così universale, viene da lei vissuto in maniera “istituzionale”. E la recita non si ferma neanche davanti alla morte: la sua è una fine teatrale ma, a leggere questo volume, si direbbe la più naturale delle conclusioni.

E se un punto di contatto ulteriore vogliamo trovare tra le due figure analizzate, questo riguarda sicuramente i figli: contatto sì, ma visioni opposte.
Per Hrabal la famiglia e i figli sono più importanti di tutto il resto, “ma se uno non ha figli, che può fare? Continuare a scrivere per curarsi della tetraggine e dell’abbandono”.
Secondo la Bentivoglio per la Plath, invece, “la maternità riduce il suo ruolo alle porche incombenze giornaliere”. La gravidanza è un “orrore”, come scriverà nei Diari, e i figli soltanto un peso e un ingombro al suo fervore poetico.

Appare chiaro, al di là di qualsiasi analisi, l’importanza dei due scrittori e il clamore che le loro sorti hanno avuto. Io non posso far altro che leggere le loro opere e consigliare di fare altrettanto.


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Sylvia Plath. Il lamento della regina
a cura di Leonetta Bentivoglio
Clichy
Collana: Sorbonne
Pagine 128
€ 7,90
978-88-6799-118-1

 

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Bohumil Hrabal. Il macellaio sembrava un gufo
a cura di Alberto Schiavone
Clichy
Collana: Sorbonne
Pagine 96
€ 7,90
ISBN: 978-88-6799-418-2

Il coraggio di sparire/A proposito di Majorana

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«Sparire. Non era la prima volta che mi sentivo prendere da un impulso del genere. Sparire per non dover più affrontare gli ordini del capo, le umiliazioni, dei colleghi e gli assurdi progetti matrimoniali imbastiti da Ana, la mia fidanzata. Sparire come segno di vittoria sugli impegni e i problemi, di liberazione, del dissolversi di tutti i vincoli e le preoccupazioni a cui ci condanna un’esistenza materiale e corporea.»

Ci vuol poco a Ernesto Aguiar, redattore di necrologi, accettare un’indagine che lo porterà a Napoli sulle tracce di Ettore Majorana: basta non avere alternative. Ma se all’inizio l’incarico gli pesa, consapevole di essere sempre una figura di poco conto al giornale e per le difficoltà di dover comunicare un viaggio a un mese dal matrimonio, oltre al fatto di trovare assurdo compiere una ricerca su di un uomo scomparso 80 anni prima, una semplice parola cambia le carte in tavola.

Sparire.

Non sarebbe tutto più semplice? Svanire in un attimo, senza fornire spiegazioni di alcun tipo o affrontare situazioni non desiderate… Liberarsi di tutto. È bastato questo desiderio ad Aguiar per decidere di raggiungere l’Italia a bordo di una barca a vela di un vecchio amico di scuola. Ma i viaggi, la lontananza dall’involucro sicuro che ci si era costruiti, si sa, ti cambiano: l’idea di lasciar perdere il lavoro e proseguire sulla Victoria in compagnia di Ross il Biondo e la sua volontà di redenzione, forse in Turchia o senza toccar terra se non per brevi periodi. Li immagino così, con Ross al timone e il sorriso rivolta a prua ed Ernesto immerso nella lettura di manuali di fisica e testi che hanno tentato di dare una spiegazione al mistero della scomparsa del fisico. Li sento ridere e discutere sulle leggi della fisica o sulla possibile soluzione del caso, su Dio e quale sia la scelta giusta da compiere. Ma arriva il momento in cui una decisione deve essere presa, e Aguiar a Napoli ci arriva,  ma a nuoto. Si sveglia vicino al porto, solo, di Ross non vi è traccia e la barca sta per andare a sbattere contro gli scogli. Raggiunge, così, la città ma avrà una brutta sorpresa: diventerà il primo indiziato della morte di Ross il Biondo, fino a quando non sarà rinvenuto il cadavere.

«Majorana non ci ha pensato su, Majorana l’ha fatto.»

È qui la differenza tra chi sceglie e chi lascia che le cose vadano come devono: coraggio? Non lo so, quel che è certo è che abbandonare tutto è da pochi, e forse si deve arrivare a un punto di non ritorno, all’oblio perché possa rivelarsi la scelta migliore da fare.

Aguiar a Napoli incomincerà la sua indagine grazie all’aiuto del commissario Salvatore Esposito, un poliziotto ben voluto ma preso in giro perché non promosso nonostante i suoi anni di servizio: è uno di quei poliziotti che non possono fare carriera perché cercano la verità a tutti i costi, non sono semplici funzionari di polizia che cercano di chiudere il caso in fretta prendendo per vere le statistiche dei casi e lasciandosi sopraffare dalla mole di lavoro. Conoscerà anche Valeria a cui, dalla meravigliosa vista che si gode da Castel Sant’Elmo, dichiarerà silenziosamente i suoi sentimenti.

Javier Argüello ha la capacità di mescolare diversi generi per porre l’accento sulla vita dell’uomo e su quanto le scelte di ognuno di noi siano ben lontane dall’essere totalmente libere. Chi di noi non vorrebbe poter riscrivere almeno parte della proprio vita o conoscere e, così, modificare il futuro?

Che sia Napoli, o l’amore, o ancora la stessa figura di Majorana, il protagonista non può far a meno di porsi domande, di essere invaso da dubbi e dal desiderio di essere diverso, di fare scelte consapevoli, di “andare fuori gioco” per poter capire cosa davvero vuole da se stesso. Sarà proprio questa sua riflessione personale a portarlo alla possibile risoluzione del caso del grande fisico. Nessun suicidio dunque, nonostante tutto porti a pensare alla scelta più ovvia perché si trattava di una figura chiusa, solitaria, un genio, che, grazie un esperimento, aveva reso possibile la fissione nucleare. Per Aguiar la decisione di sparire era dovuta alla sua volontà forte di vivere secondo le sue regole e i suoi istinti, e lo aveva fatto.

«Se i ragazzi di via Panisperna andavano verso la fisica, Majorana ci viveva dentro, come se attraverso le equazioni non cercasse di risolvere un segreto estrinseco che spiegava i misteri dell’universo, bensì un segreto interiore che lo riguardava personalmente.»

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In un continuo raccontare i cambiamenti avvenuti in se stesso, tra la calma del mare e l’attracco su un’isola e l’esperienza a Napoli, Argüello ci parla di tutti di noi, dei nostri desideri e dei rimpianti. Ci permette di riflettere sulla vita, sulla inconsistenza della realtà attraverso la fisica, e su quanto seguire i proprio istinti, alle volte, sia un passo verso qualcosa di diverso, anche migliore. E forse, tutto questo pensare e interrogarsi, ha la sua origine nella città meravigliosa e contraddittoria di Napoli in cui basta muoversi di pochi passi per trovarsi davanti a uno spettacolo del genere, o sbucare tra la gente che passeggia per le vie del centro o ancora scoprire una piccola perla di arte. Ma basta anche poco per essere catapultati in mezzo allo strombazzare di clacson o alle file alla posta o, ancora, in spiacevoli episodi di ingiustizie. Napoli è così:

«Mi sembrava un brulicare di vita e di storia dove la realtà era più reale che in qualsiasi posto avessi mai visto, come se, paragonandole a Napoli, tutte le altre città in cui ero stato peccassero di leggerezza. […]
Mi sembrava che in quelle strade si potessero ravvisare tutti gli aspetti della civiltà occidentale e moderna, il commercio e la guerra, l’onore e il tradimento, l’alta erudizione e l’stinto di sopravvivenza più animale. E per me personalmente rappresentava una sorta di laboratorio dove ogni mia convinzione veniva messa alla prova, un’esperienza da cui trarre una lezione,come se in un certo senso tutto facesse parte di un piano ordito da qualcuno per darmi la possibilità di osservare la mia vita da una prospettiva diversa, una prospettiva che offriva ai miei occhi avvenimenti e individui nella loro vera dimensione affinché io giungessi, con un pizzico di fortuna, a vedere me stesso.»


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Javier Argüello
A proposito di Majorana
Voland edizioni
Tradotto da Tiziana Camerani e Francesco Ferrucci
Pagine 336
€ 16,00
ISBN 978-88-6243-203-0

Lettere da Endenich

Non ha mai dormito da solo, dice, da quattordici anni non può dormire senza compagnia, come un bambino, deve sempre avere qualcuno accanto.

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Le prime notizie di Robert Schumann lo tratteggiano come un bambino spaesato perché si ritrova in un posto nuovo e senza le persone che gli erano accanto. Si potrebbe pensare a una semplice abitudine dovuta al vivere per tanti anni con una persona, se non fosse che in quel momento il compositore era stato portato a Bonn, al manicomio di Endenich, dove lui stesso aveva più volte chiesto di essere internato.

Ma cosa è successo al grande compositore tedesco? Filippo Tuena porta alla luce lettere e pagine del diario della moglie Clara, nel tentativo di ricostruire gli ultimi anni di vita di Schumann e di dare una spiegazione ai suoi stravolgimenti emotivi e mentali.

Tante congetture, molti tentativi di dare un nome alla malattia che lo aveva colpito, ma nessuna verità. Al di là della figura e del genio, quello che emerge è un ritratto spezzato, frammentato di un uomo che ha assistito, consapevolmente, alla deriva della sua mente. Affiora, dalle lettere, un animo raffinato e colto, un desiderio di ritrovare negli oggetti a lui cari, libri e partiture, un po’ di casa e di se stesso nella piena coscienza di sé.

Le lettere che scambierà con gli amici, la moglie e le figlie, permesse solo sei mesi dopo il ricovero, mostreranno uno Schumann che ricorda con affetto i suoi cari, ma un po’ distaccato. Basti pensare alla nascita di un figlio avvenuta quando lui era già a Endenich, di cui si rallegra ma che scompare poi nelle successive lettere. Chiederà spesso informazioni su amici che non vede più e manderà i suoi saluti, forse in un tentativo di non essere dimenticato. Ricorrenti sono i riferimenti ai lavori di due amici musicisti e della moglie Clara, importante sulla scena forse più del marito, che continuerà la sua carriera e accrescerà la sua fama. È incomprensibile la decisione dei medici di isolare completamente il musicista, considerato che le visite furono permesse tardi e la moglie lo vide soltanto due giorni prima della fine: la solitudine, soprattutto se imposta, non ha nessun effetto benefico su una persona. Schumann non parlerà mai di questo suo stato d’animo e del suo dolore nelle lettere, forse perché consapevole di esser lette prima dai dottori o per un vero e proprio distacco dalla realtà, di cui sembra accorgersi soltanto a tratti. E non è chiaro come una moglie, che si professa tanto innamorata e affranta per le sorti del marito, non abbia mai insistito per rivederlo. Dal carteggio e dalle pagine di diario emerge, anzi, una donna desiderosa di salire alla ribalta della scena, pubblica e privata, concentrando su di sé tutta l’attenzione; se, infatti, è Schumann a essere rinchiuso a Endenich senza possibilità di guarigione, sembra Clara la più colpita e la persona a cui riservare compassione per quanto accaduto. Nulla appare chiaro nella vicenda, e c’è un punto ancor più oscuro che si presta a diverse congetture:

30 dicembre [1854], lettera di Robert, una gioia e una afflizione assieme. San Silvestro sola con Johannes! Taccio sui sentimenti con cui entro nel nuovo anno e con cui mi sono lasciata alle spalle quello vecchio, pesante, indescrivibilmente infelice. Cosa porterà questo nuovo? Riuscirò a riavere la mia felicità? Riuscirò mai a ripossederla tutta intera? Che Dio lo conceda! 

La verità è lontana dal dispiegarsi, ma il lavoro di Filippo Tuena ha potuto dare ai lettori, conoscitori o meno dell’arte del maestro, l’idea di quanta sofferenza possa patire un uomo: di come sia possibile sopportare il  disfacimento di corpo e mente, in poco tempo, fino a non aver più capacità di comunicare se non attraverso parole strascicate, di non aver più la forza di suonare e di comporre come si è fatto per tutta la vita, di aver dimenticato la sua vita “fuori, di non avere risposte.
Che almeno i segni e le rotte sugli atlanti abbiamo lasciato spazio all’immaginazione di essere in altri posti, liberi, fuori dalle mura di una stanza. Non è, in fin dei conti, un desiderio che abbiamo tutti?

Una volta fece segno inequivocabile di volerla abbracciare, gettando un braccio intorno a lei. Da tempo non riusciva più a parlare normalmente, si potevano comprendere solo singole parole (più spesso un farfugliare). Già questo, però fu una fortuna per lei.


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A cura di Filippo Tuena
Robert Schumann, Lettere da Endenich
ItaloSvevo edizioni
Traduttore: Anna Costalonga
Pagine 108
13,00 €
ISBN: 978-88-99028-23-7

Ritrovare se stessi/A caccia nei sogni

Come fratelli cresciuti insieme, affrontarono la questione serissima dei genitori che si comportano in modo bizzarro e dei figli che cercano di reagire come meglio possono.

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Se in La fine dei vandalismi Tom Drury ha poggiato lo sguardo su una umanità tanto variegata, A caccia nei sogni ci permette di conoscere meglio le vite di una famiglia poco convenzionale da una parte, assolutamente tipica dall’altra.

Lo sguardo dell’autore si restringe su Tiny Darling, l’ex marito di Louise nonché uomo poco raccomandabile, che si fa chiamare Charles. Ha abbandonato il suo nomignolo per riacquistare la sua identità, il nome da uomo. È sposato con Joan adesso, e con lei ha un figlio, Micah. In famiglia, oltre al fratello Jerry che si innamorerà di una ragazzina, farà la sua apparizione Lyris, figlia di Joan, da lei abbandonata quando era piccolina.

A volte ho l’impressione che quello che dovrei diventare sia scritto sulla parete di fondo dell’universo e che si stia allontanando da me alla velocità della luce.

Drury ci racconta di vite semplici, insignificanti se guardate nell’insieme ma importanti perché sono vicine a ognuno di noi. Ci parla di insoddisfazioni, di dolori e di scelte.

Charles, pur rimanendo un uomo capace di rubare e di farlo con piacere, mostra il suo lato tenero e dolce con la figliastra Lyris, dimostrandole un affetto da padre: “Il meglio che possiamo fare è ricordarci l’uno dell’altro e, per amore del cielo, fare una telefonata quando vediamo che è tardi”. Insieme a lui seguiremo il suo animo ferito per la lontananza di una moglie che tanto gli aveva dato e per essersi reso conto tardi di aver lasciato andare una persona importante, senza aver fatto nulla per dimostrarle amore.

Joan riprende con sé la figlia abbandonata incapace di darle una spiegazione. È una donna confusa, disillusa, angosciata per un mondo in cui “un ragazzo spara al suo migliore amico” e bisognosa di ritrovare la sua luce nella notte della contea. Neanche il desiderio riuscirà a riportarle serenità; come Louise, deciderà di allontanarsi dalla sua famiglia abbandonando i figli, convinta che “la sua famiglia l’avrebbe aspettata. Joan agiva sulla base della frequente illusione secondo cui, in sua assenza, la vita delle persone a lei vicine avrebbe assunto un andamento circolare”.

Micah, un bambino che ha paura del buio della sua casa ma non quello della contea, silenziosa e solitaria ma illuminata dalla luna e dai lampioni. Non ha paura di girare da solo, ma sente su di sé il peso di una situazione che lui non comprende, e la mancanza della madre in casa fa vacillare le sue certezze.

E infine Lyris, la giovane donna che è stata affidata a più famiglie, girando come una trottola, per poi ritrovarsi dalla madre biologica che l’aveva rifiutata e da cui ben poco si sente amata. Ma è meglio di niente, poter fermarsi finalmente in un posto, ancora meglio se può essere chiamato casa.

Forse qualche residuo dei pensieri di Joan era rimasto impigliato tra i suoi vecchi abiti, e la mente di Lyris sarebbe riuscita ad assorbirlo. A quel punto, magari, avrebbe potuto capire.

Tom Drury non perde la sua prerogativa di utilizzare un linguaggio quanto meno emozionale possibile, lasciando poche frasi a significare il tutto, sentimenti, emozioni e stati d’animo. Ci parla di amori finiti o di momenti di stasi, di tristezza del cuore e sentimenti di impotenza. Di dubbi, di errori, di egoismo ma soprattutto di mancanza di comunicazione. Non lascia sgorgare parole che possano raggiungere un climax, generare pietismo o lasciare il lettore alla sua personale visione. È un dolore pacato, intimo, che turba il cuore ma che non si lascia scoprire da un osservatore esterno, e che trova risposta, forse solo nei sogni. A caccia nei sogni.


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Tom Drury
A caccia nei sogni
NN Editore
Traduttore: Gianni Pannofino
Pagine 240
18,00 €
ISBN: 978-88-99253-69-1
In libreria da: 02-11-2017

Squarci di vite ordinarie/La fine dei vandalismi

Le dicerie possono durare a lungo a Grouse County oppure riproporsi ciclicamente,
come le stagioni.

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Quando sento pronunciare la parola America la mia fantasia inizia a lavorare incessantemente. Non sono le grandi città ad attirarmi verso quel paese così tanto discusso, ma quei piccoli stati in cui, si dice, non ci sia nulla. L’Iowa fa parte del mio immaginario da sogno: prati infiniti, chiesette, alberi e villette a due piani con grandi finestre e porticati in cui sostare nelle sere d’estate, su un dondolo. Un po’ influenzata dai film un po’ affascinata da un tipo di vita così diversa dalla nostra, leggere di Stati Uniti, per me, è anche un po’ esserci.

In Grouse County ho ritrovato questa familiarità di paesaggi e di stili di vita. I personaggi creati dalla penna di Tom Drury si muovono in una contea, questo piccolo spazio che dà l’idea di essere chiuso in se stesso, un po’ svagati e sempre con la lentezza che caratterizza luoghi piccoli e di provincia, in cui le dicerie e le voci si diffondono con il vento.

Si avverte quell’intimità familiare, come entrare in ogni casa e sedere al tavolo del soggiorno a bere una tazza di tè, prendendo parte alla giornata tipo di ognuno di loro. È facile, così, ritrovarsi tra i battibecchi di una coppia o a estenuanti riunioni, assistere al fallimento di un negozio o a una esercitazione dei pompieri, più bravi a spegnere gli incendi da loro appiccati per esercitazione. Ci si trova di fronte a una grande comunità di persone così diverse ma in grado di vivere la semplicità di quella vita che gli si offre. Tom Drury mette in scena una rappresentazione quasi grottesca del passare del tempo, dando a ogni personaggio una sua caratterizzazione tra l’ordinario e il bizzarro, senza che questi due elementi possano essere distinti. Si fa presto a sentirsi a casa e a non considerare pazzie dialoghi e comportamenti che ben poco rientrano nella normalità di ognuno di noi, e anche nei romanzi a cui siamo abituati.

Definirlo romanzo corale non è esatto: ognuno ha la sua voce e il suo ruolo, qualcuno ritorna mentre altri vengono lasciati indietro con il loro pezzetto di storia. Tutti lavorano per dare l’idea di comunità, ma ci sono Louise, Tiny, Dan e Mary che si impongono su tutti.
Tiny, all’inizio ladruncolo e vandalo, divorzierà da Louise iniziando un percorso per ritrovare una identità e comprendere quanto quella donna fosse parte di sé.
Mary, la madre di Louise, con cui condividerà piccoli momenti familiari e litigi, ma che non si tirerà indietro nel momento del bisogno.
Louise e Dan, amici, amanti e poi marito e moglie, condivideranno piccole gioie e grandi dolori.

La gente si domandava che cosa ci trovasse Louise in uno come Dan. Ovviamente, lui aveva i suoi pregi. Forse non era particolarmente efficace nella lotta contro il crimine, ma nella maggior parte delle situazioni si comportava in maniera apprezzabile, cosa di cui non tutti i tutori dell’ordine sono capaci. […] La domanda riguardava soprattutto Louise, che si era fatta una certa fama di persona avulsa dal paese e dai relativi affari.

Ogni evento verrà descritto con una asciuttezza di stile sorprendente e spiazzante; nessuna parola di troppo o sbavatura nei dialoghi, non si avverte quasi il senso di angoscia o di agitazione che i personaggi vivono nelle difficoltà di tutti i giorni o in quelle più dure. Pochi passaggi, brevi frasi o la descrizione del cielo riescono a racchiudere sentimenti individuali e universali.

I colori erano vividi e veri, ma in qualche modo loro due sentivano che stavano osservando il panorama senza più riuscire a farne parte.

Solo in un momento l’autore si dilunga su un evento che colpisce Dan e Louise, concentrando l’attenzione su di loro anche quando a parlare sono personaggi di contorno. Racconta senza struggimento, senza aggettivi che servano a quantificare il dolore, non vuole creare pathos o angoscia. Dà l’idea di essere un osservatore posto di lato alla scena, esterno ma vicino al dolore. Quasi come se volesse lasciare ai personaggi il tempo di elaborare, racchiudendo la sofferenza in una bolla trasparente, visibile agli altri ma non penetrabile. In questo il suo stile riesce perfettamente a far penetrare la vicenda nell’immaginario e nel cuore del lettore con facilità e naturalezza.

Non mise via la culla né trasformò la camera della bambina in una stanza di servizio. La gente, anche gente che lei non conosceva bene, si offriva di portar via le cose della bambina, intendendo che qualcuno doveva pur farlo. Lei pensò che un tempo doveva essere una consuetudine, perché le madri, di certo, non se la sentivano di farlo. Tuttavia, le coperte e la sedia a dondolo, la culla e il comò erano la sola prova concreta del fatto che una bambina, a un certo punto, c’era stata.


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Tom Drury
La fine dei vandalismi
NNEDITORE
Traduttore: Gianni Pannofino
ISBN: 978-88-99253-55-4
Pagine 400
16,15 €

Sappiamo accettare?/La madre di Eva

Sono qui Eva, sono accanto a te. Sono seduta nel corridoio freddo di fianco alla sala operatoria, dove tu sei sdraiata, nuda, per l’ultima volta donna, bambina, femmina.
Non mi senti e non mi vedi ma sono qui. Non ti lascio. Ho promesso che ci sarei stata fino alla fine e sono qui. Ti ho portato in capo al mondo a farti smembrare come un agnello sacrificale e resto con te fino al compimento di questo sacrificio estremo. Fino a quando tu non sarai più tu e al posto tuo ci sarà una persona nuova.

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Sempre più spesso si associa il termine “rinascita” a un cambiamento emotivo, interno che si ripercuote, poi, sul fisico perché cambia l’umore, ritorna il desiderio di prendersi cura di se stessi.
Ma quando avviene il contrario, quando questa rinascita riguarda un desiderio di cambiamento circoscritto a quell’involucro esterno che è il nostro corpo, come lo definiamo? Credo che la parola giusta sia allineamento: disporre tutto in un qualcosa di ordinato, che segua una linea dritta, retta. Allineare il corpo alla parte interna di noi, alla nostra identità.

Perché Eva uomo si è sempre sentita, da quando, a 3 anni, ha detto alla maestra di voler essere un maschio, e lo ha chiesto come regalo a Babbo Natale, cercandolo in quei pacchi tutti colorati sotto l’albero.

La reazione più naturale per i genitori è quella di minimizzare, giustificare qualsiasi comportamento anomalo di un figlio che a quell’età non può conoscere la differenza tra maschio e femmina, il significato di genere sessuale. E via a ingoiare bocconi amari, preoccupazioni delle insegnanti, umiliazioni. Ma arriva un momento in cui non si può tornare indietro, un momento in cui il bisogno di fare i conti con quel qualcosa di sconosciuto diventa impellente per voi e per vostro figlio. La chiamano disforia di genere quella sensazione di inadeguatezza e di rifiuto per il proprio corpo. La classificano come malattia i medici, come abominio i più, a me piace avvicinarla a un’imperfezione fisica che identifica ognuno di noi. Anomalia, difetto, sbavatura, qualcosa che non dipende dalla nostra volontà, risolvibile. Doloroso. Inevitabile.

Quello che intuivi era che tua madre, l’unica persona che avrebbe dovuto accettarti senza giudizio, dentro le cui braccia avresti dovuto trovare rifugio dal mondo, in realtà si vergognava di te.

Questa mancanza che Eva sente viene avvertita dalla madre come una colpa, colpa di averla fatta femmina, colpa di non averle impedito l’inevitabile, colpa di non aver capito quando altri lo hanno fatto, persone che la conoscevano poco ma che avevano sentito di doverla lasciare libera nella sua crescita e nell’affermazione del suo vero sé. Colpa di provare schifo per quei suoi desideri sbagliati e vergognosi. Ma come si può capire una figlia che utilizza degli imbuti per far pipì in piedi, nel bagno dei maschi? Come è possibile appoggiare qualcuno che rifiuta la sua femminilità, la sua pienezza, la sua capacità di creare vita? La pubertà arriva presto e con essa tutti quei segnali esterni collegati al diventare donna: per una persona come Eva se il seno era ripugnante, il ciclo mestruale è un vero trauma perché “nonostante la tua volontà di essere maschio, la natura ti aveva marchiato a sangue come femmina”. Uno smacco alla forte identità che con gli anni si era andata a modellare, qualcosa che doveva essere eliminato per il raggiungimento della piena realizzazione, anche se si trattava di un primo, piccolo passo. E gli ormoni diventano i suoi alleati.

L’illusione che questo possa bastare, possa soddisfare e appagare il bisogno di essere come esattamente come si vorrebbe si fa presto chiaro agli occhi dei genitori. Eva non si fermerà finché non conquisterà quel corpo immaginato e bramato. Ci saranno difficoltà da affrontare, battaglie senza esclusione di colpi che vedranno scontrarsi da una parte lei, sostenuta dalla psicologa, e dall’altra i genitori in un continuo attaccarsi a vicenda: per ogni no dei genitori, per ogni decisione contraria al volere di Eva, un passo indietro nel tentativo di ricucire un rapporto, una delusione cocente negli occhi e nel cuore e anche un gesto di estrema disperazione.

Dopo anni di tentativi, cosa resta da fare? E non importa se si tratta della cosa giusta, non importa se volevi salvare tua figlia da qualcosa che solo tu reputi una punizione di Dio, alla fine cedi. Accetti di essere madre, amica e complice di uno scempio, accompagni tua figlia in capo al mondo rimanendo fuori ad aspettare mentre avviene la demolizione del suo corpo, quella che ha per anni agognato, quell’odio nei confronti del corpo perfetto che tu le avevi donato. Verranno buttati quegli organi sani di cui tantissimi avrebbero bisogno, come resti di carne da macello. Guarderai quel chirurgo come un carnefice, un mostro che sta distruggendo la tua bambina, la tua Eva, e l’ospedale come luogo di tortura che invece di curare fa a pezzi. Tornerai a casa con tuo figlio, che non si chiamerà più Eva. Ma sarà sempre la persona che hai conosciuto, sarà sempre tuo figlio, finalmente felice e libero di essere se stesso. Ti renderai conto che le persone da salvare eravate voi, lui non ne aveva bisogno, lui sapeva e voleva essere appoggiato, accettato.

Ma basta l’amore puro dei genitori a rendere piena questa accettazione definita abominio, o è solo un illusione dovuta a una estenuante vita in continuo conflitto con se stessi, le proprie convinzioni, la società e lui?

Io sono già un uomo, papà, io sono uomo da quando sono nato. Io sono più uomo di qualunque altro uomo perché quello che per voi è scontato, quello che a voi la natura ha dato in sorte, io lo devo strappare con le unghie e con i denti.


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Silvia Ferreri
La madre di Eva
Neo edizioni
ISBN 978-88-96176-51-1
Pagine 200
Euro 15.00