Le verità nei versi/Plath e Hrabal

Le grandi idee del Novecento in piccoli libri che concentrano l’essenza del pensiero di persone che hanno immaginato altri mondi e prospettive diverse.

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“Sorbonne”, collana della casa editrice Clichy, è un omaggio all’Università di Parigi, simbolo di cambiamento e di idee. Con i suoi libriccini appare manifesta la volontà di non disperdere l’apporto che uomini e donne hanno dato attraverso le loro opere, senza paura di dar voce a diversi e innovativi punti di vista.

Gli ultimi volumi pubblicati sono incentrati su due scrittori: Sylvia Plath e Bohumil Hrabal: inglese lei, ceco lui. Due personaggi, vissuti durante grandi sconvolgimenti mondiali, con in comune un grande amore per le lettere e una spiccata sensibilità per il mondo circostante. Entrambi morti suicidi.

“Un’attenta lettura delle opere di uno scrittore fa capire molto di più la sua personalità che la conoscenza della sua biografia, perché in quest’ultima si riflette quel che egli ha in comune con il resto dell’umanità, nelle sue opere invece quello che ha di diverso.” Veniamin Aleksandrovič Kaverin

I volumi, oltre alla biografia essenziale degli autori che ripercorre i momenti più significativi della vita privata e pubblica, alle fotografie e a passi significativi delle loro opere, raccontano l’essenza dei personaggi dal punto di vista dei curatori; un tentativo, si potrebbe dire, di indagare in profondità l’anima della persona e cosa abbia voluto lasciare di suo nelle opere portate alla luce. Quale significato si nasconda nelle parole che leggiamo e quanto la vita privata abbia realmente influito sulla loro letteratura.

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Bohumil Hrabal

Alberto Schiavone è il curatore del volume sullo scrittore ceco. Hrabal nacque solo quattro mesi prima lo scoppio della prima guerra mondiale, quindi fu spettatore dei più grandi disastri che il nostro mondo ha dovuto affrontare. Le sue opere subiranno in più occasione una stretta censoria da parte del partito comunista, ma tenterà, come lo stesso Kaverin, di ricevere il consenso del partito rivedendo alcune sue informazioni; l’episodio non solo non porterà alla pubblicazione ma sarà mal visto da lettori e altre personalità pubbliche.

Ciò che vien fuori è la figura di un “trascrittore di ciò che lo circondava”, come si è sempre definito, che lasciava entrare nelle opere tutta la sua vita: gli affetti, i ricordi, le esperienze e i luoghi. Mai distaccato nei confronti dei personaggi o degli eventi che raccontava né dalla realtà della Storia in cui era immerso, amava dar voce al quotidiano come, per esempio, alla vita di osteria: fu lui stesso un grande frequentatore del luogo ma non, come molti hanno malevolmente affermato, per bere ma perché li considerava luoghi di incontro di “uomini comuni”, di chiacchiere, di risate ma anche dove è possibile guardare da vicino la miseria dell’uomo. 

“L’unica cosa di cui si può aver terrore al mondo è ciò che si è calcificato, il terrore delle forme rigide, morenti.”

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A curare il volume su Sylvia Plath è Leonetta Bentivoglio: uguale organizzazione, ma l’analisi che ne fa è più corposa ed è divisa secondo delle parole-chiave fondamentali nella vita e, quindi, nella poetica del personaggio.

Innamorata delle lettere sin da bambina, inizierà presto a scrivere e a essere pubblicata. Nonostante il riconoscimento alla sua capacità di scrittura, riceverà alcune delusioni che vivrà come cocenti sconfitte, arrivando anche a tentare di uccidersi prima della morte voluta e trovata.

Sylvia Plath appare come una donna posseduta da un demone poetico, una passione così forte che riversa nella scrittura. La sua sensibilità è tale che “sente ricadere su di sé, come un martirio, la vastità del dolore provato dagli altri, e non solo dalle persone”. Il tentativo di legare i suoi gesti e la sua poesia alla sola vita privata risulta, quindi, semplicistico: sono i mali del mondo a colpire e far soffrire la scrittrice che sembra quasi sentirsi depositaria del dolore dell’umanità nonché interprete attraverso le parole. Non è, però, da escludere che l’assenza del padre e le delusioni, oltre la violenza, del marito abbiano avuto non poche ripercussioni sulla sua psiche.
Un altro elemento che con forza si manifesta riguarda il modo in cui Sylvia Plath affrontava la vita. La Bentivoglio parla di “recita”, di finzione che le serve per sopravvivere. Non si sente, difatti, una donna remissiva, casalinga e brava moglie come la vorrebbe la società; anche l’amore, quel sentimento così universale, viene da lei vissuto in maniera “istituzionale”. E la recita non si ferma neanche davanti alla morte: la sua è una fine teatrale ma, a leggere questo volume, si direbbe la più naturale delle conclusioni.

E se un punto di contatto ulteriore vogliamo trovare tra le due figure analizzate, questo riguarda sicuramente i figli: contatto sì, ma visioni opposte.
Per Hrabal la famiglia e i figli sono più importanti di tutto il resto, “ma se uno non ha figli, che può fare? Continuare a scrivere per curarsi della tetraggine e dell’abbandono”.
Secondo la Bentivoglio per la Plath, invece, “la maternità riduce il suo ruolo alle porche incombenze giornaliere”. La gravidanza è un “orrore”, come scriverà nei Diari, e i figli soltanto un peso e un ingombro al suo fervore poetico.

Appare chiaro, al di là di qualsiasi analisi, l’importanza dei due scrittori e il clamore che le loro sorti hanno avuto. Io non posso far altro che leggere le loro opere e consigliare di fare altrettanto.


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Sylvia Plath. Il lamento della regina
a cura di Leonetta Bentivoglio
Clichy
Collana: Sorbonne
Pagine 128
€ 7,90
978-88-6799-118-1

 

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Bohumil Hrabal. Il macellaio sembrava un gufo
a cura di Alberto Schiavone
Clichy
Collana: Sorbonne
Pagine 96
€ 7,90
ISBN: 978-88-6799-418-2

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Il coraggio di sparire/A proposito di Majorana

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«Sparire. Non era la prima volta che mi sentivo prendere da un impulso del genere. Sparire per non dover più affrontare gli ordini del capo, le umiliazioni, dei colleghi e gli assurdi progetti matrimoniali imbastiti da Ana, la mia fidanzata. Sparire come segno di vittoria sugli impegni e i problemi, di liberazione, del dissolversi di tutti i vincoli e le preoccupazioni a cui ci condanna un’esistenza materiale e corporea.»

Ci vuol poco a Ernesto Aguiar, redattore di necrologi, accettare un’indagine che lo porterà a Napoli sulle tracce di Ettore Majorana: basta non avere alternative. Ma se all’inizio l’incarico gli pesa, consapevole di essere sempre una figura di poco conto al giornale e per le difficoltà di dover comunicare un viaggio a un mese dal matrimonio, oltre al fatto di trovare assurdo compiere una ricerca su di un uomo scomparso 80 anni prima, una semplice parola cambia le carte in tavola.

Sparire.

Non sarebbe tutto più semplice? Svanire in un attimo, senza fornire spiegazioni di alcun tipo o affrontare situazioni non desiderate… Liberarsi di tutto. È bastato questo desiderio ad Aguiar per decidere di raggiungere l’Italia a bordo di una barca a vela di un vecchio amico di scuola. Ma i viaggi, la lontananza dall’involucro sicuro che ci si era costruiti, si sa, ti cambiano: l’idea di lasciar perdere il lavoro e proseguire sulla Victoria in compagnia di Ross il Biondo e la sua volontà di redenzione, forse in Turchia o senza toccar terra se non per brevi periodi. Li immagino così, con Ross al timone e il sorriso rivolta a prua ed Ernesto immerso nella lettura di manuali di fisica e testi che hanno tentato di dare una spiegazione al mistero della scomparsa del fisico. Li sento ridere e discutere sulle leggi della fisica o sulla possibile soluzione del caso, su Dio e quale sia la scelta giusta da compiere. Ma arriva il momento in cui una decisione deve essere presa, e Aguiar a Napoli ci arriva,  ma a nuoto. Si sveglia vicino al porto, solo, di Ross non vi è traccia e la barca sta per andare a sbattere contro gli scogli. Raggiunge, così, la città ma avrà una brutta sorpresa: diventerà il primo indiziato della morte di Ross il Biondo, fino a quando non sarà rinvenuto il cadavere.

«Majorana non ci ha pensato su, Majorana l’ha fatto.»

È qui la differenza tra chi sceglie e chi lascia che le cose vadano come devono: coraggio? Non lo so, quel che è certo è che abbandonare tutto è da pochi, e forse si deve arrivare a un punto di non ritorno, all’oblio perché possa rivelarsi la scelta migliore da fare.

Aguiar a Napoli incomincerà la sua indagine grazie all’aiuto del commissario Salvatore Esposito, un poliziotto ben voluto ma preso in giro perché non promosso nonostante i suoi anni di servizio: è uno di quei poliziotti che non possono fare carriera perché cercano la verità a tutti i costi, non sono semplici funzionari di polizia che cercano di chiudere il caso in fretta prendendo per vere le statistiche dei casi e lasciandosi sopraffare dalla mole di lavoro. Conoscerà anche Valeria a cui, dalla meravigliosa vista che si gode da Castel Sant’Elmo, dichiarerà silenziosamente i suoi sentimenti.

Javier Argüello ha la capacità di mescolare diversi generi per porre l’accento sulla vita dell’uomo e su quanto le scelte di ognuno di noi siano ben lontane dall’essere totalmente libere. Chi di noi non vorrebbe poter riscrivere almeno parte della proprio vita o conoscere e, così, modificare il futuro?

Che sia Napoli, o l’amore, o ancora la stessa figura di Majorana, il protagonista non può far a meno di porsi domande, di essere invaso da dubbi e dal desiderio di essere diverso, di fare scelte consapevoli, di “andare fuori gioco” per poter capire cosa davvero vuole da se stesso. Sarà proprio questa sua riflessione personale a portarlo alla possibile risoluzione del caso del grande fisico. Nessun suicidio dunque, nonostante tutto porti a pensare alla scelta più ovvia perché si trattava di una figura chiusa, solitaria, un genio, che, grazie un esperimento, aveva reso possibile la fissione nucleare. Per Aguiar la decisione di sparire era dovuta alla sua volontà forte di vivere secondo le sue regole e i suoi istinti, e lo aveva fatto.

«Se i ragazzi di via Panisperna andavano verso la fisica, Majorana ci viveva dentro, come se attraverso le equazioni non cercasse di risolvere un segreto estrinseco che spiegava i misteri dell’universo, bensì un segreto interiore che lo riguardava personalmente.»

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In un continuo raccontare i cambiamenti avvenuti in se stesso, tra la calma del mare e l’attracco su un’isola e l’esperienza a Napoli, Argüello ci parla di tutti di noi, dei nostri desideri e dei rimpianti. Ci permette di riflettere sulla vita, sulla inconsistenza della realtà attraverso la fisica, e su quanto seguire i proprio istinti, alle volte, sia un passo verso qualcosa di diverso, anche migliore. E forse, tutto questo pensare e interrogarsi, ha la sua origine nella città meravigliosa e contraddittoria di Napoli in cui basta muoversi di pochi passi per trovarsi davanti a uno spettacolo del genere, o sbucare tra la gente che passeggia per le vie del centro o ancora scoprire una piccola perla di arte. Ma basta anche poco per essere catapultati in mezzo allo strombazzare di clacson o alle file alla posta o, ancora, in spiacevoli episodi di ingiustizie. Napoli è così:

«Mi sembrava un brulicare di vita e di storia dove la realtà era più reale che in qualsiasi posto avessi mai visto, come se, paragonandole a Napoli, tutte le altre città in cui ero stato peccassero di leggerezza. […]
Mi sembrava che in quelle strade si potessero ravvisare tutti gli aspetti della civiltà occidentale e moderna, il commercio e la guerra, l’onore e il tradimento, l’alta erudizione e l’stinto di sopravvivenza più animale. E per me personalmente rappresentava una sorta di laboratorio dove ogni mia convinzione veniva messa alla prova, un’esperienza da cui trarre una lezione,come se in un certo senso tutto facesse parte di un piano ordito da qualcuno per darmi la possibilità di osservare la mia vita da una prospettiva diversa, una prospettiva che offriva ai miei occhi avvenimenti e individui nella loro vera dimensione affinché io giungessi, con un pizzico di fortuna, a vedere me stesso.»


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Javier Argüello
A proposito di Majorana
Voland edizioni
Tradotto da Tiziana Camerani e Francesco Ferrucci
Pagine 336
€ 16,00
ISBN 978-88-6243-203-0

Ritrovare se stessi/A caccia nei sogni

Come fratelli cresciuti insieme, affrontarono la questione serissima dei genitori che si comportano in modo bizzarro e dei figli che cercano di reagire come meglio possono.

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Se in La fine dei vandalismi Tom Drury ha poggiato lo sguardo su una umanità tanto variegata, A caccia nei sogni ci permette di conoscere meglio le vite di una famiglia poco convenzionale da una parte, assolutamente tipica dall’altra.

Lo sguardo dell’autore si restringe su Tiny Darling, l’ex marito di Louise nonché uomo poco raccomandabile, che si fa chiamare Charles. Ha abbandonato il suo nomignolo per riacquistare la sua identità, il nome da uomo. È sposato con Joan adesso, e con lei ha un figlio, Micah. In famiglia, oltre al fratello Jerry che si innamorerà di una ragazzina, farà la sua apparizione Lyris, figlia di Joan, da lei abbandonata quando era piccolina.

A volte ho l’impressione che quello che dovrei diventare sia scritto sulla parete di fondo dell’universo e che si stia allontanando da me alla velocità della luce.

Drury ci racconta di vite semplici, insignificanti se guardate nell’insieme ma importanti perché sono vicine a ognuno di noi. Ci parla di insoddisfazioni, di dolori e di scelte.

Charles, pur rimanendo un uomo capace di rubare e di farlo con piacere, mostra il suo lato tenero e dolce con la figliastra Lyris, dimostrandole un affetto da padre: “Il meglio che possiamo fare è ricordarci l’uno dell’altro e, per amore del cielo, fare una telefonata quando vediamo che è tardi”. Insieme a lui seguiremo il suo animo ferito per la lontananza di una moglie che tanto gli aveva dato e per essersi reso conto tardi di aver lasciato andare una persona importante, senza aver fatto nulla per dimostrarle amore.

Joan riprende con sé la figlia abbandonata incapace di darle una spiegazione. È una donna confusa, disillusa, angosciata per un mondo in cui “un ragazzo spara al suo migliore amico” e bisognosa di ritrovare la sua luce nella notte della contea. Neanche il desiderio riuscirà a riportarle serenità; come Louise, deciderà di allontanarsi dalla sua famiglia abbandonando i figli, convinta che “la sua famiglia l’avrebbe aspettata. Joan agiva sulla base della frequente illusione secondo cui, in sua assenza, la vita delle persone a lei vicine avrebbe assunto un andamento circolare”.

Micah, un bambino che ha paura del buio della sua casa ma non quello della contea, silenziosa e solitaria ma illuminata dalla luna e dai lampioni. Non ha paura di girare da solo, ma sente su di sé il peso di una situazione che lui non comprende, e la mancanza della madre in casa fa vacillare le sue certezze.

E infine Lyris, la giovane donna che è stata affidata a più famiglie, girando come una trottola, per poi ritrovarsi dalla madre biologica che l’aveva rifiutata e da cui ben poco si sente amata. Ma è meglio di niente, poter fermarsi finalmente in un posto, ancora meglio se può essere chiamato casa.

Forse qualche residuo dei pensieri di Joan era rimasto impigliato tra i suoi vecchi abiti, e la mente di Lyris sarebbe riuscita ad assorbirlo. A quel punto, magari, avrebbe potuto capire.

Tom Drury non perde la sua prerogativa di utilizzare un linguaggio quanto meno emozionale possibile, lasciando poche frasi a significare il tutto, sentimenti, emozioni e stati d’animo. Ci parla di amori finiti o di momenti di stasi, di tristezza del cuore e sentimenti di impotenza. Di dubbi, di errori, di egoismo ma soprattutto di mancanza di comunicazione. Non lascia sgorgare parole che possano raggiungere un climax, generare pietismo o lasciare il lettore alla sua personale visione. È un dolore pacato, intimo, che turba il cuore ma che non si lascia scoprire da un osservatore esterno, e che trova risposta, forse solo nei sogni. A caccia nei sogni.


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Tom Drury
A caccia nei sogni
NN Editore
Traduttore: Gianni Pannofino
Pagine 240
18,00 €
ISBN: 978-88-99253-69-1
In libreria da: 02-11-2017

Squarci di vite ordinarie/La fine dei vandalismi

Le dicerie possono durare a lungo a Grouse County oppure riproporsi ciclicamente,
come le stagioni.

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Quando sento pronunciare la parola America la mia fantasia inizia a lavorare incessantemente. Non sono le grandi città ad attirarmi verso quel paese così tanto discusso, ma quei piccoli stati in cui, si dice, non ci sia nulla. L’Iowa fa parte del mio immaginario da sogno: prati infiniti, chiesette, alberi e villette a due piani con grandi finestre e porticati in cui sostare nelle sere d’estate, su un dondolo. Un po’ influenzata dai film un po’ affascinata da un tipo di vita così diversa dalla nostra, leggere di Stati Uniti, per me, è anche un po’ esserci.

In Grouse County ho ritrovato questa familiarità di paesaggi e di stili di vita. I personaggi creati dalla penna di Tom Drury si muovono in una contea, questo piccolo spazio che dà l’idea di essere chiuso in se stesso, un po’ svagati e sempre con la lentezza che caratterizza luoghi piccoli e di provincia, in cui le dicerie e le voci si diffondono con il vento.

Si avverte quell’intimità familiare, come entrare in ogni casa e sedere al tavolo del soggiorno a bere una tazza di tè, prendendo parte alla giornata tipo di ognuno di loro. È facile, così, ritrovarsi tra i battibecchi di una coppia o a estenuanti riunioni, assistere al fallimento di un negozio o a una esercitazione dei pompieri, più bravi a spegnere gli incendi da loro appiccati per esercitazione. Ci si trova di fronte a una grande comunità di persone così diverse ma in grado di vivere la semplicità di quella vita che gli si offre. Tom Drury mette in scena una rappresentazione quasi grottesca del passare del tempo, dando a ogni personaggio una sua caratterizzazione tra l’ordinario e il bizzarro, senza che questi due elementi possano essere distinti. Si fa presto a sentirsi a casa e a non considerare pazzie dialoghi e comportamenti che ben poco rientrano nella normalità di ognuno di noi, e anche nei romanzi a cui siamo abituati.

Definirlo romanzo corale non è esatto: ognuno ha la sua voce e il suo ruolo, qualcuno ritorna mentre altri vengono lasciati indietro con il loro pezzetto di storia. Tutti lavorano per dare l’idea di comunità, ma ci sono Louise, Tiny, Dan e Mary che si impongono su tutti.
Tiny, all’inizio ladruncolo e vandalo, divorzierà da Louise iniziando un percorso per ritrovare una identità e comprendere quanto quella donna fosse parte di sé.
Mary, la madre di Louise, con cui condividerà piccoli momenti familiari e litigi, ma che non si tirerà indietro nel momento del bisogno.
Louise e Dan, amici, amanti e poi marito e moglie, condivideranno piccole gioie e grandi dolori.

La gente si domandava che cosa ci trovasse Louise in uno come Dan. Ovviamente, lui aveva i suoi pregi. Forse non era particolarmente efficace nella lotta contro il crimine, ma nella maggior parte delle situazioni si comportava in maniera apprezzabile, cosa di cui non tutti i tutori dell’ordine sono capaci. […] La domanda riguardava soprattutto Louise, che si era fatta una certa fama di persona avulsa dal paese e dai relativi affari.

Ogni evento verrà descritto con una asciuttezza di stile sorprendente e spiazzante; nessuna parola di troppo o sbavatura nei dialoghi, non si avverte quasi il senso di angoscia o di agitazione che i personaggi vivono nelle difficoltà di tutti i giorni o in quelle più dure. Pochi passaggi, brevi frasi o la descrizione del cielo riescono a racchiudere sentimenti individuali e universali.

I colori erano vividi e veri, ma in qualche modo loro due sentivano che stavano osservando il panorama senza più riuscire a farne parte.

Solo in un momento l’autore si dilunga su un evento che colpisce Dan e Louise, concentrando l’attenzione su di loro anche quando a parlare sono personaggi di contorno. Racconta senza struggimento, senza aggettivi che servano a quantificare il dolore, non vuole creare pathos o angoscia. Dà l’idea di essere un osservatore posto di lato alla scena, esterno ma vicino al dolore. Quasi come se volesse lasciare ai personaggi il tempo di elaborare, racchiudendo la sofferenza in una bolla trasparente, visibile agli altri ma non penetrabile. In questo il suo stile riesce perfettamente a far penetrare la vicenda nell’immaginario e nel cuore del lettore con facilità e naturalezza.

Non mise via la culla né trasformò la camera della bambina in una stanza di servizio. La gente, anche gente che lei non conosceva bene, si offriva di portar via le cose della bambina, intendendo che qualcuno doveva pur farlo. Lei pensò che un tempo doveva essere una consuetudine, perché le madri, di certo, non se la sentivano di farlo. Tuttavia, le coperte e la sedia a dondolo, la culla e il comò erano la sola prova concreta del fatto che una bambina, a un certo punto, c’era stata.


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Tom Drury
La fine dei vandalismi
NNEDITORE
Traduttore: Gianni Pannofino
ISBN: 978-88-99253-55-4
Pagine 400
16,15 €

Sappiamo accettare?/La madre di Eva

Sono qui Eva, sono accanto a te. Sono seduta nel corridoio freddo di fianco alla sala operatoria, dove tu sei sdraiata, nuda, per l’ultima volta donna, bambina, femmina.
Non mi senti e non mi vedi ma sono qui. Non ti lascio. Ho promesso che ci sarei stata fino alla fine e sono qui. Ti ho portato in capo al mondo a farti smembrare come un agnello sacrificale e resto con te fino al compimento di questo sacrificio estremo. Fino a quando tu non sarai più tu e al posto tuo ci sarà una persona nuova.

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Sempre più spesso si associa il termine “rinascita” a un cambiamento emotivo, interno che si ripercuote, poi, sul fisico perché cambia l’umore, ritorna il desiderio di prendersi cura di se stessi.
Ma quando avviene il contrario, quando questa rinascita riguarda un desiderio di cambiamento circoscritto a quell’involucro esterno che è il nostro corpo, come lo definiamo? Credo che la parola giusta sia allineamento: disporre tutto in un qualcosa di ordinato, che segua una linea dritta, retta. Allineare il corpo alla parte interna di noi, alla nostra identità.

Perché Eva uomo si è sempre sentita, da quando, a 3 anni, ha detto alla maestra di voler essere un maschio, e lo ha chiesto come regalo a Babbo Natale, cercandolo in quei pacchi tutti colorati sotto l’albero.

La reazione più naturale per i genitori è quella di minimizzare, giustificare qualsiasi comportamento anomalo di un figlio che a quell’età non può conoscere la differenza tra maschio e femmina, il significato di genere sessuale. E via a ingoiare bocconi amari, preoccupazioni delle insegnanti, umiliazioni. Ma arriva un momento in cui non si può tornare indietro, un momento in cui il bisogno di fare i conti con quel qualcosa di sconosciuto diventa impellente per voi e per vostro figlio. La chiamano disforia di genere quella sensazione di inadeguatezza e di rifiuto per il proprio corpo. La classificano come malattia i medici, come abominio i più, a me piace avvicinarla a un’imperfezione fisica che identifica ognuno di noi. Anomalia, difetto, sbavatura, qualcosa che non dipende dalla nostra volontà, risolvibile. Doloroso. Inevitabile.

Quello che intuivi era che tua madre, l’unica persona che avrebbe dovuto accettarti senza giudizio, dentro le cui braccia avresti dovuto trovare rifugio dal mondo, in realtà si vergognava di te.

Questa mancanza che Eva sente viene avvertita dalla madre come una colpa, colpa di averla fatta femmina, colpa di non averle impedito l’inevitabile, colpa di non aver capito quando altri lo hanno fatto, persone che la conoscevano poco ma che avevano sentito di doverla lasciare libera nella sua crescita e nell’affermazione del suo vero sé. Colpa di provare schifo per quei suoi desideri sbagliati e vergognosi. Ma come si può capire una figlia che utilizza degli imbuti per far pipì in piedi, nel bagno dei maschi? Come è possibile appoggiare qualcuno che rifiuta la sua femminilità, la sua pienezza, la sua capacità di creare vita? La pubertà arriva presto e con essa tutti quei segnali esterni collegati al diventare donna: per una persona come Eva se il seno era ripugnante, il ciclo mestruale è un vero trauma perché “nonostante la tua volontà di essere maschio, la natura ti aveva marchiato a sangue come femmina”. Uno smacco alla forte identità che con gli anni si era andata a modellare, qualcosa che doveva essere eliminato per il raggiungimento della piena realizzazione, anche se si trattava di un primo, piccolo passo. E gli ormoni diventano i suoi alleati.

L’illusione che questo possa bastare, possa soddisfare e appagare il bisogno di essere come esattamente come si vorrebbe si fa presto chiaro agli occhi dei genitori. Eva non si fermerà finché non conquisterà quel corpo immaginato e bramato. Ci saranno difficoltà da affrontare, battaglie senza esclusione di colpi che vedranno scontrarsi da una parte lei, sostenuta dalla psicologa, e dall’altra i genitori in un continuo attaccarsi a vicenda: per ogni no dei genitori, per ogni decisione contraria al volere di Eva, un passo indietro nel tentativo di ricucire un rapporto, una delusione cocente negli occhi e nel cuore e anche un gesto di estrema disperazione.

Dopo anni di tentativi, cosa resta da fare? E non importa se si tratta della cosa giusta, non importa se volevi salvare tua figlia da qualcosa che solo tu reputi una punizione di Dio, alla fine cedi. Accetti di essere madre, amica e complice di uno scempio, accompagni tua figlia in capo al mondo rimanendo fuori ad aspettare mentre avviene la demolizione del suo corpo, quella che ha per anni agognato, quell’odio nei confronti del corpo perfetto che tu le avevi donato. Verranno buttati quegli organi sani di cui tantissimi avrebbero bisogno, come resti di carne da macello. Guarderai quel chirurgo come un carnefice, un mostro che sta distruggendo la tua bambina, la tua Eva, e l’ospedale come luogo di tortura che invece di curare fa a pezzi. Tornerai a casa con tuo figlio, che non si chiamerà più Eva. Ma sarà sempre la persona che hai conosciuto, sarà sempre tuo figlio, finalmente felice e libero di essere se stesso. Ti renderai conto che le persone da salvare eravate voi, lui non ne aveva bisogno, lui sapeva e voleva essere appoggiato, accettato.

Ma basta l’amore puro dei genitori a rendere piena questa accettazione definita abominio, o è solo un illusione dovuta a una estenuante vita in continuo conflitto con se stessi, le proprie convinzioni, la società e lui?

Io sono già un uomo, papà, io sono uomo da quando sono nato. Io sono più uomo di qualunque altro uomo perché quello che per voi è scontato, quello che a voi la natura ha dato in sorte, io lo devo strappare con le unghie e con i denti.


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Silvia Ferreri
La madre di Eva
Neo edizioni
ISBN 978-88-96176-51-1
Pagine 200
Euro 15.00

Il cuore del Molise/La strada da fare

Ogni mattina, quando iniziamo a camminare, prendiamo alcuni sassi dal tratturo.
Un po’ per muovere le cose, un po’ perché sappiamo che incontreremo delle persone che alleggeriranno i nostri passi.
Regalandole, questo peso si trasforma in un simbolo di gratitudine e noi ci alleggeriamo davvero.

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Da dove nasce l’esigenza di partire, di preparare uno zaino e andare, decisi, lontano dalla routine? Ho sempre creduto che fosse proprio il bisogno di “staccare la spina” a spingere ognuno di noi ad allontanarsi. Per Giulia e Clara la molla è l’amore, è la curiosità, è la libertà che non ha nulla a che vedere con la pesantezza della vita di tutti i giorni.

Io questo l’ho compreso soltanto dopo, ma è stata una certezza così forte da farmi vivere questa esperienza di viaggio un po’ anche mia. E da farmi completamente ricredere sul significato del binomio viaggio-cambiamento. Le mie esperienze in tal senso, soprattutto all’estero, mi hanno vista organizzatrice minuziosa delle giornate così da riuscire a tornare a casa con una conoscenza quanto più approfondita possibile del luogo. Ma è qui l’errore: la conoscenza di luoghi, tradizioni e cultura non passa, o non soltanto, dalla visita ai musei o dal provare un cibo tipico. La conoscenza vera viene dal contatto con le persone e con le loro storie, con chi quel luogo lo ha vissuto e ancora lo vive ogni giorno. Nel caso del Molise ogni pietra, ogni tratturo ormai non più visibile, ogni sguardo e colore ha qualcosa da aggiungere per la ricostruzione di quel “mondopaese”. Nel loro viaggio Giulia e Maria Clara mostrano questo desiderio di ascoltare gli altri, di comprendere perché una regione così bella e ricca venga da tutti ignorata lasciando la parola a chi ha ancora una fiducia, a chi torna appena può, a chi non ne ha ma decide di rimanere.

“Pozzanghera d’Italia, piccolo abbastanza da scavalcare o da attraversare veloce come passaggio per la gustosa Puglia, lo scegliamo soprattutto per questo, alla fine. Molise sia.”

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Foto delle autrici

Entrare in punta di piedi nelle vite degli altri, ma con il coraggio di parlare di un luogo non tuo, di appropriarti di una realtà a te estranea con la speranza di riuscire a farli amare ad altri quando gli stessi nativi non hanno avuto la fortuna di riuscirci: questo è ciò che il libro trasmette. Lo dicono bene lì in Molise: “la base dell’attrattiva qui è la carica umana, non la vedi col filmato”. Sono inutili i tentativi di fare pubblicità come si usa oggi, perché la vera forza di questa regione, al di là dei paesaggi, dei colori, della natura e della capacità di vivere ancora con i frutti del terreno non sono attraenti per il tipo di società di oggi. Possono esserlo i sorrisi, le parole, l’amore e la conoscenza per il proprio paese che forse, oggi, nessuno di noi può dire di provare per la propria città, il desiderio di rimanerci nonostante tutto, ma soprattutto l’ospitalità familiare, la generosità gratuita e il desiderio di condivisione senza paura a rendere un po’ magica la regione e i suoi abitanti.

Il Molise, passo dopo passo, si mostra in tutta la sua semplice bellezza che sa di antico: piccoli paesini che non hanno nulla delle grandi città trafficate. Borghi a cui arrivare dopo salite faticose, palazzi di una bellezza decadente, rovine, immensi prati e montagne “così familiari da aver perso il nome proprio, come si fa coi genitori”. Porte che si spalancano, pranzi e cene abbondanti, sguardi di incoraggiamento e parole di ringraziamento per due ragazze che hanno scelto di amare il proprio paese in tutte le sue parti, piccole o grandi, affollate o abbandonate, che si sono affidate alla strada, alla natura selvaggia e agli altri, ricevendo arricchimento e speranza, superando la paura che un viaggio con zaino e tenda può comportare.

Rimane un’ultima domanda: il Molise, quindi, esiste? Esiste, e ha un cuore enorme. Ma per scoprirlo bisogna scegliere di vedere e, forse, farlo con un’anima affine alla tua, come il “noi” di Clara e Giulia.

 


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Maria Clara Restivo
La strada da fare
Neo. Edizioni
ISBN 978-88-96176-52-8
Pagine 184
Euro 15.00

L’arte dell’attesa di Andrea Kohler

Aspettare è un’imposizione.
Eppure è l’unica cosa che ci fa percepire fisicamente il logorio del tempo e ce ne fa conoscere le promesse.

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Ho ricevuto questo piccolo libriccino con molto anticipo sulla data di uscita, un giorno in cui ero a Bologna e mi hanno chiamato da casa per dirmi del suo arrivo. Quando son tornata a casa, ho girato e rigirato tra le mani la mia copia attratta dal disegno e dai colori così delicati che mi hanno dato un’idea ben diversa sul contenuto.

Che sia un saggio o un libro di pillole filosofiche, “L’arte dell’attesa” ci mette davanti a una verità: la vita è attesa. E se lo è la vita, lo è anche la letteratura, poiché ogni testo parla di noi.

L’ho tenuto per un po’ sul comodino mentre leggevo altri romanzi, e ogni volta l’occhio mi cadeva su di lui perché pensavo: ” Cavolo, questo libro parla di attesa”, ed è così che ho capito.

L’attesa è impotenza. L’attesa è dolore.

Andrea Kohler non ci gira intorno: aspettare fa parte della nostra esistenza, è un momento necessario ma estremamente doloroso, spesso anche umiliante, che non può in alcun modo essere evitato. È possibile impiegarlo con altre attività, ma è una vocina nella nostra testa che non si spegne mai: siamo perfettamente consci di star aspettando qualcosa o qualcuno anche se ci teniamo occupati, anche se siamo in compagnia. Noi aspettiamo. È una forma di impotenza quando l’attesa ci viene imposta da qualcuno di superiore, per esempio al lavoro, perché sanno di tenerci in pugno. È impotenza, e sopportazione, nel caso della malattia, e diventa anche dolorosa e noiosa, perché non possiamo fare nulla per modificare il nostro stato se non aspettare, di guarire, una risposta o la morte. È impotenza in guerra o in prigione dove “perfino l’interruttore della luce obbedisce a una regia interna”.

È dolore anche quando siamo costretti a renderci conto che abbiamo atteso inutilmente: “Chi ama non può mai permettersi di arrivare in ritardo. Il desiderio arriva puntuale”. L’altro, aggiunge, arriva sempre in ritardo. E diciamola la verità, quante domande, quanti dubbi su noi stessi o sull’altro sono conseguenti alle attese, brevi o lunghe che siano? Una telefonata che non arriva o una risposta tardiva al messaggio non sono motivi di angoscia? Angoscia è un’altro punto a favore dell’attesa e a nostro sfavore.

Questo groviglio di emozioni che ogni giorno ci attanagliano sono linfa vitale della letteratura. I romanzi che mi hanno accompagnato in questi giorni e hanno portato a questa consapevolezza sono: “Lettere da Endenich” e “Gli anni del nostro incanto” perché hanno al centro della vicenda questo senso di logoramento fisico e mentale che sta al centro di due eventi. Il primo è il racconto, attraverso lettere, referti medici e stralci di un diario, degli ultimi anni di vita del pianista e compositore Robert Schumann: un deterioramento a cui è impossibile restare indifferenti soprattutto per il senso di impotenza della moglie Clara.
Il secondo è un romanzo di Giuseppe Lupo che ripercorre gli anni del miracolo economico italiano attraverso il racconto che ne fa una giovane alla madre, costretta a letto perché colpita da una amnesia totale di cui non si conoscono le cause.

Vi ho dato un’idea? È più vicino a un’esperienza di lettura questo articolo, per cui vi consiglio di leggere il libro, vi renderete conto che ho ragione.


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Autore: Andrea Köhler
Editore: Add
Traduzione: Daniela Idra
Pagine: 126
ISBN: 9788867831623
Prezzo libro: 14.00 €
Data di uscita: 19/10/2017