Vinpeel degli orizzonti

“Speranza”
è quando vuoi che qualcosa accada.
Ma lo devi volere davvero tanto affinché accada davvero.

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Credo che speranza sia la parola giusta per descrivere l’esordio di Peppe Millanta, un romanzo malinconico e delicato in cui ogni personaggio ha ormai dimenticato cosa significhi essere felici.

Dinterbild “è dove si arriva quando si decide di seppellire tutto. E dove, alla fine, si dimentica persino quando e perché si è venuti”. L’autore costruisce un posto immaginario, un piccolo paese abitato da 60 persone, circondato dal mare. Nessuno vi esce e nessuno vi entra, o meglio vi ci scivola dentro senza sapere come. Dinterbild, a pensarci, potrebbe rappresentare la nostra mente: uno spazio chiuso da certezze, delusioni, idee che ci siamo costruiti con l’esperienza e che soltanto attraverso i sogni raggiunge l’Altrove. Ma dai sogni ci si risveglia sempre.

Vinpeel, protagonista del romanzo, è un bambino solo. Ha un amico immaginario, Doan, e un padre che non ha mai tempo per lui, sempre occupato e preoccupato, lo incontriamo soltanto di sera quando, una volta scritta l’ultima parola, chiude la lettera in una bottiglia e la lascia nel mare. Poi raccoglie conchiglie e le porta con sé.

“Perché quello che Ned Bundy collezionava non erano le conchiglie, ma il rumore del mare che avevano dentro. Le storie che portavano.”

Ned Bundy porta un grande dolore dentro di sé, tanto grande da coprire tutto il resto e non accorgersi dei tentativi di Vinpeel di raccontare la sua di storia al padre, e allora sceglie di farlo nel solo modo che il padre conosce: sussurrando alle conchiglie nella speranza che il padre raccolga e ascolti proprio le sue.

Il mare è un altro grande protagonista del romanzo: è ciò che divide il paese da tutto il resto, è il mezzo con cui inviare messaggi, è violenza, è pensiero. Il mare esiste per essere un confine da superare, perché qualcosa esiste anche se tutti cercano di non saperlo e giudicano matto colui che tenta di volare per andare via da lì. Vinpeel, con l’ingenuità della sua età e con la speranza, tenterà di trovare l’Altrove cercando nei modi più bizzarri: con una fionda o svuotando il mare. Lui lì ci è finito per sbaglio, perché affidato al padre, e non riesce a capire come i suoi concittadini non vogliano scoprire il mondo.

“A volte le vite dei grandi si inceppano, Vinpeel. Anche quelle che andavano una meraviglia possono incepparsi da un momento all’altro. E il più delle volte non si riesce a farle andare avanti neanche di un metro. Puoi stare lì a spingerle per ore, puoi anche farti aiutare da chi ti vuole bene, ma non si riesce proprio a farle ripartire. […] Perché capita di perdere l’occasione per essere felici.”

Che questo libro possa essere quella spinta ad accettare il passato, il dolore, ciò che è finito e non tornerà nella consapevolezza che altro ci aspetta; che la felicità la si può trovare guardando con occhio diverso la vita e andando sempre avanti, passo passo, senza fretta ma aggiungendo un tassello dopo l’altro ai giorni. Guardandosi intorno, a chi ci vuole bene ha bisogno di noi, perché può riempirci.

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Vorrei essere sommersa dalla bellezza/ La leggerezza

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«Per tentare di sopraffare questa impotenza, devo tornare all’inizio. Cos’è lo “spirito di Charlie” per me? È ridere dell’assurdità della vita, divertirsi insieme per non aver paura di niente, e soprattutto non della morte.»

Intorno 11.30 del mattino del 7 gennaio 2015 a Parigi succede qualcosa.
La libertà di espressione viene colpita.
Il 7 gennaio 2015 il giornale satirico “Charlie Hebdo” viene preso di mira per la sua pungente satira nei confronti di Maometto da due affiliati di Al-Qaeda: 12 morti tra cui gran parte della redazione.

Chaterine Meurisse, autrice di “La leggerezza”, arrivato in Italia grazie alla Clichy con la traduzione di Tommaso Gurrieri, racconta il punto di vista di una sopravvissuta per un banale ritardo al lavoro. Il suo punto di vista. All’indomani del massacro, l’incredulità e lo shock per un colpo del genere lasciano il posto alla desolazione interiore: “mi sento vuota come una vongola” dirà in una vignetta, senza alcuna capacità di sentire, di vedere le bellezze della vita. Di ricordare, come se quel giorno avesse annullato ogni momento passato.

Dover vivere sotto scorta e con il terrore che nulla sia finito, guardarsi intorno e ricevere solidarietà e tanti “je suis charlie” senza che nessuno possa realmente comprendere la portata di un tale gesto, porta inevitabilmente a una solitudine interna difficile da colmare. L’autrice riesce con i colori e i semplici tratti a mostrare il dolore e il disfacimento di una mente e di un corpo che non sono più in grado di reagire.

«Perché imporci un minuto di silenzio in omaggio alle vittime? Quello che ci serve è un secolo di rumorosissima collera!»

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Arriva, però, un momento in cui la rassegnazione si trasforma in rabbia e la volontà di riprendere in mano la vita si fa più forte. Catherine, nel suo libro, decide di ricercare il bello nell’arte, nelle opere di grandi scrittori francesi o tra le bellezze di Roma. Ma la soluzione è più semplice di quanto si possa immaginare: «Una volta allontanato il caos, la ragione si riprende e l’equilibrio insieme alla percezione è ritrovato. Si vede meno intensamente, ma ci si ricorda di aver visto. Conto fermamente di restare sveglia, attenta al minimo segno di bellezza. Questa bellezza che mi salva restituendomi la leggerezza.»

Una graphic novel in cui ironia e tristezza trovano un perfetto equilibrio e una forma che non ha bisogno di tante parole per mostrare come eventi del genere facciano crollare idee e valori, mettano in discussione l’umanità tutta e la loro possibilità di salvarsi. Si galleggia in un limbo, si cercano solidità che si pensava fossero state perdute e si riparte da piccole cose per tornare a credere. Non c’è modo migliore di non dimenticare proseguendo per la strada iniziata insieme.

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Soli insieme/La manutenzione dei sensi

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«Le ore di cammino nella notte erano le preferite di Martino. Nessuna domanda, nessuna parola, solo occhi spalancati, piccoli gesti e passi misurati per non fare rumore; inizialmente impacciati poi sempre più fluidi, naturali fino a essere parte di quel momento e di quell’ambiente. Come i rami sottili d’arbusto che tremolano al vento lieve, un cumulo di neve che diventa liquido e trasparente e si immerge nella terra, un pipistrello in caccia che sfreccia silenzioso tra gli alberi. I nostri sicuri cammini notturni, ben diversi da certi nebbiosi e inquietanti ritorni a casa nelle serate milanesi, erano contemplati da Martino come “la manutenzione dei sensi”.»

 

Se dovessi usare una parola per descrivere questo libro senza ombra di dubbio sarebbe “salvifico”. Per i lettori, forse, perché potrebbe portare una comprensione dei rapporti umani. Per i personaggi sicuramente.

La storia, narrata in prima persona, ci parla di un uomo che, dopo la morte della moglie, osserva la sua vita con un certo distacco. Vive a Milano e scrive, ha una figlia che presto partirà per inseguire la carriera e Martino, un bambino di 8 anni da accudire per dargli una vita migliore, lontano dall’orfanotrofio. La vita in città inizia ad andare stretta a Leonardo che decide di trasferirsi in montagna, in una grande casa che ha fatto costruire in “memoria” della moglie Chiara e lì, tra i monti silenziosi, si compirà un piccolo miracolo.

Ho parlato di salvezza perché i tre protagonisti saranno, l’uno per laltro, un appoggio fondamentale per la vita. Nina lo sarà per il padre, perché con la sua risata e la sua giovinezza, lo costringerà a occuparsi di lei una volta soli e lo sarà per Martino, che troverà calore e amore in una famiglia. Martino e Leonardo si salveranno a vicenda: Leonardo, poco convinto di questa scelta, si renderà conto che Martino è entrato a far parte della famiglia senza fare rumore.

«Io, considerandolo una persona che da un giorno all’altro sarebbe potuta andar via, lo guardavo con un po’ di distacco, non mi facevo coinvolgere, lo lasciavo fare. Forse era per questo che in qualche modo gli piacevo, guadagnandomi, a volte, immotivati sorrisi, che affioravano da chissà dove.»

E la montagna riuscirà a crearlo questo legame perché i suoi silenzi e i suoi tempi rilassati accoglieranno i loro caratteri chiusi e solitari, i loro passi stanchi o pensierosi, potranno scegliere di aprirsi agli altri o rimanere tra le mura del loro rifugio. Vivranno la vita che hanno scelto e questa scelta, condivisa, li aiuterà a trovarsi e capirsi. E la Sindrome di Asperger, che può tanto spaventare, viene qui descritta come un modo di essere che nulla a che vedere con la malattia. Martino diventerà un adolescente taciturno ma con tanta voglia di fare, brillante in ciò che ritiene di utilità e interesse, farà grandi passi nei rapporti con le altre persone smussando quei modi di fare più scontrosi, trovando nel lavoro nei campi e in Augusto un importante sostegno per questo percorso verso la vita.

«Sì, ha quasi otto anni. Un bellissimo bambino, con un carattere che giudicheresti subito perfetto. Parla pochissimo, si fa sempre i fatti suoi, non ama le smancerie, è adattabile, non si lamenta mai, dove lo metti sta. Ha l’aria smarrita di un sognatore… il tuo ritratto spiccicato.»

 

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L’assenza presente/A misura d’uomo

“…si ritrova ad allungare una mano sul suo viso, a percorrere la cicatrice con un dito, a sfiorare la sua colpa sulla faccia di Davide…”

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In Emilia-Romagna, all’interno di un immaginario triangolo che collega Modena, Reggio Emilia, Parma e Mantova, sorge Fabbrico con il suo verde, il parco giochi, l’acquedotto e il cimitero con quella lapide nera e il nome in oro e le case sempre uguali, solo più vecchie.

A Fabbrico trascorrono le vite di Davide, Anela, Valerio, Mario ed Elena, Luigi, Giovanni, Bice, Maddalena e poi “lei, la sposa, sua moglie” e  il marito, indissolubilmente legati tra di loro per essere rimasti o tornati in quella città “a misura d’uomo” e per i rapporti che intercorrono. E per Davide, costante ricordo e assenza presente nei loro giorni.

Roberto Camurri racconta di uomini e donne nei loro gesti quotidiani, descrivendone ogni istante, ogni particolare in assenza di dialoghi, come se dovesse accadere qualcosa di irreparabile da un momento all’altro. Quando quel qualcosa avviene, nel momento in cui un equilibrio si spezza e si ricompone, non vi è riscontro nella lettura: è l’ordine naturale delle cose, fa parte del ciclo della vita e di questo l’autore ne fa un punto di forza. Il racconto prosegue, cambia punto di vista, ma non subisce interruzioni creando subito un nuovo quadro, una nuova istantanea in cui immergere lo sguardo.

“Dopo l’incidente Valerio era partito per la città e lei era rimasta sola. Davide non aveva mai detto nulla di quella notte, di cos’era successo, e lei lo aveva maledetto per quello, per il suo silenzio, aveva maledetto se stessa per per non avere avuto il coraggio di andarsene, per non aver smesso di amarlo, per essere rimasta a guardarsi nello specchio del bagno dicendosi che lei, alla fine, era quella che rimaneva.”

Su tutto aleggia un senso di perdita, di sconfitta e di tristezza che rende anche i bei momenti, il ritrovarsi di Anela e Valerio e la nascita della figlia, sbiaditi, soffocati, in un ridimensionamento della felicità che porta dentro un senso di colpa nei confronti di Davide, un tradimento di entrambi nei suoi confronti che frena quella gioia di avere una famiglia unita grazie a un amore sempre esistito ma che ha visto la luce soltanto con la morte.

Ogni ritratto, ogni episodio di quello che può essere definito “romanzo in racconti”, porta alla luce un’umanità che conosce l’amicizia, quella che va al di là di ogni cosa, anche della morte, che impara dagli sbagli e che non si vergogna di tornare indietro. Di quell’umanità che si lascia andare all’alcool dimenticandosi della persona che era, dell’amore che aveva, fino a non riconoscersi negli occhi dell’altra. Di donne che non vogliono figli perché la malattia le ha spezzate, che credono di potersi permettere soltanto amori a metà, ma poi succede l’inevitabile e si aprono gli occhi. Di uomini piegati alla vecchiaia, che non accettano di non potersi bastare nonostante anni di guerra, e che di fronte alla violenza del fascismo che tanto hanno rifiutato, cedono. Di coppie ormai cadute troppo in basso, il cui rapporto si basa sulla sopportazione e la morte lo rende più facile. Di uomini e donne che rimangono insieme nonostante la mente non risponda più come dovrebbe.
Di noi.

“Mario pensa a Davide, pensa a dove sarà, se si sarà svegliato nel frattempo, e pensa a come starà, se sarà venuto a cercarlo, se avesse voluto dirgli qualcosa, e poi gli viene in mente cosa si sono detti ieri notte, ho fatto una cazzata, pensa, e gli sale un’ansia che fatica a controllare.
[…]
E Mario si gira e vede una lapide nera, vede il nome scritto d’oro, e si inginocchia davanti al nome scritto d’oro di Davide, davanti al suo viso sorridente e incorniciato.”

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Tolstoj tra romanzo e vita privata/La felicità domestica

“Ma la nostra vita non riuscì però inferiore ai nostri sogni. Non austerità di lavoro, compimento del dovere, sacrificio di se medesimi, vita per gli altri – quello insomma che io immaginavo da fidanzata; al contrario, c’era un solo egoistico sentimento di amore l’uno per l’altro, un desiderio di essere amati, una costante giocondità senza perché, e oblìo d’ogni cosa al mondo.”

La felicità domestica di Lev Nikolaevic Tolstoj, pubblicato per la prima volta nel 1859,  dieci anni prima del più celebre “Guerra e pace”, oggi viene riproposto da Fazi nella traduzione di Clemente Rebora.

Non so bene come parlarvi di questo libro: innanzitutto reputo importante la lettura del testo in questione per conoscere scrittura e tematiche dell’autore prima di giungere alle sue opere più note e ambiziose. In secondo luogo, consiglio il libro a chi ama i personaggi femminili e le storie incentrata sulla psicologia dei personaggi più che sulla descrizione di vicende: non vi sono, infatti, colpi di scena o situazioni di una certa importanza.

Pur non potendo dirmi soddisfatta della lettura perché la trama mi è risultata troppo semplice, anche forzata in alcuni punti (un innamoramento nato dal nulla, una rabbia quasi eccessiva tra i due che si appoggia su discussioni quasi assurde), ritengo sia interessante la visione dell’amore e del matrimonio di Tolstoj, che si ritroverà nei suoi lavori successivi e nella sua vicenda personale.

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Da quel giorno ebbe termine il romanzo di me con mio marito. L’antico sentimento si è ridotto a una cara rimembranza di cosa senza ritorno, mentre un nuovo sentimento di amore verso i bambini, e verso il padre dei miei bambini, ha segnato l’inizio di un’altra vita, ma ormai ben altrimenti felice, nella quale io migro ancora al momento attuale…”

Maŝa, giovane di 17 anni orfana, vive in campagna con la sorella più piccola. A stravolgere il suo stato di profonda solitudine e tristezza giungerà Sergèj Michàjlic, tutore e grande amico del padre, che si innamorerà di lei. La stessa Masa, nonostante la differenza di età e la scarsa frequentazione con lui, si innamorerà a sua volta. I due si sposeranno poco dopo per poi trasferisci nella casa della madre di lui, sempre in campagna. Dopo un iniziale periodo felice, arriveranno per Maŝa lunghi mesi di noia e solitudine che verranno compresi dal marito, tanto da spingerlo a trasferirsi con la moglie a Pietroburgo. Qui avverrà il vero distacco della coppia poiché Maŝa inizierà a far vita mondana, una vita che il marito detesta anche per le relazione che si creano, assolutamente false e di facciata. Inizierà per i due un periodo di silenzi, occhiate furtive e di tristezza nonostante la nascita di due figli. Maŝa deciderà di tornare in campagna sperando di poter recuperare l’amore del marito.

Questione di età, di idee e di esperienza. Maŝa e Sergej hanno vent’anni di differenza: lui è ormai un uomo adulto, con tutte le sue esperienze di vita, con una certa conoscenza di amore e matrimonio; un uomo che ha solo voglia di una vita tranquilla tra la natura, una moglie al suo fianco dedita alla famiglia e alla casa, che viva quindi per gli altri.
Maŝa è giovane, è bella, sta muovendo i primi passi in una nuova vita, in una città ricca; ha ragione di non voler perdere alcuna occasione di conoscere e sperimentare, di riempirsi gli occhi delle novità del mondo. Non aveva mai amato prima ma certamente la sua idea di questo sentimento e del matrimonio era idilliaca: passione, gioco, complicità. Sentir venire meno in poco tempo questo tipo di rapporto genera in lei tristezza, desolazione e sensi di colpa verso un marito a cui si è votata, per cui si mostra in società, accudisce e compiace suonando e leggendo in un continuo desiderio di migliorarsi per compiacere colui che, più che marito, appare sino alla fine come un tutore. Un innamoramento che non sfocerà mai in amore, ma in affetto, in una necessità di compagnia da parte di lui. Nulla tornerà come prima. Tutto l’amore si riverserà sui figli e lui diventerà solo il padre dei suoi bambini.

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La lettura mi ha incuriosito e portato a far ricerche, permettendo di intrufolarmi nel privato del suo autore.

Ma cosa c’entra la vita privata di Tolstoj? Egli sposò Sof’ja Tolstaja nel 1862, quando lei aveva 18 anni e lui 34, dopo una settimana di fidanzamento. La donna sarà costretta a trasferirsi in campagna dopo aver passato l’adolescenza a Mosca, stravolgendo il suo stile di vita, ora monotono e noioso. I 48 anni vissuti insieme saranno costellati dalla nascita di 13 figli e numerosi litigi. Diverse sono le voci che girano sui due, anche in seguito alla pubblicazione dei diari di Sof’ja. Pare che soffrisse da sempre di paranoie, tanto che alla fuga di lui tentò anche di suicidarsi. Fu una donna che offrì se stessa al marito, totalmente, mettendo da parte sogni e ambizioni per dedicarsi alla casa, ai figli e alla riscrittura dei manoscritti di Tolstoj, attività che la appassionò molto.
I litigi in casa erano all’ordine del giorno e riguardavano la gelosia, pare che Tolstoj le fece leggere i suoi diari appena sposati in cui aveva descritto i suoi rapporti con le donne, il testamento, l’economia familiare, a un certo punto lo scrittore iniziò a rifiutare i compensi per i suoi scritti perché iniziò a credere in una vita povera, e per i caratteri certamente difficili. Un altro motivo di disaccordo fu la pubblicazione di “La sonata a Kreutzer”, dissacrazione del matrimonio, a cui lei rispose con “Amore colpevole” in cui è forte la difesa dell’istituzione.
Ma l’amore, dalle lettere, era forte tra i due. Tolstoj pare che gliene scrisse circa 900 e in ognuna esprimeva il suo bisogno di avere la donna al suo fianco, musa ispiratrice dei suoi lavori e compagna di vita.

“Vi è un solo modo per essere felici: vivere per gli altri.”

Un dolore lungo una vita/Il primo Dio

“Il dolore deve essere la cosa più importante della mia vita.”

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Se vi dicessi che uno dei maggiori scrittori statunitensi di inizio ‘900 è italiano? Sono certa che il nome di Emanuel Carnevali sia ai più sconosciuto, e lo è stato anche per me fino a qualche mese fa, quando D editore ha deciso di riportarlo in patria.
“Il primo Dio” fu scritto da Carnevali durante il periodo di malattia, contrasse un’encefalite letargica, nel 1922. Morirà in un modo alquanto singolare: soffocato da un pezzo di pane.

Il testo in questione è un romanzo autobiografico in cui l’autore non manca di parlare della sua infanzia, della miseria patita, della follia forse gonfiandone la portata, ma è utile a comprendere l’etichetta di “poeta maledetto” che gli è stata affibbiata.

Dopo la morte della madre, per tetano, che lo costrinse a vivere di ristrettezze e dolore, conoscerà il padre, un uomo “nero dentro e fuori”, incapace di provare amore ma assolutamente in grado di far del male. Verrà spedito da lui in collegio fino scappare negli Stati Uniti, a solo 16 anni, dove troverà una breve fortuna fino a impazzire e tornare in Italia, dove morirà nel 1942.

Il testo è stato diviso in cinque parti che segnano i momenti fondamentali della vita di Carnevali. Il Bianco simboleggia l’infanzia dolorosa e il ricordo del latte d’asina che gli davano da bere, ma il bianco è anche il colore di quella “piccola luce sempre accesa” di speranza che le cose possano andare meglio.

Il Rosa rappresenta gli anni del collegio e delle prime esperienze sentimentali, di amore adolescenziali, distaccati, ma anche di amore vero e appassionato, quello per Giovanni. “Ma, benché odiassi il posto, io mescolavo il mio amore per il Canal Grande a quello per Giovanni: lui e Venezia erano gli splendori della mia vita”. Una sessualità ambigua la sua, ma certamente difficile in tempi in cui era davvero un peccato.

Il Nero è un colore che richiama il buio, il vuoto e la tristezza e segna il periodo vissuto a New York, la miseria e i numerosi e faticosi lavori che ha dovuto sopportare per poter avere un letto e un pasto. È anche il periodo in cui rivede il fratello ma le cose non vanno troppo bene, sono gli anni del matrimonio che non avrà un risvolto positivo. Ma sono soprattutto gli anni in cui la delusione maggiore è l’America, quel naufragare del sogno americano in cui tanto aveva sperato. “Quei famosi grattacieli altro non erano che enormi scatole che si ergevano davanti a noi, oppure di lato, terribilmente futili, spaventosamente poco importanti, tanto comuni che si sarebbe potuto credere di averli già visti in un altro posto.”

Ma “Chicago” e “L’Italia”, le ultime due parti del libro, riguardano il vero punto di svolta dell’autore che passa da un successo importante a un declino inevitabile, sino a raggiungere il punto di non ritorno.

Maledetto, sfortunato, Emanuel Carnevali meritava di far conoscere la sua voce anche qui. In America è ancora considerato un rappresentate importante della letteratura di quel periodo da alcuni suoi colleghi che di fortuna ne hanno avuta di più; nel suo periodo peggiore, quando una forma di follia prese il sopravvento sulla sua psiche, non fu abbandonato nonostante gli atteggiamenti spesso fastidiosi che aveva, e gli fu anche pagata una clinica molto costosa che tentava di curare questi suoi problemi. Carnevali arriverà perfino a immedesimarsi in Dio, nel Primo e Unico Dio di se stesso, il solo a poter decidere il proprio destino.

Una scrittura poetica in alcuni tratti, ironica ma che per me manca di quella disperazione, di quella forza che immaginavo, forse dovuta al fatto che il protagonista, nonostante le sofferenze e le difficoltà patite non ha mai smesso di tentare, di andare avanti senza sosta accettando ogni difficoltà, combattendo per quel bisogno impellente di scrivere che lo ha portato al successo per poi sgretolarsi in poco tempo. Che sia orgoglio o altro, è certo che Carnevali conosceva bene il perdono.

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Inferno in Messico/Terra bruciata

“Alcuni dicevano: ci hanno fregato…
siamo spacciati… altri volevano parlare
ma non dicevano niente… sembrava che
pregassero o masticassero le parole.”

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L’elezione di Trump ha gettato tutti nello sconforto e nella paura del futuro americano e mondiale. Una delle decisioni per me più discutibili del nuovo presidente è quella di costruire un enorme muro al confine con il Messico, per fermare l’immigrazione dall’America Latina.

Emiliano Monge, nel suo romanzo “Terra bruciata” pubblicato da La nuova frontiera con la traduzione di Natalia Cancellieri, racconta “dell’ultimo olocausto della specie”: interi popoli che fuggono dal loro paese sperando di raggiungere l’altra parte della frontiera, affrontando tutte le insicurezze e le privazioni di un viaggio e decidendo di fidarsi di uomini senza scrupoli. Monge aggiunge un tassello importante alla letteratura sull’immigrazione, perché di romanzo si tratta pur essendo sostenuto da ricerche e testimonianze e nonostante una certa freddezza da me avvertita nel raccontare, mostrando un lato ancora più doloroso e ancora meno umano: il traffico di persone.

“Succede anche di giorno, ma stavolta è notte. In mezzo alla radura che la gente dei villaggi più vicini chiama Occhio d’Erba, uno spiazzo circondato da alberi maestosi, liane primordiali e radici che affiorano come arterie, si sente un fischio improvviso, risuona il crepitìo di un motore che si accende e quattro enormi riflettori squarciano il buio.
Spaventati, quelli che arrivano da molto lontano si fermano, si stringono gli uni agli altri e cercano di guardarsi: i potenti riflettori, però, abbagliano i loro occhi. Allora, mentre le donne si avvicinano ai bambini e i bambini agli uomini, quelli che camminano ormai da diversi giorni intonano il cantico dei loro timori.”

Bambini, uomini, donne e anziani che hanno come ultima speranza quella di raggiungere gli Stati Uniti per una vita migliore o ricongiungersi ai proprio cari, sopportano e si supportano ma ben presto dovranno fare i conti con una realtà ancora più cruda, e forse neanche mai paventata: il tradimento di coloro che gli avevano promesso di guidarli dall’altra parte e la conseguente vendita ai trafficanti. L’autore sin dall’inizio priva i migranti della propria identità: “Colui che ha ancora un’anima” o “colui che ha ancora un nome” diventa “senzanome” e “senzaDio”. La speranza non esiste e questo ci viene mostrato con forza sin dalle prime righe perché si possa affrontare la lettura con la consapevolezza che nulla di buono arriverà, che l’indifferenza è sovrana e nessuno farà qualcosa per salvare la vita di persone sì, ma straniere.

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Son pochi i personaggi che nel romanzo avranno una chiara identificazione, con nomi fortemente simbolici che richiamano al culto della morte come Epitaffio, Stele, Ossaria, Funerale e padre Loculo, nomi che gridano con forza il dolore e la morte che portano quasi come seconda pelle e che infliggono agli altri. Solo uno dei senzanome avrà un ruolo importante, un ex pugile soprannominato Mausoleo, che verrà scelto per eseguire gli ordini dei trafficanti e mostrerà una volontà di sopravvivenza tale da riuscire perfino a compiere azioni disumane nei confronti di quelli che fino a poco prima erano suoi compagni di sventura. Ma sarà proprio così?
Ti ci abitui presto al tanfo e alla visione della morte diranno a un certo punto due fratelli che da sfasciacarrozze son diventati anche sfasciacadaveri, specialmente se cancellerai dalla mente l’idea che quel corpo prima avesse una vita, una identità ma soprattutto un’importanza, che fosse degno di essere considerato una persona e non un oggetto da cui ricavare denaro e favori. Degradare, disumanizzare l’essere umano. Rimarranno solo flebili versi prima di cedere totalmente e lasciarsi andare, sopraffatti e senza alcuna forza per resistere. La loro voce si sentirà lontana, sotto forma di testimonianze raccolte dall’autore e inserite nel libro quasi come litanie.

In mezzo a tanto dolore, brutalità, interessi economici o di potere a scapito di persone, l’amore è parte fondamentale della narrazione di Monge. È un amore inizialmente segreto quello tra Epitaffio e Stele, due persone nate dal nulla e costrette a una vita da loro non scelta, che vogliono finalmente lasciare tutto e stare insieme. Questo amore così forte sarà centrale nelle 72 ore raccontate dal romanzo, periodo che li vedrà divisi ma sempre con il pensiero rivolto all’altro: dubbi, urgenza di sentirsi e chiarirsi, preoccupazione, mancanza, urgenza invaderanno i pensieri dei due amanti, anche durante i momenti più critici dell’operazione e non verranno mai risolti per la difficoltà di raggiungersi telefonicamente perché tra le montagne la linea è troppo debole. E il loro amore verrà consumato dalla mente e dal corpo, li renderà instabili e sull’orlo della pazzia. È un amore volutamente esasperato e assurdo, perché così grande pur avendo come protagonisti un uomo e una donna che del dolore degli altri ne fanno un lavoro, troppo interessati a se stessi e al proprio volere per rendersi conto di essere bestie.

“Il giorno in cui si erano giurati amore eterno, mentre Stele, coricata sul corpo di Epitaffio, congiungeva con un pennarello i punti che lei stessa aveva inciso, utilizzando il punzone di padre Loculo, sulla sua pelle: come in una fiaba per bambini, Stele aveva visto apparire, sotto al suo tratto lento e incerto, la rosa dei venti che aveva fatto di lui una mappa per lei, e forse anche di più: la cartografia della sua esistenza.”