Speciale GoodBook/Intervista a Leonardo Malaguti

L’editore del mese | Intervista a Leonardo Malaguti, scrittore

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Per la rubrica “Editore del mese” dedicata a Exòrma Edizioni, ho intervistato il giovane autore Leonardo Malaguti, in libreria con il suo romanzo d’esordio Dopo il diluvio.

Giovanissimo autore, classe ’93, ti dedichi alla scrittura e alla sceneggiatura oltre che alla regia. È indubbio che il romanzo, finalista al Premio Nazionale di Letteratura Neri Pozza, risenta di questa tua formazione nella capacità che hai di dar vita a immagini subito visibili e percepibili al lettore, proprio come in un film. Credi che, al di là del tuo caso, questa possa essere una tendenza della narrativa contemporanea, che vuole avvicinarsi di più al potere che hanno le immagini nella nostra società?

“Credo proprio che si tratti di una caratteristica sempre più comune nella letteratura contemporanea, ma non penso sia semplicemente una “tendenza”: l’immagine non è solo potente, al giorno d’oggi è un elemento primario e imprescindibile del linguaggio, della cultura, della quotidianità. Dunque più che di “tendenza” parlerei di evoluzione del pensiero: la scrittura si fa “visiva” perché chi scrive non ragiona più esclusivamente per concetti astratti, ma anche per input (audio)visivi. Il correlativo oggettivo non è più soltanto una formula poetica di quelle che si studiano a scuola, ma la forma mentis del pensare moderno. Sforzarsi di scrivere “per immagini”, dunque, non è più necessario: basta scrivere.”

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Leonardo Malaguti

Inganno, pazzia, terrore, sesso, delitto, paranoia e rape sono i termini che rappresentano perfettamente quello che è il tuo romanzo d’esordio, Dopo il diluvio, e che utilizzi, infatti, nel booktrailer. Come si legano, quindi, alla storia che hai raccontato?

“Rimandano ognuno a elementi ricorrenti del racconto, ma penso che potrebbero essere racchiusi tutti (eccetto le rape, credo) nel concetto di paranoia: Dopo il diluvio infatti, più che un giallo, un horror, una tragicommedia, una pièce surreale – o qualsiasi altra definizione di genere che si potrebbe trovare – è uno “studio narrativo” su come una comunità possa reagire di fronte a situazioni estreme e di come basti poco a tramutare la paura dell’ignoto del singolo individuo in isteria collettiva, con tutto ciò che ne deriva. Per quanto riguarda le rape… beh, sono bitorzolute e dure, come le teste dei paesani.”

“Qui si scrive male” è una collana di Èxòrma che sta dando grandi soddisfazioni alla casa editrice e ai lettori. Secondo una definizione data dagli stessi editori, lo scopo è quello di “trascurare le scritture sfiancate e addomesticate alla necessità del farsi vedere e sbarrare il passo all’omologazione dei contenuti, alle strettoie dei generi.” Come si inserisce qui il tuo romanzo?

“Citando quasi testualmente frasi che ho sentito a lungo rivolgere al romanzo dai rappresentanti di varie case editrici prima di approdare in Èxòrma: non si inserisce in nessun genere, la trama non si può riassumere in una frase, non è un romanzo “di tendenza”, prende strade inaspettate che spiazzano il lettore (in positivo o negativo, questo non sta a me dirlo). C’è chi l’ha paragonato a un grande teatro di posa allestito in ogni minimo dettaglio, in cui bisogna imparare ad ambientarsi. Molti sul mercato le vedono come debolezze, in Èxòrma sono considerati punti di forza.”

Il tuo romanzo inizia con un diluvio che colpisce un paese dislocato in una valle, e racconta di ciò che accade dopo la catastrofe. Regna l’anarchia, gli uomini danno mostra del lato peggiore di sé, si cerca in tutti i modi un capro espiatorio, in più c’è la figura del Generale Krauss, (per caso si rifà al generale nazista?) un singolo che cerca di creare pian piano un nuovo ordine. Credi che sia necessaria una “pulizia” generale per tentare di recuperare quel che di buono è rimasto nella nostra società? Credi che ci sia una regressione della società e un tentativo di creare un nuovo ordine anche oggi? Insomma, quale è il legame con l’oggi?

“A essere sinceri non avevo idea dell’esistenza di un vero Generale Krauss finché non ho cercato su Google dopo aver letto questa domanda e la coincidenza mi diverte molto. Il caso, come sempre, ha la meglio. Probabilmente il finto Krauss avrebbe avuto simpatie naziste, ma destinate a non durare: è un personaggio troppo scomodo e fuori dagli schemi, sarebbe finito presto nella lista nera del partito. Non credo affatto alla necessità né tantomeno alla bontà di una “pulizia”, ma non so se si possa parlare di regressione. Sicuramente viviamo in tempi caotici, siamo a uno snodo storico e culturale e come sempre al cambiamento si accompagnano ondate reazionarie. Non penso che la società di oggi sia “peggiore” di trenta, sessanta, novant’anni fa (non significa che sia migliore, ovviamente) e non mi piace la nostalgia irrazionale perché si basa spesso e volentieri su proiezioni idealistiche invece che sui fatti: è la paura dell’ignoto a generarla, la paura di doverci adattare a qualcosa che non conosciamo, di perdere quello che abbiamo e di perderci noi stessi. C’è sempre chi si oppone a questi movimenti e cerca di stabilire arbitrariamente l’ordine, e basta guardarci intorno per capire che sta succedendo e dove purtroppo ci sta portando. Un ordine forzato non è ordine. L’ordine, se esiste, è spontaneo, ma ci si fa presto l’abitudine e dura poco. Imparare a gestire il disordine è l’unica maniera per trovare una qualche forma di pace. Il paese del romanzo è un riflesso a-storico e stilizzato di tutto questo.”

Èxòrma ha pubblicato da poco Neghentopia, un testo molto particolare di Matteo Meschiari che credo abbia qualche legame con il tuo in quanto Matteo racconta di un mondo ormai distrutto, di un’apocalisse inevitabile che, secondo l’autore, è già in atto in alcune parti del nostro mondo e non tarderà a colpire anche noi, causata dalla nostra indifferenza per l’ambiente. Secondo Matteo, quindi, non vi è alcuna speranza di salvezza. Secondo te?

“Sicuramente con Matteo condivido la predisposizione al pessimismo, ma credo si tratti di due sfumature diverse: sotto la scorza cinica rimango ingenuamente affascinato dal disastro e riesco a scorgervi se non una speranza, un barlume di bellezza, e mi domando se, dopotutto, non sia giusto che le cose vadano in quella maniera. Mi terrorizza, desidero sinceramente che migliorino, ma la parte di me che riesce a rimanere razionale pensa: forse è orribile solo dal nostro antropocentrico punto di vista. E, in ogni caso, prima o poi, che lo si voglia o no, tutto deve terminare quindi meglio mettersi l’anima in pace (cosa comunque quasi impossibile da fare, giustamente, ma è bene almeno provarci). Neghentopia parla di quello che succede dopo l’Apocalisse, Dopo il diluvio di quello che succede subito prima: nel primo caso l’orrore si è già consumato, si è passati oltre, nel secondo tutto può ancora succedere. Non so se chiamarla speranza, o angosciante incertezza. In ogni caso non è rassicurante.”

 

 C’è un passaggio molto bello nel libro: “Nessuno sa mai nulla. Per questo ci vuole qualcuno che racconti le storie, che trasformi il pettegolezzo in cronaca e la cronaca in letteratura, altrimenti la gente non ricorda, non conosce, non crede. I fatti sono sempre noiosi o troppo dolorosi da sostenere, per quello si tace, si ignora, si bisbiglia, sta dunque al poeta entrare in gioco – è una lotta farsi ascoltare.” È il compito della letteratura secondo il tuo modo di vedere?

“Parzialmente: questo passaggio è recitato da un personaggio estremamente colto e brillante, che però non si rende conto che la sua visione è profondamente limitata dal suo ego e dal suo cinismo. C’è della verità, e credo sia un’analisi abbastanza realistica dello stato attuale delle cose, ma trovo anche che il tema sia molto più ampio e sfaccettato, difficilmente riducibile a un aforisma.”

 

L’articolo è stato interamente ripreso da GoodBook, che ringrazio per la possibilità.

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Un dolore lungo una vita/Il primo Dio

“Il dolore deve essere la cosa più importante della mia vita.”

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Se vi dicessi che uno dei maggiori scrittori statunitensi di inizio ‘900 è italiano? Sono certa che il nome di Emanuel Carnevali sia ai più sconosciuto, e lo è stato anche per me fino a qualche mese fa, quando D editore ha deciso di riportarlo in patria.
“Il primo Dio” fu scritto da Carnevali durante il periodo di malattia, contrasse un’encefalite letargica, nel 1922. Morirà in un modo alquanto singolare: soffocato da un pezzo di pane.

Il testo in questione è un romanzo autobiografico in cui l’autore non manca di parlare della sua infanzia, della miseria patita, della follia forse gonfiandone la portata, ma è utile a comprendere l’etichetta di “poeta maledetto” che gli è stata affibbiata.

Dopo la morte della madre, per tetano, che lo costrinse a vivere di ristrettezze e dolore, conoscerà il padre, un uomo “nero dentro e fuori”, incapace di provare amore ma assolutamente in grado di far del male. Verrà spedito da lui in collegio fino scappare negli Stati Uniti, a solo 16 anni, dove troverà una breve fortuna fino a impazzire e tornare in Italia, dove morirà nel 1942.

Il testo è stato diviso in cinque parti che segnano i momenti fondamentali della vita di Carnevali. Il Bianco simboleggia l’infanzia dolorosa e il ricordo del latte d’asina che gli davano da bere, ma il bianco è anche il colore di quella “piccola luce sempre accesa” di speranza che le cose possano andare meglio.

Il Rosa rappresenta gli anni del collegio e delle prime esperienze sentimentali, di amore adolescenziali, distaccati, ma anche di amore vero e appassionato, quello per Giovanni. “Ma, benché odiassi il posto, io mescolavo il mio amore per il Canal Grande a quello per Giovanni: lui e Venezia erano gli splendori della mia vita”. Una sessualità ambigua la sua, ma certamente difficile in tempi in cui era davvero un peccato.

Il Nero è un colore che richiama il buio, il vuoto e la tristezza e segna il periodo vissuto a New York, la miseria e i numerosi e faticosi lavori che ha dovuto sopportare per poter avere un letto e un pasto. È anche il periodo in cui rivede il fratello ma le cose non vanno troppo bene, sono gli anni del matrimonio che non avrà un risvolto positivo. Ma sono soprattutto gli anni in cui la delusione maggiore è l’America, quel naufragare del sogno americano in cui tanto aveva sperato. “Quei famosi grattacieli altro non erano che enormi scatole che si ergevano davanti a noi, oppure di lato, terribilmente futili, spaventosamente poco importanti, tanto comuni che si sarebbe potuto credere di averli già visti in un altro posto.”

Ma “Chicago” e “L’Italia”, le ultime due parti del libro, riguardano il vero punto di svolta dell’autore che passa da un successo importante a un declino inevitabile, sino a raggiungere il punto di non ritorno.

Maledetto, sfortunato, Emanuel Carnevali meritava di far conoscere la sua voce anche qui. In America è ancora considerato un rappresentate importante della letteratura di quel periodo da alcuni suoi colleghi che di fortuna ne hanno avuta di più; nel suo periodo peggiore, quando una forma di follia prese il sopravvento sulla sua psiche, non fu abbandonato nonostante gli atteggiamenti spesso fastidiosi che aveva, e gli fu anche pagata una clinica molto costosa che tentava di curare questi suoi problemi. Carnevali arriverà perfino a immedesimarsi in Dio, nel Primo e Unico Dio di se stesso, il solo a poter decidere il proprio destino.

Una scrittura poetica in alcuni tratti, ironica ma che per me manca di quella disperazione, di quella forza che immaginavo, forse dovuta al fatto che il protagonista, nonostante le sofferenze e le difficoltà patite non ha mai smesso di tentare, di andare avanti senza sosta accettando ogni difficoltà, combattendo per quel bisogno impellente di scrivere che lo ha portato al successo per poi sgretolarsi in poco tempo. Che sia orgoglio o altro, è certo che Carnevali conosceva bene il perdono.

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Ritrovare se stessi/A caccia nei sogni

Come fratelli cresciuti insieme, affrontarono la questione serissima dei genitori che si comportano in modo bizzarro e dei figli che cercano di reagire come meglio possono.

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Se in La fine dei vandalismi Tom Drury ha poggiato lo sguardo su una umanità tanto variegata, A caccia nei sogni ci permette di conoscere meglio le vite di una famiglia poco convenzionale da una parte, assolutamente tipica dall’altra.

Lo sguardo dell’autore si restringe su Tiny Darling, l’ex marito di Louise nonché uomo poco raccomandabile, che si fa chiamare Charles. Ha abbandonato il suo nomignolo per riacquistare la sua identità, il nome da uomo. È sposato con Joan adesso, e con lei ha un figlio, Micah. In famiglia, oltre al fratello Jerry che si innamorerà di una ragazzina, farà la sua apparizione Lyris, figlia di Joan, da lei abbandonata quando era piccolina.

A volte ho l’impressione che quello che dovrei diventare sia scritto sulla parete di fondo dell’universo e che si stia allontanando da me alla velocità della luce.

Drury ci racconta di vite semplici, insignificanti se guardate nell’insieme ma importanti perché sono vicine a ognuno di noi. Ci parla di insoddisfazioni, di dolori e di scelte.

Charles, pur rimanendo un uomo capace di rubare e di farlo con piacere, mostra il suo lato tenero e dolce con la figliastra Lyris, dimostrandole un affetto da padre: “Il meglio che possiamo fare è ricordarci l’uno dell’altro e, per amore del cielo, fare una telefonata quando vediamo che è tardi”. Insieme a lui seguiremo il suo animo ferito per la lontananza di una moglie che tanto gli aveva dato e per essersi reso conto tardi di aver lasciato andare una persona importante, senza aver fatto nulla per dimostrarle amore.

Joan riprende con sé la figlia abbandonata incapace di darle una spiegazione. È una donna confusa, disillusa, angosciata per un mondo in cui “un ragazzo spara al suo migliore amico” e bisognosa di ritrovare la sua luce nella notte della contea. Neanche il desiderio riuscirà a riportarle serenità; come Louise, deciderà di allontanarsi dalla sua famiglia abbandonando i figli, convinta che “la sua famiglia l’avrebbe aspettata. Joan agiva sulla base della frequente illusione secondo cui, in sua assenza, la vita delle persone a lei vicine avrebbe assunto un andamento circolare”.

Micah, un bambino che ha paura del buio della sua casa ma non quello della contea, silenziosa e solitaria ma illuminata dalla luna e dai lampioni. Non ha paura di girare da solo, ma sente su di sé il peso di una situazione che lui non comprende, e la mancanza della madre in casa fa vacillare le sue certezze.

E infine Lyris, la giovane donna che è stata affidata a più famiglie, girando come una trottola, per poi ritrovarsi dalla madre biologica che l’aveva rifiutata e da cui ben poco si sente amata. Ma è meglio di niente, poter fermarsi finalmente in un posto, ancora meglio se può essere chiamato casa.

Forse qualche residuo dei pensieri di Joan era rimasto impigliato tra i suoi vecchi abiti, e la mente di Lyris sarebbe riuscita ad assorbirlo. A quel punto, magari, avrebbe potuto capire.

Tom Drury non perde la sua prerogativa di utilizzare un linguaggio quanto meno emozionale possibile, lasciando poche frasi a significare il tutto, sentimenti, emozioni e stati d’animo. Ci parla di amori finiti o di momenti di stasi, di tristezza del cuore e sentimenti di impotenza. Di dubbi, di errori, di egoismo ma soprattutto di mancanza di comunicazione. Non lascia sgorgare parole che possano raggiungere un climax, generare pietismo o lasciare il lettore alla sua personale visione. È un dolore pacato, intimo, che turba il cuore ma che non si lascia scoprire da un osservatore esterno, e che trova risposta, forse solo nei sogni. A caccia nei sogni.


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Tom Drury
A caccia nei sogni
NN Editore
Traduttore: Gianni Pannofino
Pagine 240
18,00 €
ISBN: 978-88-99253-69-1
In libreria da: 02-11-2017

Sappiamo accettare?/La madre di Eva

Sono qui Eva, sono accanto a te. Sono seduta nel corridoio freddo di fianco alla sala operatoria, dove tu sei sdraiata, nuda, per l’ultima volta donna, bambina, femmina.
Non mi senti e non mi vedi ma sono qui. Non ti lascio. Ho promesso che ci sarei stata fino alla fine e sono qui. Ti ho portato in capo al mondo a farti smembrare come un agnello sacrificale e resto con te fino al compimento di questo sacrificio estremo. Fino a quando tu non sarai più tu e al posto tuo ci sarà una persona nuova.

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Sempre più spesso si associa il termine “rinascita” a un cambiamento emotivo, interno che si ripercuote, poi, sul fisico perché cambia l’umore, ritorna il desiderio di prendersi cura di se stessi.
Ma quando avviene il contrario, quando questa rinascita riguarda un desiderio di cambiamento circoscritto a quell’involucro esterno che è il nostro corpo, come lo definiamo? Credo che la parola giusta sia allineamento: disporre tutto in un qualcosa di ordinato, che segua una linea dritta, retta. Allineare il corpo alla parte interna di noi, alla nostra identità.

Perché Eva uomo si è sempre sentita, da quando, a 3 anni, ha detto alla maestra di voler essere un maschio, e lo ha chiesto come regalo a Babbo Natale, cercandolo in quei pacchi tutti colorati sotto l’albero.

La reazione più naturale per i genitori è quella di minimizzare, giustificare qualsiasi comportamento anomalo di un figlio che a quell’età non può conoscere la differenza tra maschio e femmina, il significato di genere sessuale. E via a ingoiare bocconi amari, preoccupazioni delle insegnanti, umiliazioni. Ma arriva un momento in cui non si può tornare indietro, un momento in cui il bisogno di fare i conti con quel qualcosa di sconosciuto diventa impellente per voi e per vostro figlio. La chiamano disforia di genere quella sensazione di inadeguatezza e di rifiuto per il proprio corpo. La classificano come malattia i medici, come abominio i più, a me piace avvicinarla a un’imperfezione fisica che identifica ognuno di noi. Anomalia, difetto, sbavatura, qualcosa che non dipende dalla nostra volontà, risolvibile. Doloroso. Inevitabile.

Quello che intuivi era che tua madre, l’unica persona che avrebbe dovuto accettarti senza giudizio, dentro le cui braccia avresti dovuto trovare rifugio dal mondo, in realtà si vergognava di te.

Questa mancanza che Eva sente viene avvertita dalla madre come una colpa, colpa di averla fatta femmina, colpa di non averle impedito l’inevitabile, colpa di non aver capito quando altri lo hanno fatto, persone che la conoscevano poco ma che avevano sentito di doverla lasciare libera nella sua crescita e nell’affermazione del suo vero sé. Colpa di provare schifo per quei suoi desideri sbagliati e vergognosi. Ma come si può capire una figlia che utilizza degli imbuti per far pipì in piedi, nel bagno dei maschi? Come è possibile appoggiare qualcuno che rifiuta la sua femminilità, la sua pienezza, la sua capacità di creare vita? La pubertà arriva presto e con essa tutti quei segnali esterni collegati al diventare donna: per una persona come Eva se il seno era ripugnante, il ciclo mestruale è un vero trauma perché “nonostante la tua volontà di essere maschio, la natura ti aveva marchiato a sangue come femmina”. Uno smacco alla forte identità che con gli anni si era andata a modellare, qualcosa che doveva essere eliminato per il raggiungimento della piena realizzazione, anche se si trattava di un primo, piccolo passo. E gli ormoni diventano i suoi alleati.

L’illusione che questo possa bastare, possa soddisfare e appagare il bisogno di essere come esattamente come si vorrebbe si fa presto chiaro agli occhi dei genitori. Eva non si fermerà finché non conquisterà quel corpo immaginato e bramato. Ci saranno difficoltà da affrontare, battaglie senza esclusione di colpi che vedranno scontrarsi da una parte lei, sostenuta dalla psicologa, e dall’altra i genitori in un continuo attaccarsi a vicenda: per ogni no dei genitori, per ogni decisione contraria al volere di Eva, un passo indietro nel tentativo di ricucire un rapporto, una delusione cocente negli occhi e nel cuore e anche un gesto di estrema disperazione.

Dopo anni di tentativi, cosa resta da fare? E non importa se si tratta della cosa giusta, non importa se volevi salvare tua figlia da qualcosa che solo tu reputi una punizione di Dio, alla fine cedi. Accetti di essere madre, amica e complice di uno scempio, accompagni tua figlia in capo al mondo rimanendo fuori ad aspettare mentre avviene la demolizione del suo corpo, quella che ha per anni agognato, quell’odio nei confronti del corpo perfetto che tu le avevi donato. Verranno buttati quegli organi sani di cui tantissimi avrebbero bisogno, come resti di carne da macello. Guarderai quel chirurgo come un carnefice, un mostro che sta distruggendo la tua bambina, la tua Eva, e l’ospedale come luogo di tortura che invece di curare fa a pezzi. Tornerai a casa con tuo figlio, che non si chiamerà più Eva. Ma sarà sempre la persona che hai conosciuto, sarà sempre tuo figlio, finalmente felice e libero di essere se stesso. Ti renderai conto che le persone da salvare eravate voi, lui non ne aveva bisogno, lui sapeva e voleva essere appoggiato, accettato.

Ma basta l’amore puro dei genitori a rendere piena questa accettazione definita abominio, o è solo un illusione dovuta a una estenuante vita in continuo conflitto con se stessi, le proprie convinzioni, la società e lui?

Io sono già un uomo, papà, io sono uomo da quando sono nato. Io sono più uomo di qualunque altro uomo perché quello che per voi è scontato, quello che a voi la natura ha dato in sorte, io lo devo strappare con le unghie e con i denti.


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Silvia Ferreri
La madre di Eva
Neo edizioni
ISBN 978-88-96176-51-1
Pagine 200
Euro 15.00

Bonjour tristesse/L’angolo del mondo

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La storia di Marian è il racconto di una solitudine profonda che, solo per brevi momenti, diventa meno acuta grazie alla scintilla di un amore improvviso, adolescenziale e tumultuoso.
La conosciamo in un periodo della vita in cui ha perso la madre, suo baluardo, suo esempio, frequenta senza impegno il suo ex compagno e insegna spagnolo all’Università con uno stipendio che non le permette vestiti e un vino decente, tanto da essere costretta a vendere molti oggetti della madre per racimolare soldi. Marian ha 37 anni, vive a Cuba, dove è nata, e a parte poche persone il suo contatto con l’esterno è una semplice segreteria telefonica, un tramite tra il fuori e il dentro del suo rifugio. Il suo angolo di mondo. A sconvolgere il suo spazio arriva Daniel, giovanissimo scrittore al suo primo libro pubblicato la cui prefazione verrà affidata proprio a Marian.

“Marian, sei un’altra persona. Eri morta e senza nemmeno la voglia di fare il minimo sforzo per alzare il coperchio della tomba e guardare fuori. Sei raggiante, piena di forza, nella tua rabbia, in questa guerra da innamorati adolescenti. Non so se ti ama davvero o te lo fa credere, ma tu sei un’esplosione di vita e di emozioni. Perché fuggi?”

E se la storia d’amore prosegue tra discussioni, diverse visioni del futuro e paranoie che ben poco giovano alla narrazione, la mia attenzione è stata attirata dai personaggi cosiddetti minori che riescono a vivacizzare la narrazione arricchendola con le loro storie personali, insieme ad alcuni indizi sulla vita a Cuba. Gli stessi personaggi, poi, danno luogo a due tematiche fondamentali del romanzo: il viaggio e la scrittura.

Oltre, quindi, a incontrarsi grazie (o a causa) di un libro la protagonista e Daniel, conosciamo Sergio, “lo scrivano con la testa che trabocca di storie” ma che non ha interesse a diventare famoso. Idea romantica forse di scrittore. Poi c’è il falso romanzo che Marian ha detto di aver iniziato a scrivere quando la madre stava male, per condividere con lei una gioia e un segreto, farle credere ancora in qualcosa. Ma quel libro non è mai arrivato. C’era, aveva iniziato a digitare storie del libro che Daniel voleva scrivere a quattro mani, ma sono state cancellate e mai salvate. La letteratura come ponte tra persone, come speranza e consapevolezza.

La vicenda della madre di Marcos, invece, ci racconta qualcosa della vecchia Cuba: da serva divenne padrona della casa dei proprietari a cui era soggetta, dopo la partenza verso mete più favorevoli. E qui il tema del viaggio: del racconto di tutti coloro che sono andati via in cerca di fortuna ma che lasciano dietro di sé più di quanto immaginino, e di quelli che invece non voglio andar via. Lorena la pittrice che “non vuole sorprese, vuole rimanere nel suo angolo” perché il primo viaggio porta necessariamente al secondo e così all’infinito. A Marian che di andarsene via da quel posto così difficile e contraddittorio non ci pensa nemmeno; vuole la sua sicurezza, la sua identità che altrove perderebbe. E poi c’è il personaggio di BiDi, un po’ saggio, un po’ padre che appare sempre nei momenti giusti.

“Ma la vita reale arriva anche nel resto del mondo. Ti metti a cercare lavoro. Conosci la città da cima a fondo, eppure continua a esserti estranea e non ti sei fatto un amico. Inizi a ricordare e i ricordi di accerchiano e ti risucchiano. Ti rendi conto di quanto siano belli il tuo paese e la tua gente. Ricordi un’Avana idealizzata che esiste solo nel tuo cuore. E ti rassegni a vivere lontano da lei.”

A me fa tornare alla mente la nostra situazione attuale: la ricerca di fortuna fuori e il legame viscerale che che ognuno ha con la propria terra o con la propria famiglia. Ti senti sempre straniero da un’altra parte, anche se usi la stessa lingua.


Autore: Mylene Fernández Pintado
Genere: Narrativa
Collane: Gli Alianti
Traduzione: Laura Mariottini e Alessandro Oricchio
Data Pubblicazione: 21/09/2017
Numero di pagine: 224
Codice EAN: 9788871687957
Prezzo di listino: 16 €
Lingua Originale: ES

Nati sotto una cattiva stella/Mapocho

La morte è una menzogna, Fausto.
Mi sono strappato gli occhi eppure vedo ancora.
Non c’è via d’uscita, sono fregato.

Nascere a Santiago, nel sud del mondo, significa nascere sfigati. La Bionda lo sa, ricorda quando la nonna, con i suoi gatti, pregava la vergine ma questa era sempre girata dall’altra parte, offriva loro il suo sedere liscio e pallido. Erano sulla riva sbagliata del Mapocho, ancora più maledetti. Lei, l’Indio, Fausto e la Madre. Segnati.

Arrivano momenti della vita in cui l’unica decisione da prendere è quella di scappare, di lasciare la grande casa nel Quartiere, la nonna con i gatti e il marito, perché i figli hanno diritto a una speranza. Ma i ricordi non ti abbandonano neanche se continui a fuggire sempre più lontano, i ricordi e le delusioni sono un bagaglio costante di ferite che si rimarginano ma che hanno bisogno di un nulla per riaprirsi e bruciare. I due ragazzi vivranno in una casa su una spiaggia, lontano dalla loro patria, cresceranno con una bugia, con una morte nel cuore. Ma la morte è una menzogna, come la Storia.

“Le menzogne si costruiscono con le parole. Escono da una bocca indecente ed essendo fatte di lettere prendono vita nel momento in cui vengono pronunciate. Le menzogne hanno ali e volano come un avvoltoio, girano sulla carogna e si nutrono di quelli che non hanno anima, di quelli che non sanno, che non vedono o non vogliono vedere. Le menzogne ingannano. […]”

Lo inizio con curiosità e perplessità questo viaggio sul Mapocho, lasciandomi trasportare dalle sue acque torbide stesa in una bara, scorgendo a ogni curva pezzi di Storia e storie, reali o immaginate, simboliche, che roteano in una confusione impazzita nel tentativo di darsi un senso logico.

Nona Fernandez qui è al suo esordio di narratrice e spiazza tutti con una linguaggio ai limiti del volgare in alcuni casi, rendendo perfettamente la condizione di chi vive in un posto come Santiago, specialmente sotto la dittatura di Pinochet, e uno stile vorticoso, come se si trattasse di pensieri lasciati a briglia sciolta che si muovono a volte più lenti, altre volte con più velocità, seguendo le andature dell’acqua del Mapocho. I personaggi sono morti, ma appaiono perfettamente vivi, vividi, sofferenti. Ognuno ha la sua storia da raccontare, che si intreccia nella storia di un paese deturpato: la Fernandez racconta questa violenza attraverso poche frasi, riflessioni del singolo che riflettono quelle di un popolo, la rilegge raccontando quelle che possono sembrare leggende e fiabe inventate ma che rappresentano perfettamente il tracollo che ne è conseguito.
Ritroviamo personaggi e fatti che non conservano il proprio nome, ma sono riconoscibilissimi: il Colonnello che si impone con la forza e che spazza via qualsiasi differenza, per fare pulizia, o l’incendio dello stadio che nella realtà è stato un campo di prigionia per molto tempo. Non c’è scampo agli orrori, neanche i morti hanno pace a Santiago del Cile, il fiume putrido li rigetta ai suoi carnefici.

Ma la Storia qui non è solo una rivisitazione dal punto di vista dell’autrice: fa parte di quelle parole menzognere che ingannano. Trovo questo punto di grande attualità e importanza, quasi il vero senso del testo tutto: la storia ufficiale non è veritiera, non è reale. Fausto, il padre, inventore di storie per i bambini del Quartiere in tempi di luce, verrà sequestrato dai militari e costretto a riscrivere la storia del paese secondo le regole del regime, cancellando i punti più bui e oscuri e falsando la realtà. Che possibilità di redenzione può sperare chi è complice di un tale sfregio? Quale destino per una città il cui passato è stato cancellato?

“Tutto ciò che non ha trovato spazio nei volumi della biblioteca giace a terra tra polvere e sporco. Per tanto tempo Fausto ha conservato questi testi come una sorta di garanzia. Finché i suoi appunti fossero esistiti, una parte dell’uomo che era stato avrebbe vissuto dentro di essi.”

Io la vedo ancora la Bionda camminare per quelle strade così diverse, con una ferita alla testa da cui escono schegge e ricordi. Sento la sua confusione, i momenti di lucidità e di perdita di senso. Li vedo quegli strani personaggi aggirarsi come fantasmi e sento la presenza dell’Indio, sempre nascosto dietro i cespugli a prendersi cura di lei da lontano, anche nella morte, anche nel proibito di un amore maledetto.

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Collana: gran vía original
Titolo originale: Mapocho
Traduzione di: Stefania Marinoni
ISBN: 978-88-95492-44-5
Pagine: 212
Prima edizione: marzo 2017
Formati: brossura
Prezzo: 16,00 €

Sei speciale, Maria/La figlia femmina

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«Allora Abramo stese la mano e prese il coltello per immolare suo figlio. Ma l’angelo del signore lo chiamò dal cielo e gli disse: “Abramo, Abramo! Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli alcun male! Ora so che temi Dio e non gli hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio”.
Maria è assorta in un pensiero. È l’unica figlia di suo padre. Se un giorno lui la legasse e la stendesse su un altare accanto a legna da ardere, lei non si stupirebbe. Pensa che lui lo farebbe fissandola con gli occhi neri e severi, attraverso le ciglia ramate. Lei gli accarezzerebbe un riccio della criniera arancione che ha sempre voglia e timore di toccare. Penserebbe che se lo fa papà è giusto.»

È condensato in questo passo il senso del romanzo di esordio di Anna Giurickovic Dato, siciliana d’origine e romana di adozione. 27 anni e con una certa sicurezza e spigliatezza nel parlare del suo libro, una passione per i suoi studi di legge e per i suoi interessi nei confronti della psicologia e psichiatria, specialmente applicata a casi di abusi, come quello che nel libro subisce Maria, la piccola Maria, la bambina speciale.

Cosa succede quando in famiglia ci sono casi di abusi sessuali? Se ne sente parlare qualche volta, ma il tema resta sempre un tabù ai giorni d’oggi, specialmente se il tutto avviene in famiglia. Maria, la protagonista del romanzo, a 5 anni scoprirà “quel calore che non conosce e non dovrebbe conoscere” per mano del padre. Ma non ha paura Maria, perché se lo fa il padre è giusto.

In un racconto ambientato tra Rabat e Roma, con continui passaggi da Maria bambina a signorina di 13 anni, si dipana la storia di una famiglia all’apparenza felice. Gli anni passano senza che nessuno comprenda appieno quello che in realtà accade, nonostante l’aggressività della bambina, alcuni comportamenti molto chiari del padre e le insinuazione della nonna e della scuola.

«Era lei che distruggeva l’idea di famiglia ideale che avevo. lei che mi ricordava ogni giorno di quanto fossi un fallimento. Lei, che con la sua furia voleva costringermi a vedere. Io non vedevo niente.»

La storia viene raccontata dagli occhi e dalla voce della madre, Silvia, in seguito alla scoperta della verità: finalmente ne prende coscienza. Ma chi è Silvia? Una madre che non riesce a capire, offuscata dall’amore per un marito così rispettato e autoritario, che l’ha sposata quando aveva solo 19 anni. Non vede perché ha paura di perdere tutto lei, perché gli uomini le scelgono giovani le donne, sono facilmente malleabili. Una madre che vede nella figlia prima un mostro, poi una rivale. Perché Maria, crescendo, pur lontana dal padre e dalla sua vecchia casa, non riceverà aiuto e istruzione vivendo con la convinzione che il rapporto con gli uomini possa essere possibile soltanto attraverso la sua sessualità. Ecco che Maria si trasformerà in una vera e propria seduttrice con Antonio, l’uomo con cui la madre intrattiene da tempo una nuova relazione e un sentimento, per mostrare a Silvia quanto gli uomini siano deboli e per farle capire che è giunto il momento di affrontare una volta per tutte il loro segreto.

Anna ha una scrittura secca, senza fronzoli, che descrive in poche righe sentimenti e situazioni. Ne ho un po’ risentito perché non ho trovato una particolare empatia con la storia e i suoi personaggi, ma il libro è un ottimo esordio anche per il punto di vista diverso che l’autrice usa per parlare di pedofilia. La descrizione degli abusi è, tranne che nel primo capitolo, sottintesa perché sono le conseguenze a riempire la scena, i rapporti tra le due donne a essere nucleo della narrazione. Riesce a insinuare molti dubbi nel lettore soprattutto per quanto riguarda la figura della nonna Adele, madre di lui, che forse sa ma non può rivelare e allora mette in guardia Silvia. L’autrice ha talento, conosce ciò di cui parla e con coraggio lo esprime, senza giudizi: mette il lettore davanti ai fatti. Possiamo incolpare Silvia per non aver voluto vedere? E Maria, la piccola lolita, la figlia ma femmina, con tutto il carico di sensualità che si porta dietro?

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Ringrazio Anna per la chiacchierata che ha ci ha regalato alla libreria iocisto di Napoli, ringrazio la Fazi e in particolare Cristina, ma soprattutto i partecipanti al BookClub che organizzo, perché mi seguono sempre con entusiasmo.