Sappiamo accettare?/La madre di Eva

Sono qui Eva, sono accanto a te. Sono seduta nel corridoio freddo di fianco alla sala operatoria, dove tu sei sdraiata, nuda, per l’ultima volta donna, bambina, femmina.
Non mi senti e non mi vedi ma sono qui. Non ti lascio. Ho promesso che ci sarei stata fino alla fine e sono qui. Ti ho portato in capo al mondo a farti smembrare come un agnello sacrificale e resto con te fino al compimento di questo sacrificio estremo. Fino a quando tu non sarai più tu e al posto tuo ci sarà una persona nuova.

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Sempre più spesso si associa il termine “rinascita” a un cambiamento emotivo, interno che si ripercuote, poi, sul fisico perché cambia l’umore, ritorna il desiderio di prendersi cura di se stessi.
Ma quando avviene il contrario, quando questa rinascita riguarda un desiderio di cambiamento circoscritto a quell’involucro esterno che è il nostro corpo, come lo definiamo? Credo che la parola giusta sia allineamento: disporre tutto in un qualcosa di ordinato, che segua una linea dritta, retta. Allineare il corpo alla parte interna di noi, alla nostra identità.

Perché Eva uomo si è sempre sentita, da quando, a 3 anni, ha detto alla maestra di voler essere un maschio, e lo ha chiesto come regalo a Babbo Natale, cercandolo in quei pacchi tutti colorati sotto l’albero.

La reazione più naturale per i genitori è quella di minimizzare, giustificare qualsiasi comportamento anomalo di un figlio che a quell’età non può conoscere la differenza tra maschio e femmina, il significato di genere sessuale. E via a ingoiare bocconi amari, preoccupazioni delle insegnanti, umiliazioni. Ma arriva un momento in cui non si può tornare indietro, un momento in cui il bisogno di fare i conti con quel qualcosa di sconosciuto diventa impellente per voi e per vostro figlio. La chiamano disforia di genere quella sensazione di inadeguatezza e di rifiuto per il proprio corpo. La classificano come malattia i medici, come abominio i più, a me piace avvicinarla a un’imperfezione fisica che identifica ognuno di noi. Anomalia, difetto, sbavatura, qualcosa che non dipende dalla nostra volontà, risolvibile. Doloroso. Inevitabile.

Quello che intuivi era che tua madre, l’unica persona che avrebbe dovuto accettarti senza giudizio, dentro le cui braccia avresti dovuto trovare rifugio dal mondo, in realtà si vergognava di te.

Questa mancanza che Eva sente viene avvertita dalla madre come una colpa, colpa di averla fatta femmina, colpa di non averle impedito l’inevitabile, colpa di non aver capito quando altri lo hanno fatto, persone che la conoscevano poco ma che avevano sentito di doverla lasciare libera nella sua crescita e nell’affermazione del suo vero sé. Colpa di provare schifo per quei suoi desideri sbagliati e vergognosi. Ma come si può capire una figlia che utilizza degli imbuti per far pipì in piedi, nel bagno dei maschi? Come è possibile appoggiare qualcuno che rifiuta la sua femminilità, la sua pienezza, la sua capacità di creare vita? La pubertà arriva presto e con essa tutti quei segnali esterni collegati al diventare donna: per una persona come Eva se il seno era ripugnante, il ciclo mestruale è un vero trauma perché “nonostante la tua volontà di essere maschio, la natura ti aveva marchiato a sangue come femmina”. Uno smacco alla forte identità che con gli anni si era andata a modellare, qualcosa che doveva essere eliminato per il raggiungimento della piena realizzazione, anche se si trattava di un primo, piccolo passo. E gli ormoni diventano i suoi alleati.

L’illusione che questo possa bastare, possa soddisfare e appagare il bisogno di essere come esattamente come si vorrebbe si fa presto chiaro agli occhi dei genitori. Eva non si fermerà finché non conquisterà quel corpo immaginato e bramato. Ci saranno difficoltà da affrontare, battaglie senza esclusione di colpi che vedranno scontrarsi da una parte lei, sostenuta dalla psicologa, e dall’altra i genitori in un continuo attaccarsi a vicenda: per ogni no dei genitori, per ogni decisione contraria al volere di Eva, un passo indietro nel tentativo di ricucire un rapporto, una delusione cocente negli occhi e nel cuore e anche un gesto di estrema disperazione.

Dopo anni di tentativi, cosa resta da fare? E non importa se si tratta della cosa giusta, non importa se volevi salvare tua figlia da qualcosa che solo tu reputi una punizione di Dio, alla fine cedi. Accetti di essere madre, amica e complice di uno scempio, accompagni tua figlia in capo al mondo rimanendo fuori ad aspettare mentre avviene la demolizione del suo corpo, quella che ha per anni agognato, quell’odio nei confronti del corpo perfetto che tu le avevi donato. Verranno buttati quegli organi sani di cui tantissimi avrebbero bisogno, come resti di carne da macello. Guarderai quel chirurgo come un carnefice, un mostro che sta distruggendo la tua bambina, la tua Eva, e l’ospedale come luogo di tortura che invece di curare fa a pezzi. Tornerai a casa con tuo figlio, che non si chiamerà più Eva. Ma sarà sempre la persona che hai conosciuto, sarà sempre tuo figlio, finalmente felice e libero di essere se stesso. Ti renderai conto che le persone da salvare eravate voi, lui non ne aveva bisogno, lui sapeva e voleva essere appoggiato, accettato.

Ma basta l’amore puro dei genitori a rendere piena questa accettazione definita abominio, o è solo un illusione dovuta a una estenuante vita in continuo conflitto con se stessi, le proprie convinzioni, la società e lui?

Io sono già un uomo, papà, io sono uomo da quando sono nato. Io sono più uomo di qualunque altro uomo perché quello che per voi è scontato, quello che a voi la natura ha dato in sorte, io lo devo strappare con le unghie e con i denti.


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Silvia Ferreri
La madre di Eva
Neo edizioni
ISBN 978-88-96176-51-1
Pagine 200
Euro 15.00

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Il cuore del Molise/La strada da fare

Ogni mattina, quando iniziamo a camminare, prendiamo alcuni sassi dal tratturo.
Un po’ per muovere le cose, un po’ perché sappiamo che incontreremo delle persone che alleggeriranno i nostri passi.
Regalandole, questo peso si trasforma in un simbolo di gratitudine e noi ci alleggeriamo davvero.

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Da dove nasce l’esigenza di partire, di preparare uno zaino e andare, decisi, lontano dalla routine? Ho sempre creduto che fosse proprio il bisogno di “staccare la spina” a spingere ognuno di noi ad allontanarsi. Per Giulia e Clara la molla è l’amore, è la curiosità, è la libertà che non ha nulla a che vedere con la pesantezza della vita di tutti i giorni.

Io questo l’ho compreso soltanto dopo, ma è stata una certezza così forte da farmi vivere questa esperienza di viaggio un po’ anche mia. E da farmi completamente ricredere sul significato del binomio viaggio-cambiamento. Le mie esperienze in tal senso, soprattutto all’estero, mi hanno vista organizzatrice minuziosa delle giornate così da riuscire a tornare a casa con una conoscenza quanto più approfondita possibile del luogo. Ma è qui l’errore: la conoscenza di luoghi, tradizioni e cultura non passa, o non soltanto, dalla visita ai musei o dal provare un cibo tipico. La conoscenza vera viene dal contatto con le persone e con le loro storie, con chi quel luogo lo ha vissuto e ancora lo vive ogni giorno. Nel caso del Molise ogni pietra, ogni tratturo ormai non più visibile, ogni sguardo e colore ha qualcosa da aggiungere per la ricostruzione di quel “mondopaese”. Nel loro viaggio Giulia e Maria Clara mostrano questo desiderio di ascoltare gli altri, di comprendere perché una regione così bella e ricca venga da tutti ignorata lasciando la parola a chi ha ancora una fiducia, a chi torna appena può, a chi non ne ha ma decide di rimanere.

“Pozzanghera d’Italia, piccolo abbastanza da scavalcare o da attraversare veloce come passaggio per la gustosa Puglia, lo scegliamo soprattutto per questo, alla fine. Molise sia.”

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Foto delle autrici

Entrare in punta di piedi nelle vite degli altri, ma con il coraggio di parlare di un luogo non tuo, di appropriarti di una realtà a te estranea con la speranza di riuscire a farli amare ad altri quando gli stessi nativi non hanno avuto la fortuna di riuscirci: questo è ciò che il libro trasmette. Lo dicono bene lì in Molise: “la base dell’attrattiva qui è la carica umana, non la vedi col filmato”. Sono inutili i tentativi di fare pubblicità come si usa oggi, perché la vera forza di questa regione, al di là dei paesaggi, dei colori, della natura e della capacità di vivere ancora con i frutti del terreno non sono attraenti per il tipo di società di oggi. Possono esserlo i sorrisi, le parole, l’amore e la conoscenza per il proprio paese che forse, oggi, nessuno di noi può dire di provare per la propria città, il desiderio di rimanerci nonostante tutto, ma soprattutto l’ospitalità familiare, la generosità gratuita e il desiderio di condivisione senza paura a rendere un po’ magica la regione e i suoi abitanti.

Il Molise, passo dopo passo, si mostra in tutta la sua semplice bellezza che sa di antico: piccoli paesini che non hanno nulla delle grandi città trafficate. Borghi a cui arrivare dopo salite faticose, palazzi di una bellezza decadente, rovine, immensi prati e montagne “così familiari da aver perso il nome proprio, come si fa coi genitori”. Porte che si spalancano, pranzi e cene abbondanti, sguardi di incoraggiamento e parole di ringraziamento per due ragazze che hanno scelto di amare il proprio paese in tutte le sue parti, piccole o grandi, affollate o abbandonate, che si sono affidate alla strada, alla natura selvaggia e agli altri, ricevendo arricchimento e speranza, superando la paura che un viaggio con zaino e tenda può comportare.

Rimane un’ultima domanda: il Molise, quindi, esiste? Esiste, e ha un cuore enorme. Ma per scoprirlo bisogna scegliere di vedere e, forse, farlo con un’anima affine alla tua, come il “noi” di Clara e Giulia.

 


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Maria Clara Restivo
La strada da fare
Neo. Edizioni
ISBN 978-88-96176-52-8
Pagine 184
Euro 15.00

Il tempo ti ammazza/Grandi momenti

La depressione è come una corazza di dolore, talvolta. Altre volte, è il contrario.
Ti fa vibrare l’interno della pelle per venti gelidi, fino a ucciderti.

Io non lo so come parlare di questo libro. Sono mesi che ci giro intorno, lo riprendo, tento di sedermi al computer a scrivere ma le parole mi sfuggono. Sia chiaro, mi è piaciuto, mi ha colpita e mi ha spiazzata.

Tutto comincia, o forse finisce, con un infarto. E io mi chiedo: cosa significa sopravvivere con la consapevolezza che saresti potuto morire? La mia domanda non è casuale perché è capitato anche a una persona cara. Però io sono dalla parte della famiglia in apprensione. Ma l’infartuato? Come reagisce? Franco Scelsit si muove in questo suo stato depressivo tra cardiopizze, controlli in ospedale, corse folli con l’auto e la scrittura. È un tempo sospeso, quasi distante da sé.
La narrazione non segue un ordine cronologico e forse questo riesce maggiormente a trascinare il lettore nella psiche del protagonista. Ma chi è Scelsit? Un uomo giunto alla mezza età che odia la vecchiaia, ha paura della morte ma rischia con la sua auto super veloce. È un uomo che si sente ancorato agli anni ’70-’80 e quindi non ha alcun legame con una Milano poco ospitale. È un fallito che di storie ne ha avute poche, vive con una madre pressante e il fratello, vuole fare lo scrittore ma i suoi libri “seri” non gli hanno portato fortuna e quindi si ritrova a scrivere con uno pseudonimo dei gialli da autogrill.

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Divenni un uomo che col proprio lavoro ci campava e benissimo, e certe insoddisfazioni più o meno svanirono. Anche se si insinuò in me una frustrazione nuova, quella dello scrittore che col proprio nome non riesce a farsi strada, mentre vince e convince con un’altra identità, nemmeno fosse il figlio – illeggittimo e paraculo – di se stesso.

Tra autobiografia e invenzione, le poche pagine di “Grandi momenti” pongono il lettore davanti a uno stato da cui il protagonista sempre non volerne uscire. E si aggrappa ai ricordi e alla rabbia che nutre verso un padre morto vent’anni prima al confine con la Jugoslavia, reo di aver rubato dei soldi. La rabbia per l’abbandono e per quello che sembra un comportamento egoistico, portano la follia a uno stato di allucinazione: Scelsit riconosce il padre in una lepre che più volte gli appare davanti la macchina ma troppo veloce da prendere, più veloce di qualsiasi macchina lui decida di comprare.

Chiamatela fiction o non fiction, ma l’opera di Franz Krauspenhaar esce dai canoni della letteratura italiana di questi anni, sia per un tono diretto e senza peli sulla lingua, sia perché pone al centro della narrazione la sensazione di solitudine di un uomo che sente solo il peso di non scelte fatte e di una inadeguatezza di fondo che aggiunge dolore su dolore.

Nonostante i lutti, le umiliazioni, gli insuccessi e anche i successi, io non vedo, in fondo, nient’altro che un cratere. nemmeno grande: un cratere seminascosto in mezzo alla campagna. E nessuno tranne me si accorge di quel cratere. La verità è questa.