Bugie dal fronte/Prima dell’alba

“La guerra, aveva scoperto il Vecio, ti fa male sempre e dovunque, come una malattia che ti porti dentro, come la maledizione del tetano quando il ferro arruginito della forca ti penetra nella coscia.”

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“Era come se il fango delle trincee avesse sporcato anche il tempo e la memoria” e non li ricordi più i volti di chi è stato accanto a te, contro lo stesso nemico. A volte dimentichi anche il tuo nome, perché lì sei il Vecio, ma alla sposa non lo spieghi. Ti chiamano così perché sei tra i pochi che la vita ancora non l’hanno persa all’Isonzo, che a ogni attacco torni agli ordini, al tuo posto, in attesa di altre istruzioni. Ma il Vecio eroe non si sente: è un’arma dell’esercito, uno che ubbidisce senza domandare, che ha imparato a riconoscere dal rumore che arma sta usando il nemico e dove andrà a colpire così da potersi salvare. Gli eroi, in guerra, sono i morti perché si può dire di loro che si sono sacrificati per la patria, o i generali che hanno riportato una vittoria dando ordini da dietro. Neanche i mutilati sono eroi, ma solo persone da compatire, o da nascondere.

Il Vecio in guerra è cambiato perché per sopravvivere all’orrore ha iniziato a parlare solo con chi rimaneva al fronte per più di tre mesi, che forse qualcosa l’aveva imparata, trasformandosi da “aspirante cadavere” a uno di loro. Ironia? Forse, ma grottesca. Se all’inizio strappa un sorriso questo linguaggio da fronte, bastano poche pagine per rendersi conto di cosa realmente quei nomi stiano a significare: le nuove leve hanno paura, sono terrorizzate ma sanno di dover ubbidire e spesso, troppo spesso, questo miscuglio di emozioni ha delle conseguenze. Alcune volte invece è solo il caso.

Non è un eroe, il Vecio, perché ha scelto la strada più facile: andare avanti e ubbidire, come fanno tutti. Però non è così difficile che qualcuno tenti di uscirne dalla guerra, e in questo caso le strade possibili sono quattro: farsi colpire dal nemico, sperando di non rimanerci secco, il salto di trincea, l’autolesionismo o la fuga da dietro. Disubbidire “è un atto di coraggio senz’altro pari, o forse maggiore dell’ubbidienza. Se non altro perché, nel farlo, il più delle volte sei solo. E di questo il Vecio è convinto.”

Il salto di trincea, per esempio, è stato possibile nel ’15 quando i due reparti, italiano e austroungarico, erano così vicini da poter sentire ognuno i rumori e le parole dell’altro. Erano momenti di stasi in cui diventava quasi naturale scambiare due parole e lanciarsi pagnotte e sigarette. Fino alle circolari. Quando ti accorgi che al di là della tua trincea ci sono uomini e ragazzini, come puoi soltanto pensare di alzarti e sparare? È qui che la guerra mostra di non avere senso. Non c’è odio verso qualcuno che non conosci, che non hai neanche guardato in faccia perché sarebbe troppo difficile toglierli la vita, una vita che non ti appartiene. Ci sono solo interessi dietro, economici il più delle volte, ma il senso del dovere e dell’appartenenza te lo inculcano sin dalla nascita e ti ci obbligano a difendere il Paese di cui sei cittadino, o forse suddito, perché i diritti e gli interessi delle persone vengono calpestati senza ritegno. E allora chi sono i veri nemici? Gli uomini nella trincea di fronte alla tua, costretti a ubbidire come te, o quegli uomini, i “caramella”, che comodamente nascosti e fuori pericolo, ti dicono cosa fare, ti vietano di scrivere cosa davvero succeda al fronte e hanno anche la faccia tosta di pretendere disciplina e di fucilare un “suo” soldato per motivi futili come quello di avere ancora una sigarette in bocca mentre si mette sull’attenti? La morte è un caso.

È qui che fa la sua comparsa il generale Andrea Graziani, premiato e nominato ad alte cariche nonostante “la fucilazione facile” in tempo di guerra che giustificava come esempio di comportamento per il resto dei soldati, che sarà protagonista della parte “gialla” del romanzo perché nel 1931 verrà ritrovato morto. Una giustificazione ufficiosa come si direbbe, perché alle famiglie non giungerà mai la verità: piangeranno il loro eroe e ringrazieranno i loro generali. Al fronte così come al resto della popolazione i bollettini giungono dopo attento controllo e censura, esattamente come ancora oggi a noi arrivano le notizie distorte, confuse o non arrivano affatto. Vigeva la censura in tempo di guerra, e vige ancora ora in quella che viene definita democrazia.

La Storia del mondo non è fatta soltanto di date, di Nazioni e di vinti e vincitori. La Storia è fatta di e da uomini, la guerra è fatta da persone.
Raccontare una pagina controversa e negativa che riguarda il nostro Paese e noi come popolo, col coraggio di mostrare le brutture e le difficoltà di anni passati in trincea, di soprusi e di perdita di sé dovuta alla strenua difesa di “una linea immaginaria” per una guerra dovuta, venire accusati per errori non tuoi, è narrare di vita vera. Paolo Malaguti riesce ad affrontare tante verità con una prosa molto delicata che non necessita di particolari ad effetto per colpire. Il suo narrare è quasi intimistico perché lo fa con gli occhi di uno che la guerra l’ha fatta sul serio e gli è rimasta attaccata addosso, indelebile, anche quando è tutto finito. I ricordi restano, le immagini si rincorrono ora che il tempo per pensare è tanto.

E se una risposta su quali siano stati gli errori e da chi sono stati commessi durante quella che è passata alla storia come la “disfatta di Caporetto” non la troviamo, sappiamo con certezza che quanto accade è totalmente distante dall’idea che ne abbiamo e che i libri scolastici danno. Quel che è certo è che non vale la vita di nessuno.

“Ma il Vecio aveva scoperto ben presto che una delle più sottili perversioni della guerra stava proprio nel fatto che, quando te ne allontanavi da solo, senza gli altri del plotone, non ti sentivi a posto. Era come aver lasciato la falce durante la mietitura, mentre gli altri continuano a sgobbare sotto il sole. se la guerra non ti lega a sé, sono i compagni di trincea a diventare una seconda famiglia, dalla quale, anche se nessuno mai lo avrebbe confessato, era doloroso separarsi anche solo per qualche giorno.”

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Nichilismo o inganno ideologico/Il confine di Giulia

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Questa è la storia di due anime che si incontrano a Zurigo nel 1931.

Ignazio Silone, oggi conosciuto come l’autore di Fontamara, e Giulia Bassani, poetessa di nobile famiglia, si conoscono dopo una seduta da Jung, il celebre psicanalista.
La storia, tra realtà e finzione, viene raccontata da una persona che vive all’Hotel Duxt e che sarà testimone dei loro incontri grazie anche a dei diario ritrovati di Giulia. Gallini lo spiega: era rimasto colpito e incuriosito dalla figura di Silone in seguito ai dibattiti circa la sua  militanza politica. Iniziò a studiarlo e fu quasi naturale farlo diventare protagonista di un romanzo. Il resto venne da sé.

Ma chi è Giulia Bassani? «Aveva un dolore sempre vivo dentro, ecco, questo la rendeva affascinante […] Portava un dolore di cui non riusciva neppure lei a capire la natura, portava un dolore e lo mascherava con un sorriso verde e luminoso.» 

Milanese, studentessa di Lettere e Filosofia e allieva di Marinetti, inizierà a insegnare in una scuola elementare finché il padre non la convincerà a lasciare il posto. È una figura importante il padre: imporrà per due volte la sua volontà alla figlia segnando con forza la sua vita, soprattutto nel convincerla a dare in affido il figlio illegittimo. «Giulia attribuiva poco valore alle scelte. Di fronte alle alternative tendeva a non far valere la propria volontà, come se il futuro le fosse indifferente. Non opponeva resistenza agli altri. Viveva una difficile e dolorosa condizione: il piacere che provava per la vita era sempre compromesso da un sentimento profondo di inutilità.»

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Si innamorano Giulia e Silone, di un amore che non va al di là di sguardi e parole e la consapevolezza di idee e destini tanto lontani e diversi.

«Lui, quando aveva smesso di credere nel partito e nella rivoluzione, quando Romolo era stato torturato, quando aveva tradito il partito per salvare il fratello, quando i suoi polmoni e i suoi nervi si erano ammalati, quando non era più potuto tornare in Italia, né restare in Francia, né avere un permesso di soggiorno in Svizzera, quando si era confuso e immiserito, quando aveva conosciuto l’orrore della solitudine, quando i baci di Giulia gli erano diventati indifferenti – allora anche lui aveva invocato la morte come una liberazione. Ma quel desiderio di morire era legato alla concretezza, ai problemi della vita: e se i problemi si fossero risolti la vita sarebbe tornata a sorridergli. Mentre Giulia, pensava, non riuscirebbe a liberarsi dalla disperazione nemmeno se i problemi si risolvessero.»

È qui il senso, per me, del romanzo. Giulia e Ignazio sono due persone che vivono in un periodo storico particolare ma soprattutto in un momento personale di assoluta inadeguatezza, tristezza e confusione. Giulia e il suo “mal di vivere”, la ferma convinzione che tutto sia inutile e la vita qualcosa di assurdo e insensato. Ignazio e il suo bisogno di credere in qualcosa per non affondare, come il comunismo prima e Dio in seguito, una volta essere stato cacciato dal partito per il suo ruolo di doppiogiochista con il fascismo. Ignazio e la sua speranza di poter salvare il fratello Romolo da una vita difficile in carcere e di poter finalmente realizzare il sogno di pubblicare il suo grande romanzo.

Gallini racconta due vite alla deriva e lo fa con un linguaggio per me anche poetico, a tratti fragile e delicato come l’anima di Giulia o combattivo e rassegnato allo stesso tempo come quello di Silone. Tutto riesce a trovare il giusto incastro in una narrazione verosimile di due anime che si incontrano, si confondono e si dividono andando ognuna verso un destino, forse, già scritto.

Chi ben comincia… il lunedì

I
Il canto dell’amputata

“Amor Omnia Vincit” – l’amore vince tutto – aveva scritto sulla copertina della cartelletta marrone, quella che contiene i tre quaderni; sopra, a lettere più grandi, in stampatello, c’era il titolo, LIBRO DELLE DOMANDE. Come se si dovessero testare due atteggiamenti: quello sopra energico, ottimista e del tutto neutrale, quello sotto fragile, cauto, quasi supplichevole. Come se avesse voluto dire: ecco il punto di partenza, può essere vero, ah, se solo fosse vero.

L’amore vince tutto. Si sa che non è così, ma comunque. Fa un po’ male al cuore leggerlo, ah, se solo fosse vero, se solo fosse vero. Il tono artificiosamente obiettivo e corretto, finché si spezza. Un quaderno giallo, uno nero – incompleto o censurato – e uno rosso. Insieme un Libro delle Domande, che parla di Blanche e Marie. Nient’altro.
Bisogna accettarlo.
L’amore vince tutto, come ipotesi di lavoro, o punto dolente più profondo.

Per Olov Enqist
Il libro di Blanche e Marie

C’era una volta… #9


Regole:
– Prendete un libro o un ebook da voi posseduto
– Riportatene le prime 15-20 righe
– Indicate autore e titolo del libro scelto
– Scrivete un vostro parere in merito

Buon lunedì a tutti e buona pausa pranzo 😀
Noto con tristezza che questa rubrica, in generale il blog, non è molto apprezzato. Mi piacerebbe sapere come renderlo più interessante per voi lettori. 
Ma ora passo all’incipit di questa settimana. Ho vinto il libro in un Giveaway!

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Acque: torbidi segreti
Laura Clerici

Era ormai arrivata la fine di agosto. L’estate era stata terribilmente calda e lunga, forse una delle più bollenti degli ultimi venti anni. Ma questa non era una novità: ogni anno gli esperti catalogavano le stagioni come le più anomale del secolo, e né il mese di luglio né quello di agosto avevano mai rappresentato eccezioni.
Giornate e settimane di siccità e afa soffocante avevano lasciato il posto ad acquazzoni improvvisi, e la grandine squarciava all’improvviso un cielo nero e pesante profumando l’aria di acqua pulita e di aghi di pino. L’arcobaleno, la più incomprensibile meraviglia della natura, segnava la fine della tempesta e l’inizio di un nuovo ciclo di giornate afose.
Ma ora i giorni sembravano accorciarsi piano piano e ogni sera il sole tramontava qualche minuto prima rispetto al giorno precedente, colorando il limpido cielo azzurro di colori via via più forti. In quel momento, ammirando i toni del giallo e del rosso che sembravano colorare a tratti persino l’aria, si riusciva a sentire una frescura lieve ma vitale che preannunciava un imminente autunno e sembrava uscire da ogni albero, muovendo candidamente il singolo filo d’erba.
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Cosa ne pensato di queste prime righe? Non rivelano nulla della storia, per voi è un bene o un male?

C’era una volta… #8


Regole:
– Prendete un libro o un ebook da voi posseduto
– Riportatene le prime 15-20 righe
– Indicate autore e titolo del libro scelto
– Scrivete un vostro parere in merito

Oggi ritorna a pieno ritmo la rubrica degli incipit! Avevo promesso che sarei tornata ad aggiornare quotidianamente il blog alla fine di Agosto, ma non era ancora il momento. Ho tanti progetti aperti, la Magistrale che inizierà ad Ottobre, ma spero di riuscire a portare avanti tutti gli impegni. Ma di questo ne parlerò più avanti, si tratta sempre di libri 🙂
L’incipit con cui ho deciso di iniziare dopo le ferie è quello di un libro inviatomi gentilmente dalla Piemme, che ringrazio.

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                                                    Will ti presento Will
John Green & David Levithan

Quando ero piccolo mio papà mi diceva sempre: «Will, puoi sceglierti gli amici, puoi sceglierti le ragazze, ma non puoi sceglierti le ragazze degli amici». A otto anni mi sembrava un’osservazione ragionevolmente astuta, ma si dà il caso che invece fosse sbagliata per una serie di motivi. Tanto per cominciare non è vero che ti puoi scegliere gli amici, sennò non sarei mai finito con Tiny Cooper.
Tiny Cooper non è la persona più gay del mondo, e non è la persona più grossa del mondo, ma credo possa essere la persona più grossa del mondo a essere molto, molto gay e anche la persona più gay del mondo a essere molto, molto grossa. 

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Quali sono le vostre impressioni? Lo avete letto o avete intenzione di farlo? 
Al prossimo lunedì. 😀

Nuove storie da assaporare. Arretrati #1

Ebbene sì, non sono ancora riuscita a mostrarvi tutte le entrate di Luglio, e il post del mio compleanno non poteva essere rimandato 😀 Ecco alcuni libri che da poco fanno parte della mia libreria.

Il libro è il tragico monologo di una donna che aspetta un figlio guardando alla maternità non come a un dovere ma come a una scelta personale e responsabile. Una donna di cui non si conosce né il nome né il volto né l’età né l’indirizzo: l’unico riferimento che viene dato per immaginarla è che vive nel nostro tempo, sola, indipendente e lavora. Il monologo comincia nell’attimo in cui essa avverte d’essere incinta e si pone l’interrogativo angoscioso: basta volere un figlio per costringerlo alla vita? Piacerà nascere a lui? Nel tentativo di avere una risposta la donna spiega al bambino quali sono le realtà da subire entrando in un mondo dove la sopravvivenza è violenza, la libertà un sogno, l’amore una parola dal significato non chiaro. Con la prefazione di Lucia Annunziata.

3 agosto 2010. Tornata a casa dopo il funerale del padre, Lison si vede consegnare un pacco, un regalo post mortem del defunto genitore: è un curioso diario del corpo che lui ha tenuto dall’età di dodici anni fino agli ultimi giorni della sua vita. Al centro di queste pagine regna, con tutta la sua fisicità, il corpo dell’io narrante che ci accompagna nel mondo, facendocelo scoprire attraverso i sensi: la voce stridula della madre anaffettiva, l’odore dell’amata tata Violette, il sapore del caffè di cicoria degli anni di guerra, il profumo asprigno della merenda povera a base di pane e mosto d’uva. Giorno dopo giorno, con poche righe asciutte o ampie frasi a coprire svariate pagine, il narratore ci racconta un viaggio straordinario, il viaggio di una vita, con tutte le sue strepitose scoperte, con le sue grandezze e le sue miserie: orgasmi potenti come eruzioni vulcaniche e dolori brucianti, muscoli felici per una lunga camminata attraverso Parigi e denti che fanno male, evacuazioni difficili e meravigliose avventure del sonno. Con la curiosità e la tenerezza del suo sguardo attento, con l’amore pudico con cui sempre osserva gli uomini, Pennac trova qui le parole giuste per raccontare la sola storia che ci fa davvero tutti uguali: grandiose e vulnerabili creature umane.

Uno dei più clamorosi successi letterari giapponesi di tutti i tempi è anche il libro più intimo, introspettivo di Murakami, che qui si stacca dalle atmosfere oniriche e surreali che lo hanno reso famoso, per esplorare il mondo in ombra dei sentimenti e della solitudine. Norwegian Wood è anche un grande romanzo sull’adolescenza, sul conflitto tra il desiderio di essere integrati nel mondo degli “altri” per entrare vittoriosi nella vita adulta e il bisogno irrinunciabile di essere se stessi, costi quel costi. Come il giovane Holden, Toru è continuamente assalito dal dubbio di aver sbagliato o poter sbagliare nelle sue scelte di vita e di amore, ma è anche guidato da un ostinato e personale senso della morale e da un’istintiva avversione per tutto ciò che sa di finto e costruito. Diviso tra due ragazze, Naoko e Midori, che lo attirano entrambe con forza irresistibile, Toru non può fare altro che decidere. O aspettare che la vita (e la morte) decidano per lui.

È la storia centenaria della famiglia Buendia e della città di Macondo. In un intreccio di vicende favolose, secondo il disegno premonitorio tracciato nelle pergamene di un indovino, Melquiades, si compie il destino della città dal momento della sua fondazione alla sua momentanea e disordinata fortuna, quando i nordamericani vi impiantarono una piantagione di banane, fino alla sua rovina e definitiva decadenza. La parabola della famiglia segue la parabola di solitudine e di sconfitta che sta scritta nel destino di Macondo, facendo perno sulle 23 guerre civili promosse e tutte perdute dal colonnello Aureliano, padre di 17 figli illeggittimi e descrivendo in una successione paradossale le vicende e le morti dei vari Buendia.

Avete qualche novità da mostrarmi? Che ne pensate di questi libri? 😉

Nuove storie da assaporare. Compleanno!

Cari lettori, nonostante ci siano ancora diversi nuovi libri da farvi vedere, ho deciso di mostrarvene alcuni in particolare perché, come capirete dal titolo, sono i regali per il mio compleanno, ieri ho fatto 23 anni!! Il mio ragazzo, che mi conosce bene e sa quanto mi rendano felice i libri, ha deciso di farmi un regalone che gli amanti dell’autore e della serie apprezzeranno. Io sono una nuova lettrice di questa saga, ma sono sicura che non mi deluderà. Gli altri due libri sono un regalo che mi son concessa, nonostante i tanti soldi spesi in questo periodo proprio per i libri. Ma passiamo alle foto.

Sì, amo la storia se raccontata in un romanzo! Che ne pensate? Ma so che vi incuriosisce il regalo che ho ricevuto… Eccolo…

Non credo ci sia bisogno di mettere trame perché la maggior parte conoscerà bene questi tre libroni! E allora? Via con i pareri e non dimenticate la mia lista dei desideri, aperta a commenti e suggerimenti 😀