Istanbul attraverso i libri/Parti con Goodbook

Istanbul è una città immensa, carica di miti. Ora piange, ora ride.
Un intreccio di microcosmi. Di tempi e luoghi. Di ricordi e speranze.
Di dita rovinate, di labbra di rosa, di sguardi segreti…

La casa sul Bosforo di Pinar Selek

20180814_175821 (2) (1)Istanbul è una di quelle città sognate ma (ancora) mai visitate, che stimolano il mio immaginario di amante di nuovo e diverso.

Per questo viaggio letterario nella città Orhan Pamuk è stato mia guida d’eccezione, grazie ai suoi ricordi di una vita trascorsa tra quelle strade: “per cinquant’anni sempre nella stessa casa”, insieme ad altri autori turchi.

Da Nisantasi, quartiere di Palazzo Pamuk, quella casa-museo in cui lo scrittore trascorse molta parte della sua vita, prima da piccolo con la madre e poi da solo Orhan amava aggirarsi per i quartieri più poveri della città, a piedi, con il tram o prendendo i battelli. Istanbul ha un colore tipico fatto di trascuratezza e desolazione, quello che Ferzan Ozpetek chiama “hüzün” nel suo Rosso Istanbul.

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Mi piace il buio delle fredde sere invernali, la notte che scende ad ammantare di poesia i quartieri periferici deserti i e pallidi lampioni, anche perché ci tiene lontani dagli sguardi degli occhi stranieri, occidentali, e copre la miseria della città che noi vogliamo nascondere imbarazzati. […] La neve era una parte essenziale dell’Istanbul della mia infanzia […] perché mi pareva più bella ammantata di bianco; e non per la novità o la sorpresa che portava coprendo il fango, la sporcizia, le crepe e gli angoli dimenticati della città, ma per l’atmosfera di emergenza, anzi di calamità che portava.

Il nero e bianco delle mattine di nebbia, le notti piovose, l’inquinamento, l’abbandono, le persone che invadono la città con gli abiti di colori pallidi sono i ricordi vividi dello scrittore, da contrapporsi a quelli di Ozpetek:50M1JS14-U1100685797316Yj-U11006857973162OE-990x556@LaStampa.it.jpg

Istanbul è il blu e rosso, che paiono riuscire a fondersi solo in certi tramonti sul Bosforo. E il rosso, il rosso dei carrettini dei venditori ambulanti disimit: le ciambelle calde ricoperte di sesamo che sono la prima cosa che compro quando arrivo. Il rosso fiammante dei vecchi tram: oggi ne è rimasto solo uno, con cui i turisti attraversano il cuore della città. Il rosso-arancio con cui erano decorati i piattini del tè che una volta ti porgevano nei kahve: tè bollente, servito nei bicchieri di vetro.

Il Bosforo “ha un’anima tutta sua”. Canale su cui è sorta la città, da luogo in cui vivevano pescatori greci si è trasformato in un posto d’elite dedito allo svago, con una cultura chiusa. Con l’utilizzo dei battelli il Bosforo con i suoi villaggi, si inserì del tutto nella vita quotidiana della città perché fungeva da collegamento al pari di qualsiasi altro mezzo.

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 “Un giro per le strade di Istanbul equivale a un viaggio nel tempo. Alcuni quartieri sconfinano uno nell’altro, altri finiscono in vicoli ciechi. Ombre, luci che si mescolano da tempo, o che si intrecceranno domani” dirà Pinar Selek nel suo La casa sul Bosforo.

E Pamuk:

[…] coloro che vivono nei quartieri periferici, di cui si parla con un’oggettività spietata, dicendo che ci sono bambini intorno ai dieci anni che non hanno ancora visto il Bosforo, in realtà non si sentono affatto di Istanbul, come dimostrano anche i sondaggi. Poiché la città è rimasta in bilico fra la cultura tradizionale e quella occidentale, e fra una minoranza troppo ricca e i quartieri periferici dove vivono milioni di poveri, ed è per questo divisa e aperta ai flussi migratori, negli ultimi centocinquant’anni nessuno è riuscito a sentirsi completamente a casa propria.

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Istanbul è una città orientale che hanno tentato di occidentalizzare; una città che ha perso la sua gloria di un tempo diventato turistica ma capace di conservare ancora le sue tradizioni e le sue peculiarità nei quartieri periferici, degradati, ma ancora più affascinanti perché considerati la vera Istanbul. È una città lasciata a metà, tra i fasti dei nuovi palazzi costruiti in altezza quando prima era ancora possibile guardare il cielo, e strade buie e isolate con ancora le rovine delle case in legno bruciate: È difficile credere che dietro queste mura morte ci sia una città viva!” dirà Gautier.

Appare sempre più chiaro come non solo i quartieri ma Istanbul e la Turchia vengano visti come un sobborgo del resto del mondo. In Istanbul Istanbul Burhan Sönmez dirà che:

La città si era trasformata in un posto da vedere, da assaporare e in cui provare piacere, e anche se non era invasa in ogni angolo dalla disperazione, non era nemmeno quel mondo di vecchie storie fantastiche che lui aveva in testa. La città che le prime generazioni avevano assalito con tutta la loro energia e creatività era stata rimpiazzata dalla bramosia.

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