Inferno in Messico/Terra bruciata

“Alcuni dicevano: ci hanno fregato…
siamo spacciati… altri volevano parlare
ma non dicevano niente… sembrava che
pregassero o masticassero le parole.”

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L’elezione di Trump ha gettato tutti nello sconforto e nella paura del futuro americano e mondiale. Una delle decisioni per me più discutibili del nuovo presidente è quella di costruire un enorme muro al confine con il Messico, per fermare l’immigrazione dall’America Latina.

Emiliano Monge, nel suo romanzo “Terra bruciata” pubblicato da La nuova frontiera con la traduzione di Natalia Cancellieri, racconta “dell’ultimo olocausto della specie”: interi popoli che fuggono dal loro paese sperando di raggiungere l’altra parte della frontiera, affrontando tutte le insicurezze e le privazioni di un viaggio e decidendo di fidarsi di uomini senza scrupoli. Monge aggiunge un tassello importante alla letteratura sull’immigrazione, perché di romanzo si tratta pur essendo sostenuto da ricerche e testimonianze e nonostante una certa freddezza da me avvertita nel raccontare, mostrando un lato ancora più doloroso e ancora meno umano: il traffico di persone.

“Succede anche di giorno, ma stavolta è notte. In mezzo alla radura che la gente dei villaggi più vicini chiama Occhio d’Erba, uno spiazzo circondato da alberi maestosi, liane primordiali e radici che affiorano come arterie, si sente un fischio improvviso, risuona il crepitìo di un motore che si accende e quattro enormi riflettori squarciano il buio.
Spaventati, quelli che arrivano da molto lontano si fermano, si stringono gli uni agli altri e cercano di guardarsi: i potenti riflettori, però, abbagliano i loro occhi. Allora, mentre le donne si avvicinano ai bambini e i bambini agli uomini, quelli che camminano ormai da diversi giorni intonano il cantico dei loro timori.”

Bambini, uomini, donne e anziani che hanno come ultima speranza quella di raggiungere gli Stati Uniti per una vita migliore o ricongiungersi ai proprio cari, sopportano e si supportano ma ben presto dovranno fare i conti con una realtà ancora più cruda, e forse neanche mai paventata: il tradimento di coloro che gli avevano promesso di guidarli dall’altra parte e la conseguente vendita ai trafficanti. L’autore sin dall’inizio priva i migranti della propria identità: “Colui che ha ancora un’anima” o “colui che ha ancora un nome” diventa “senzanome” e “senzaDio”. La speranza non esiste e questo ci viene mostrato con forza sin dalle prime righe perché si possa affrontare la lettura con la consapevolezza che nulla di buono arriverà, che l’indifferenza è sovrana e nessuno farà qualcosa per salvare la vita di persone sì, ma straniere.

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Son pochi i personaggi che nel romanzo avranno una chiara identificazione, con nomi fortemente simbolici che richiamano al culto della morte come Epitaffio, Stele, Ossaria, Funerale e padre Loculo, nomi che gridano con forza il dolore e la morte che portano quasi come seconda pelle e che infliggono agli altri. Solo uno dei senzanome avrà un ruolo importante, un ex pugile soprannominato Mausoleo, che verrà scelto per eseguire gli ordini dei trafficanti e mostrerà una volontà di sopravvivenza tale da riuscire perfino a compiere azioni disumane nei confronti di quelli che fino a poco prima erano suoi compagni di sventura. Ma sarà proprio così?
Ti ci abitui presto al tanfo e alla visione della morte diranno a un certo punto due fratelli che da sfasciacarrozze son diventati anche sfasciacadaveri, specialmente se cancellerai dalla mente l’idea che quel corpo prima avesse una vita, una identità ma soprattutto un’importanza, che fosse degno di essere considerato una persona e non un oggetto da cui ricavare denaro e favori. Degradare, disumanizzare l’essere umano. Rimarranno solo flebili versi prima di cedere totalmente e lasciarsi andare, sopraffatti e senza alcuna forza per resistere. La loro voce si sentirà lontana, sotto forma di testimonianze raccolte dall’autore e inserite nel libro quasi come litanie.

In mezzo a tanto dolore, brutalità, interessi economici o di potere a scapito di persone, l’amore è parte fondamentale della narrazione di Monge. È un amore inizialmente segreto quello tra Epitaffio e Stele, due persone nate dal nulla e costrette a una vita da loro non scelta, che vogliono finalmente lasciare tutto e stare insieme. Questo amore così forte sarà centrale nelle 72 ore raccontate dal romanzo, periodo che li vedrà divisi ma sempre con il pensiero rivolto all’altro: dubbi, urgenza di sentirsi e chiarirsi, preoccupazione, mancanza, urgenza invaderanno i pensieri dei due amanti, anche durante i momenti più critici dell’operazione e non verranno mai risolti per la difficoltà di raggiungersi telefonicamente perché tra le montagne la linea è troppo debole. E il loro amore verrà consumato dalla mente e dal corpo, li renderà instabili e sull’orlo della pazzia. È un amore volutamente esasperato e assurdo, perché così grande pur avendo come protagonisti un uomo e una donna che del dolore degli altri ne fanno un lavoro, troppo interessati a se stessi e al proprio volere per rendersi conto di essere bestie.

“Il giorno in cui si erano giurati amore eterno, mentre Stele, coricata sul corpo di Epitaffio, congiungeva con un pennarello i punti che lei stessa aveva inciso, utilizzando il punzone di padre Loculo, sulla sua pelle: come in una fiaba per bambini, Stele aveva visto apparire, sotto al suo tratto lento e incerto, la rosa dei venti che aveva fatto di lui una mappa per lei, e forse anche di più: la cartografia della sua esistenza.”

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Cittadini di serie/Cittadinanza in vendita

“Il nostro paese è il mondo e la cittadinanza l’umanità intera.”
WILLIAM LLOYD GARRISON

Avete mai pensato a cosa significhi cittadinanza? A cosa comporti essere italiani, europei? È un concetto di cui possiamo conoscere la definizione tecnica ma, nel pratico, almeno io, non saprei spiegare cosa voglia dire sentirsi parte di qualcosa di così grande e che comprenda tante persone diverse dalla propria cerchia.

Edwars Said disse: “Ancora non sono riuscito a capire cosa voglia dire amare un paese.” È la condizione di chi non ha radici, non ha una patria. Ma noi il nostro paese lo amiamo davvero? E non parlo di lavorarci, o viverci, o lamentarsi di tutte le brutture da cui è colpito, che è quello che oggi fa la maggior parte di noi. Qui si tratta di essere cittadino, sentire il paese come la propria casa, difenderlo a ogni costo.

Edward Said non poteva amare e, come lui, tantissime persone nel mondo che vivono e lavorano in un paese ma non ne fanno ufficialmente parte: gli apolidi. La giornalista Atossa Araxia Abrahamian, nel suo saggio, parte dalla sua condizione di cittadina del mondo, senza patria né madrepatria, una condizione che la faceva sentire libera e privilegiata, senza barriere e limiti, per cercare di mettere luce su cosa sia, oggi, davvero la tanto agognata “cittadinanza globale” e quanto questo legame che tanto viene decantato tra cittadino e Stato sia cambiato.

“Cittadinanza in vendita”, pubblicato da “La nuova frontiera” con traduzione di Angela Ricci, non è un titolo scelto per destare curiosità, qui si parla di vero e proprio business di passaporti, di vendita e di guadagno di cifre inimmaginabili. La vendita di cui si parla va in due direzioni: abbiamo, da una parte, quella che riguarda i passaporti che i ricchi acquistano per avere facilitazioni di spostamenti nel mondo e quindi per i propri affari, e poi la compravendita di passaporti da parte di alcuni paesi per risolvere il problema degli apolidi. Uno dei casi più eclatanti e di cui si parla nel libro riguarda gli Emirati Arabi che, per risolvere la questione bidoons, decidono di acquistare per loro la cittadinanza cormoriana: isole sconosciute ai più, vero paradiso terrestre ma completamente abbandonate a se stesse. E in cambio? Investimenti nelle isole per raggiungere un grado di civiltà adeguato prima, e farle diventare una meta turistica poi. Un guadagno per entrambe le realtà si potrebbe pensare… sicuramente per chi ne ha fatto un lavoro e un business, e per l’1% della popolazione che può arricchirsi.

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E se ci soffermassimo, invece, a riflettere su cosa significhi tutto questo per i bidoons? Immaginate di essere rifiutati dal paese in cui vivete e lavorate, magari anche al servizio dello Stato, e un giorno vi ritrovate cittadini di un posto che non individuate neanche sulla cartina, senza avere alcun diritto su quel luogo e senza neanche doverci vivere, o visitarlo per conoscenza. È una presa in giro, per dirlo in parole povere. Però hanno una cittadinanza riconosciuta. Però non hanno diritti. E la libertà di circolazione in un mondo in cui esiste una gerarchia di passaporti, alcuni dei quali ti rendono facile l’accesso a tantissimi paesi e altri sono di classe B o C?

Il mondo è nelle mani dell’1% della popolazione. È per i cittadini di serie A, con denaro e credenziali adeguate. Io immagino già un mondo chiuso solo per loro, perfetto, e i problemi degli altri rimangono degli altri.

Quanta, quanta guerra…

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Mercè Rodoreda non la conoscevo. Grazie alla casa editrice ho potuto scoprirla nella sua ultima prova letteraria, scelta da me anche per la sobrietà della copertina, che sembrava fare contrasto con la trama. Mi aspettavo di trovarla la guerra, di leggere di morti, di sangue con un linguaggio più crudo e realistico. Invece ho dovuto rileggerlo il libro per assorbirlo meglio.

Rodoreda, come dirà nel prologo, ha scelto di lasciarla sullo sfondo questa guerra che accompagnerà il protagonista, un ragazzino di nome Adrià, che decide di fuggire dalla sua casa dopo la morte delle sorelle, per conoscere il mondo che è al di fuori del suo paese. Un bambino che non conosce cosa c’è davvero fuori ma che ha voglia di scoprirlo, spesso a proprie spese. «Adrià Guinart è l’antieroe. Mi è venuto così. forse perché non credo molto agli eroi; ovvero, anche se ci sarà sempre, da qualche parte, un atto di eroismo, penso che l’eroe o è un uomo in preda al panico che reagiste per salvarsi da un pericolo o è un pover’uomo che ha bisogno di realizzarsi, di compensare la propria mediocrità. Gli eroi antichi erano stati bambini non voluti e abbandonati per evitare che si avverassero i disastri annunciati per loro dagli dèi.» 

Adrià decide di andare in guerra e parte con dei ragazzini più grandi, ma ben presto lo troveremo vagare da “disertore”. Il libro si dipana attraverso singoli episodi, narrano di incontri e di sensazioni e non c’è una vera trama. Il senso di desolazione e di miseria si percepisce da piccole cose, frasi, sensazioni, paesaggi e in particolare dai personaggi che il protagonista incontra: alcuni gentili e ospitali, altri crudeli. Rodoreda riesce anche a parlare di amore in questo libro, quello delicato dei bambini, in mezzo a uomini feriti, impiccati e corpi che galleggiano nel fiume. Ciò che maggiormente risalta è il linguaggio, lo stile dell’autrice: sembra di essere sospesi in uno stato di dormiveglia, in un mondo parallelo infestato da strane persone. Una favola dai tratti neri.
«Tanti occhi dolci, tanti occhi tristi, tanti occhi sorpresi, tanti occhi disperati.»

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Libri nei libri: All’interno del testo l’autrice fa riferimento a un famoso libro di Jan Potocki da cui è stato tratto anche un film, Manoscritto trovato a Saragozza, del regista polacco Hans. “Uno dei film più originali, più poetici, più straordinariamente fuori dal comune che avessi mai visto.”
Altri testi citati sono: Nella colonia penale di Franz Kafka, Abele e Caino di Charles Baudelaire e Messa sul mondo di Teilhard de Chardin.