Confini fisici e mentali nell’opera di Esmé Weijun Wang

“Una prigione diventa casa se possiedi la chiave”
 George Sterling

Non volevo farla finita vicino a casa, dove avrebbe potuto trovarmi mia moglie, oppure, ed è ancora più terribile pensarci, i miei figli. […]. Non ho fatto altro che causare problemi a tutti e tre, e la cosa peggiore è che mi amavano lo stesso; e quindi non so proprio come questo possa essere altro che un tradimento e un’ingiustizia.

Siamo di fronte a una certezza, quella che caratterizza tutti noi: la morte. Il confine del paradiso di Esmé Weijung Wang comincia dagli ultimi attimi di vita di David, dal suo biglietto d’addio, a dimostrazione di come quell’evento sia un punto fondamentale della storia, di quanto lui sia uno spartiacque tra due vite.
Primo romanzo della scrittrice statunitense nata da genitori taiwanesi, consta di quattro parti e segue la cronologia degli avvenimenti ma alterna i punti di vista: tranne per la prima in cui a raccontare è David, nelle altre i capitoli vengono alternati tra i diversi personaggi principali di quel lasso di tempo e questo permette di indagare a fondo pensieri e azioni.
Tutto ha inizio con i Novak, una famiglia di ebrei polacchi emigrati in America in cerca di fortuna. La fortuna la trovano, il sogno americano si avvera: fondano la Novak Piano Company che prima della guerra conosce una grande fortuna, pari ai celebri pianoforti Steinway. Con la guerra e la conseguente instabilità la musica cambia per gli affari, ma la loro apparente tranquillità non muta. Presto David inizia a dare sfogo a quelle che si rivelano nevrosi: attribuiva ai suoi pupazzi un’anima e quando uno di questi subiva deterioramento, lui arrivava ad avere attacchi di panico.

Racconta che il suo primo incontro con il suicidio risale alla lettura di L’uomo che amava i lupi di William P. Harding, gesto che “non riusciva proprio a capire”; fatto sta che la lettura avrà effetti sulla sua formazione. Sopraggiungeranno nel frattempo altre nevrosi come la dismorfofobia e quella che l’autrice ha definito, inventandola, vitafobia. Le voci sul suo conto iniziano a circolare, il peso di questa situazione e del nome, della reputazione della famiglia diventano un fardello troppo grande per due spalle gracili: essendo lui l’erede, verrà presto catapultato nel mondo dei pianoforti per imparare il mestiere e si ritroverà ancora molto giovane a capo dell’azienda di famiglia, alla morte del padre. Una parentesi felice di questa adolescenza travagliata è l’incontro con Marianne, figlia di alcuni vicini: entrambi innamorati l’uno dell’altro, nonostante Marianne si riveli molto devota ed esprima il desiderio di entrare in convento, saranno costretti a separarsi quando David deciderà di vendere l’azienda al braccio destro del padre: che vita può offrire a una giovane donna un uomo che non è capace di reggere le redini di un’azienda?
L’ultima cosa a cui volevo pensare era quanto fosse difficile essere una persona ed essere vivi.

Compiuti i diciotto anni David vola a Taiwan, e qui comincia un’altra storia. L’incontro con una cultura diversa dalla nostra avviene con la comparsa di Jia-Hui, figlia di una mama-san (capo di un bordello) e di un boss della criminalità organizzata, che si occupa di trovare ragazze da far lavorare nel locale della madre. Ha potere Jia-Hui nel suo mondo, ha il potere di far cambiare vita a giovani donne che spesso, molto spesso, scappavano da situazioni peggiori. I due si innamorano e tornano in America. Lei diventa Daisy, il suo agnellino orientale. Ma è amore? Proprio David scrive di essere stato ammaliato dall’esoticità di colei che diventa presto sua moglie; quell’attrazione per l’esotico, il lontano. La porta con sé come si fa con un souvenir. L’impatto con la Grande Mela viene reso perfettamente attraverso il rifiuto del cibo tipico americano di hamburger e patatine per esempio, che l’autrice non riesce a mandar giù tanto da cibarsi per alcuni giorni di solo latte anche per nutrire il bambino che porta in grembo; ancora, notiamo un grande cambiamento di una ragazza nata e vissuta con due tagliagole trasformarsi in una donna bisognosa quasi d’amore, di attenzioni. C’è però un altro tema molto importante che caratterizza questa parte e il rapporto tra i due ed è la lingua: nel capitolo in cui Daisy incontra la madre di David ci sono alcune linee al posto delle parole, un po’ come si usa fare nel gioco dell’impiccato; qui la differenza sta nella linea continua e non nei trattini. Non è un gioco a indovinare. Si svela in tutta la sua forza una mancanza difficile da colmare, quella dell’impossibilità di dialogo e quindi di comprensione che non è solo comprensione tra due persone, ma della realtà in cui vivi. I due non comunicano, fondano il loro rapporto su sensazioni, su vuoti da riempire, sulla fisicità. Come comprendere i bisogni dell’altro, come incontrarsi negli intenti, come scontrarsi nelle idee! Come può un luogo indecifrabile diventare casa! I pensieri si attorcigliano su se stessi e rimangono tali.
L’amore terreno non è un baluardo contro la solitudine.

Le nevrosi di David non sono mai sparite ma Daisy, di fronte alle ferite auto inferte e alla confusione, non abbandona suo marito. Dopo aver vissuto in albergo si trasferiscono a Polk Valley, California. Il desiderio di solitudine di David, lontano da bisbigli, sguardi di compassione e da altri addii, non è mai scomparso. Il trasferimento in una casa nel bosco sarà una scelta naturale, ma anche la casa e la famiglia non riescono a placarlo, salvo alcuni rari momenti. Nasce William e dopo poco tempo arriva Gillian, figlia di David ma non di Daisy, così simile al padre. La vita prosegue nell’isolamento del loro covo, nella paura che il peggio possa accadere e così chiede al marito di insegnarle a guidare nel caso dovesse servire.
Mi distruggeva dover stare sempre all’erta, non dire mai una parola che potesse essere interpretata come scortese, fare tutto quello che voleva lui, che mi andasse o meno, incoraggiarlo, proteggere i nostri bambini dalla sua follia eppure non riuscire nei miei patetici tentativi, sentirmi inutile, vivere con lui, amarlo, essere una moglie coscienziosa e sapere che non faceva alcuna differenza.
Fino a che. Ritorniamo così al principio ma questa volta non è David a raccontarsi. Daisy si ritrova da sola, a ripensare alle volte in cui avrebbe potuto andare via, tornare a Taiwan e lasciarsi la malattia alle spalle, la solitudine che l’amore non può cancellare, una vita che ha avuto solo pochi sprazzi di felicità, ma a senso unico. Lasciare quella famiglia allargata che non è più sua. Eppure era stata avvisata: David è pazzo. Ora è lei a dover prendere le redini, a dover andare in paese per comprare il cibo. Ricomincia a parlare la sua lingua con i bambini, cosa che David non voleva perché sono bambini americani e lui il mandarino non lo capisce. Qualcosa scatta in lei: Gillian deve diventare la tongyangxi di William. Questa pratica, tipica della Cina, è stata dichiarata fuori legge nel 1949 ma ha resistito a Taiwan più a lungo e può esser vista come un matrimonio combinato in cui una famiglia con un figlio maschio preadolescente adotta una figlia femmina di pari età o un po’ più piccola, allo scopo di farli crescere insieme, con la stessa disciplina e gli stessi ideali. Una volta pronti, i due si uniscono sessualmente e convolano a nozze per garantire la prosecuzione della stirpe. La giovane donna è destinata inoltre alla cura dei genitori adottivi. È il ruolo che di solito spetta alle figlie femmine, con l’aggravante di essere costretta a una vita non voluta, ma spesso l’unica possibile. Trasuda egoismo dal romanzo, possesso per paura di rimanere soli. Rinchiusi in un paradiso che diventa inferno, costruito su misura, da cui è impossibile fuggire per l’incapacità di vivere in un mondo che non si conosce, con regole e spazi e persone e. Il confine della loro casa non è solo fisico ma è diventato mentale, l’unico esistente e possibile. Ma non per Gillian, a cui vengono imposte regole molto dure. William accetta invece questo destino, desideroso di amarla. Che la follia sia ereditaria? Io credo che, come dice Marianne, ogni azione ha delle ripercussioni e quelle di David, volute o meno, hanno avuto delle conseguenze sulle scelte della famiglia, anche indirettamente vista la sua scomparsa quando i figli erano piccoli. L’isolamento, la costrizione entro certi confini mentali e fisici, le regole, la privazione di libertà che in Gillian si trasforma in sofferenza perché certa che ci siano altre realtà, il sentirsi lei destinata a un compito scelto da altri ne hanno minato la psiche. Si vuol parlare di follia? Nel confine di una casa che è diventata una prigione, la chiave è soltanto una.


Esmé Weijun Wang
Il confine del paradiso
traduzione Thais Siciliano
pp. 414
Edizioni Lindau, Torino, 2018

*Pubblicato su IlPickwick.

Donna e santa/Santa Mazie

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Foto risalente a gennaio, dopo il mio viaggio a Parigi, un ricordo importante.

Santa Mazie io lo immaginavo diverso. Credevo che il personaggio a cui Jami Attenberg ha dato voce attraverso la sua scrittura fosse una donna diversa; fortemente credente, con una vita dedita al volontariato e uno stile di vita sobrio. Ho immaginato un romanzo che raccontasse proprio di questo, di opere caritatevoli. Ho trovato qualcosa di completamente inaspettato.

La scelta di raccontare di Mazie Phillips, donna esistita realmente, soprannominata “Regina della Bowery”, attraverso un diario immaginario la reputo perfetta: pochi episodi ma che fanno capire tanto della sua personalità e della sua vita, inframmezzati da interviste fittizie di personaggi che in qualche modo hanno avuto contatti con lei e una autobiografia non reale.

Perché ho detto che ho letto qualcosa di inaspettato? Perché Mazie di opere buone ne ha fatte: ha aiutato i senzatetto che vivevano sulla sua strada dando loro i suoi risparmi per cibo e alcool, del sapone per lavarsi, ha chiamato l’ambulanza ogni volta che qualcuno di loro era in seria difficoltà, ma soprattutto ha dispensato sorrisi. Perché nel diario viene fuori una donna di una bellezza particolare, prosperosa, fumatrice accanita, amante delle bevute, costretta in una gabbia a vendere biglietti tutto il giorno prima di camminare nella sua città e aiutare gli altri, legata alla sua famiglia, senza relazioni stabili. Non è il ritratto che mi aspettavo dalle poche notizie che avevo prima di approcciarmi alla lettura.

Tante di queste persone provenivano da caos e tragedie, non avevano avuto un bell’inizio di vita. Avresti dovuto avere il cuore di pietra per non provare qualcosa per loro, per non dargli una monetina o due dopo aver ascoltato una delle loro storie. Famiglie che non se ne curano o che li picchiano. Niente a cui attaccarsi se non la bottiglia. Non mi ero mai resa conto di essere stata fortunata ad avere una famiglia che mi amava come mi ha amato. Qualche volta i familiari mi hanno tenuta troppo controllata, ma non hanno mai permesso che finissi per la strada. 

Mazie, nella ricostruzione verosimile della scrittrice, inizia il diario all’età di 10 anni, quando la sorella maggiore Rosie la porta con sé, insieme all’altra sorella Jeanie, per strapparla dal padre violento e da una madre vittima e incapace di fare alcunché.

Mazie era quella da tenere d’occhio, poi si è scoperto che la ribelle è la più piccola, che per il ballo lascerà la famiglia.

Mazie è la ragazza, e poi donna, sostegno della sorella più grande, profondamente ferita, sempre bisognosa di certezze.

Mazie è la donna che negli anni ’20 e ’30, nel periodo del Proibizionismo, cercherà di vivere appieno la sua libertà e il suo essere donna: alcool, amanti, sfoggio della sua femminilità.

Mazie desidera l’amore ma è come se sentisse di non poterlo avere, di fare un torto alla sua famiglia.

Mazie che soffre per la perdita di un figlio che non può tenere.

Mazie è l’amica  di una giovane suora.

Mazie è l’amica di tutti coloro che si mettono in fila per comprare un biglietto.

Mazie è la persona che sogna di andare lontano, ma ama profondamente New York e le sue strade.

Mazie attrae e allontana.

Mazie è tanto oltre a essere la “santa” che aiuta chi è in difficoltà.

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Una storia che non ha nulla di apparentemente speciale, ma è questa la sua forza: descrive la vita di una persona semplice, che non ha neanche avuto una vita facile, che si diverte ma che sa fare del bene. È un esempio di altruismo senza secondi fini, di generosità e umanità che non derivano per forza da persone di fede o con uno stile di vita impeccabile (chi lo ha). Un romanzo/diario che descrive i desideri e i sogni di una donna, il suo amore impossibile, ma che riesce anche a descrivere, con poche frasi e tanta umanità, cosa significava vivere durante il periodo del Proibizionismo e dopo il crollo di Wall Street, quando anche i vecchi ricchi si sono ritrovati in strada, in quella strada tanto amata e così diversa, con chi in difficoltà ci era già: in quel caso si diventa tutti uguali, ma poi?