Speciale SalTo18/Intervista ad Amaranta Sbardella

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Durante il Salone Internazionale del libro di Torino ho avuto la fortuna di intervistare alcune voci nuove della letteratura. In particolare da Exòrma, casa editrice romana che si occupa principalmente di viaggi ma con un taglio narrativo, ho incontrato Amaranta Sbardella e con lei ho avuto una piacevolissima chiacchierata su Barcellona, letteratura e società.

“Barcelona Desnuda” è il racconto di una Barcellona diversa da quella che conosciamo oggi. Sono 10 racconti che vedono come protagonisti personaggi di importanti opere del ‘900, o la salamandra, tipico simbolo della città, ambientati in epoche diverse. Come li hai selezionati e perché hai deciso di traslare questi personaggi dal loro testo a un altro?

“Ho voluto utilizzare questo espediente perché mi ha permesso di esprimere meglio un determinato periodo o una particolare atmosfera. La scelta è stata dettata da diversi fattori, alcune volte ho seguito il mio gusto personale altre erano testi funzionali a ciò che volevo raccontare, molte sensazioni sono personali e autobiografiche. L’intento era quello di creare un mosaico di Barcellona, proprio come quelli di Gaudì e ho scelto di fare un lavoro di riscrittura dei testi scelti che mi aiutano a descrivere tante Barcellona diverse, a far emergere le bugie che vengono raccontate sulla città.”

Quindi il tuo lavoro di traduttrice è stato fondamentale per questo tipo di approccio?

“Certamente. Io sono principalmente una traduttrice, anche se mi occupo di editing, e posso dirti sinceramente che i veri amanti dei testi sono i traduttori perché ciò che leggiamo e riscriviamo, appunto, lo viviamo pienamente alla stessa stregua del primo autore del libro e poi lo rielaboriamo inserendoci anche quelle che sono le nostre sensazioni, anche se non dobbiamo chiaramente stravolgere il senso primo, e questo amore per il mio lavoro è stato certamente importante e fondamentale per la scrittura.”

Il tuo è un libro di racconti, un libro di viaggio anche se non nel senso più classico del termine, e un libro a mio parere storico e documentaristico in quanto riporti alla luce la vecchia città e tutti i cambiamenti che ha subito fino a oggi. Ormai l’immagine che abbiamo di Barcellona è quella di una città estremamente turistica e volta al divertimento, secondo te come mai si è perso il desiderio di conoscere e comunicare la sua vera storia?

Sicuramente si può parlare di libro storico e di volontà di documentare e di riscoprire la vera Barcellona, quella lontana dal modernismo e la movida. Nell’ultimo secolo e mezzo si è cercato di rendere la città europea e internazionale, quindi vicina alle altre grandi, perché potesse competervi e questo ha significato una corsa al turismo delle società imprenditrici che hanno puntato su attrattive per giovani e su qualcosa che potesse essere subito visibile e riconoscibile. I catalani non hanno apprezzato questa scelta perché si son visti privati della loro identità, della loro storia. C’è stata un’ondata di turismofobia molto forte.

Quando ti sei innamorata della città e quale è la TUA Barcellona?

La prima volta che l’ho visitata è stato più di dieci anni fa, quando ancora la sua vera anima si mostrava in superficie. Poi sono iniziati i cambiamenti, questo voler sotterrarne le contraddizioni e la storia e ho provato molto fastidio. Barcellona ha tanti strati, ancora oggi è possibile scoprire alcuni posti che conservano l’aspetto di un tempo, ma bisogna uscire dal seminario tracciato dalle guide, utili per conoscere le attrazioni famose, uscire dalle parti turistiche e perdersi. La mia Barcellona è quella delle rotte non segnate, degli angoli, ma soprattutto di atmosfere: consiglio di non andarci d’estate e di godersi la città durante l’alba, quando sorge il sole e c’è ancora silenzio. E poi leggi, perché è così che si può comprendere cosa è stata davvero questa immensa città, proprio come ho fatto io.

A proposito di autori e letteratura, a un certo punto uno dei personaggi si chiede se esista un romanzo di Barcellona. Esiste secondo te?

Bella domanda! Io credo di no, infatti per me scrivere racconti è una chiara risposta. Sergi Pàmies ha scritto La gran novela sobre Barcelona, è un titolo anche ironico perché non si tratta di romanzo ed è quindi anche questa una risposta alla domanda. Barcellona fa sempre da sfondo alla letteratura ambientata qui, se ne descrivono le strade, i paesaggi e i colori, ma non è mai incentrata su di sé.

Descrivi Barcellona con i tuoi occhi.

Contraddittoria. Magica, ma ostile. Sommersa, stratificata.

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MaratonaZafón/Il labirinto degli spiriti

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«Mi chiamo Isabella Gispert e sono nata a Barcellona nel 1917. Ho ventidue anni e so che non ne compirò mai ventitré. Scrivo queste righe con la certezza che mi restano solo pochi giorni di vita e che ben presto lascerò coloro con i quali sono più in debito a questo mondo: mio figlio Daniel e mio marito Juan Sempere, l’uomo più buon oche abbia conosciuto, e morirò senza aver meritato tutta la fiducia, l’amore e la devozione che mi ha dato. Scrivo per ricordare e aggrapparmi alla vita.»

Non posso non ammettere quanto la notizia dell’uscita del “Labirinto degli spiriti” mi abbia da subito riportato alla prima lettura di Zafón e a quanto mi colpì quella storia. Rileggere la saga e creare una sorta di maratona grazie alla Mondadori mi ha entusiasmata; non vedevo l’ora di avere tra le mani l’ultimo e chiudere finalmente un cerchio.

Quello che mi si è presentato è un libro diverso: manca la Barcellona misteriosa e gotica, rispetto al primo libro Daniel, Bea, Fermin non sono più i protagonisti assoluti della narrazione, ma saranno sempre presenti perché quella che si dipana davanti ai nostri occhi è la loro storia, la loro e quella di tanti altri personaggi, alcuni già conosciuti e altri che impareremo a conoscere e ad amare. Grazie ad Alicia Gris, donna controversa, debole ma caparbia, e Vargas, verrà alla luce tutto il marcio della città e delle sue alte sfere. Alicia riuscirà a ritrovare una sua pace interiore e anche Daniel, quel ragazzino ingenuo ma coraggioso, diventato padre, riuscirà a raggiungere una calma e una serenità dopo aver finalmente scoperto la verità su Valls e sulla madre; un ragazzo appena maggiorenne con un enorme peso sul cuore, pronto a sacrificare se stesso e la sua famiglia per non lasciar cadere nell’oblio una madre conosciuta appena, lascerà un vuoto nei suoi lettori affezionati.

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L’autore riesce, in maniera incredibile e con ritmo serrato, a tenere il lettore attento con intrighi, misteri, complotti e grande azione. Le storie si intrecciano inevitabilmente e non sono forzate. I personaggi sono sempre ben caratterizzati pur non presentando grande originalità. Ritorna con maggiore forza il Cimitero dei Libri Dimenticati, da Zafón relegato sullo sfondo nei due libri precedenti, un posto che ha fortemente rapito la mia immaginazione di ragazzina e che ancora oggi, non nascondo, riesca a stupirmi e farmi sognare. In un gioco continuo tra Bene e Male, tra vittima e carnefice divisi da un confine così labile e spesso confuso, dove la verità non sempre è la migliore soluzione praticabile, Zafón riesce, ancora una volta, a colpire, commuovere e chiudere il libro con la sensazione di aver fatto parte di quelle vite.

MaratonaZafón/Il prigioniero del cielo

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«Quella notte le ho raccontato soltanto una piccola parte della storia, Daniel.»
«Credevo che si fidasse di me.»
«Io, a lei, affiderei la mia vita a occhi chiusi. Non è questo. Se le ho raccontato solo una parte della storia, è stato per proteggerla.»
«Proteggermi? Da cosa?»
«Dalla verità, Daniel… Dalla verità.»

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MaratonaZafón/Il gioco dell’angelo

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«Uno scrittore non dimentica mai la prima volta che accetta qualche moneta o un elogio in cambio di una storia. Non dimentica mai la prima volta che avverte nel sangue il dolce veleno della vanità e crede che, se riuscirà a nascondere a tutti la sua mancanza di talento, il sogno della letteratura potrà dargli un tetto sulla testa, un piatto caldo alla fine della giornata e soprattutto quanto più desidera: il suo nome stampato su un miserabile pezzo di carta che vivrà sicuramente più a lungo di lui. Uno scrittore è condannato a ricordare quell’istante, perché a quel punto è già perduto e la sua anima ha ormai un prezzo.»

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MaratonaZafón/L’ombra del vento

15608529_10210406756861827_61418962_o.pngParlare  di questo libro è come ritornare alle emozioni di qualche anno fa, precisamente al 2007.
Ricordo che mio nonno mi regalò una meravigliosa edizione corredata da fotografie: la mia preferita raffigura un gattone su vecchi libri, probabilmente è dovuto al fatto che amo i gatti e al momento ne ho ben tre. Il 2009 fu l’anno della seconda lettura poiché decisi di creare la mia tesina della maturità proprio a partire da questo libro che tanto avevo amato.

Lo rileggo oggi grazie alla Mondadori e ritrovo le stesse sensazioni, il medesimo stupore man mano che la storia si svela e raggiunge il finale che, ammetto, un po’ mi ha scossa. Mentre scrivo sfoglio con delicatezza le pagine della mia edizione per cercare le frasi che sottolineai e mi accorgo che sono le stesse su cui ancora oggi mi soffermo.

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MaratonaZafón

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«Quel libro fu una rivelazione» mi disse Clara. «Per me la lettura era sempre stata un obbligo, una specie di obolo da versare a maestri e tutori. Ignoravo il piacere che può dare la parola scritta, il piacere di penetrare nei segreti dell’anima, di abbandonarsi all’immaginazione, alla bellezza e al mistero dell’invenzione letteraria. Tutte queste scoperte le devo a quel romanzo. Hai mai baciato una ragazza, Daniel?»
Mi mancò il respiro.
«Be’, sei ancora molto giovane. Ma si prova la stessa sensazione, il brivido della prima volta è indimenticabile. Viviamo in un mondo di ombre, Daniel, la fantasia è un bene raro. Quel libro mi ha insegnato che la lettura può farmi vivere con maggiore intensità, che può restituirmi la vista. Ecco perché un romanzo considerato insignificante dai più ha cambiato la mia vita.»

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