Partire da un diario per fare di più/Io Ci Sto fra i migranti

“Sole, sudore, sfruttamento, strade sterrate, salari indegni, schiene curve e silenzio: sapore di sugo.”

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Io Ci Sto è il nome di un campo di volontariato ma è anche il nome di una associazione e libreria fondata a Napoli, di cui faccio parte, iocisto tutto attaccato. Lo racconto perché c’è un legame tra le due realtà: la libreria vuole essere un punto di ritrovo per chi considera la lettura un patrimonio importante e che bisogna infondere l’amore per le parole sin da piccoli. La libreria si è anche interessata all’insegnamento dell’italiano per stranieri e per bambini dislessici. Io Ci Sto, in Puglia, l’italiano lo insegna.

“La conoscenza rende più liberi.”

Il diario curato da Rosario Sardella è la testimonianza delle attività dei volontari di Io Ci Sto che, ogni anno, si incontrano a Borgo Mezzanone per dare un sostegno ai migranti delle baraccopoli e per portare alla luce una situazione ignobile del nostro paese.

Il campo si trova non troppo distante da due luoghi infernali che portano il nome di Ghetto e Pista: il primo è un insieme di lamiere, l’una sull’altra, a costruire quelle che dovrebbero essere abitazioni. Si affitta il posto letto a 80 euro. La Pista è, invece, una pista dismessa di una base NATO in cui i container sono stati trasformati in abitazioni. È qui che si trasferiscono d’estate persone sbarcate in Italia, che d’inverno vivono un po’ in tutte le regioni, come Mame che viene da Brescia e si trova al Ghetto per vacanza. Mame va a scuola e, appena termina, giunge in Puglia con il padre per raccogliere pomodori, quei pomodori che noi troviamo nei barattoli al supermercato, a 50 centesimi. La sua vacanza significa sperare di essere scelto dal caporale per andare a riempire casse pesantissime di pomodori per 3,50 euro, e pagare 5 euro del guadagno al caporale che li ha scelto e lo trasporta nel suo furgone: la bicicletta è oro nelle loro mani.

“Tu hai visto come noi viviamo qui? Hai visto, no? Più schiavi di questo non si può. In Africa io non vivo in posti come questo.”

Sono tantissime le storie di cui si viene a conoscenza durante il campo, ognuna ha la sua dose di tristezza e di sconfitta e, nonostante la fiducia negli altri dovrebbe essere ormai esaurita, loro ti guardano e capiscono chi hanno davanti e se posso aprirsi.
“Ti guardano negli occhi e attraverso gli occhi arrivano al tuo cuore.”
Quella di Gerard è la storia di un uomo che ha lavorato sempre la terra in Italia, per duecento o trecento ore al mese, in cambio di 2,50 euro e un casolare che il “padrone” gli lasciava usare. Gerard ha avuto la forza di denunciare i soprusi. Cosa è cambiato? Lui non può tornare al Ghetto per paura di ritorsioni e nessuno lo prende più a lavorare la terra. Delle istituzioni neanche l’ombra.

“Tutto il contesto racconta il fallimento delle istituzioni; sotto i cumuli di spazzatura giacciono i detriti inviolabili e la dignità dell’uomo, di cui tanto si disquisisce in salotti televisivi e camere di Palazzo.”

Solo chiacchiere, pochi aiuti e vicende che passano sotto silenzio dopo poco tempo. Ci sono stati dei morti per il lavoro, per la fatica. Hanno bruciato il Ghetto ed è stato ricostruito. Nessuna di queste tragedie ha mai modificato la situazione, ogni anno si ritorna nello stesso posto a raccogliere gli stessi pomodori.

Nascere nel posto sbagliato del mondo è una colpa.

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