Profilo dell’autore: Hamlin Garland

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«Non sono mai stata via di casa una notte, nei tredici anni che siamo stati in questa fattoria, e fu lo stesso in quegli altri dieci che passammo a Davis. Per ventitré anni, Ethan Ripley, sono rimasta inchiodata alla stufa della cucina e alla zangola senza un giorno o una notte di libertà.»

Hamlin Garland nacque nel 1860 nel Wisconsin, in una fattoria a West Salem. Come il padre, anche lui lavorò la terra, ma si appassionò alla letteratura tanto da frequentare il college.

Nel 1884, una volta venduto un lotto di terra, decise di andare a Boston dove divenne un insegnante così da potersi dedicare alla lettura: “Dai miei pasti ritornavo al mio tavolo in biblioteca e leggevo fino all’ora di chiusura…”

Joseph Edgar Chamberlin lo descrisse, all’epoca, come un uomo di grande bellezza e singolarità, giovane ma con un peso sullo spalle dovuto ad anni di studio; infatti partecipò a conferenze e insegnò letteratura.

Il 1887 fu un anno di svolta per Garland: l’amicizia con Howells lo convinse a scrivere e tornò dai genitori nel Middle West. È allora che la vita della fattoria e dei contadini si presentò a lui in tutta la crudezza, la stanchezza e la povertà. Presero forma i racconti contenuti in “Main-Travelled Roads” (Racconti dal Mississippi) e in “Prairie Folks”, certamente il punto più alto della sua opera insieme all’autobiografia “A Son of the Middle Border”, una sorta di ribellione nei confronti di quella vita. Sviscerati completamente i temi a lui cari, raggiunta una certa sicurezza economica, iniziò a scrivere romanzi di diverso registro e di minore fortuna e intensità.

Ma qual era l’idea di narrativa di Hamlin Garland?4c884ecdc70a7.image.jpg

Credeva che bisognasse superare i classici per rinvigorire la letteratura americana, e credeva nell’obiettività della vita reale “anche a costo di essere impietosa, cioè a costo di considerare gli aspetti più squallidi della vita”. Questo realismo fu da lui chiamato “veritismo”:

“Scrivete di quelle cose che conoscete meglio e che vi stanno più a cuore.
Facendo così sarete fedeli a voi stessi, fedeli al vostro paese, fedeli al vostro tempo.”

Il veritista non ha bisogno di modelli perché guarda e descrive la realtà, la natura e la vita. Deve dire sempre la verità, e per farlo deve raccontare anche il dolore e la miseria. Ma sono solo le persone sane a essere descritte, i valori sani, escludendo persone malate, violenze, vizi e sensualità.

I racconti di Garland, scritti con uno stile semplice e senza fronzoli in cui a far da padrone è l’influenza dell’ambiente sui personaggi, vengono presentati da Howells come “historical fiction” perché sono una cronaca della disfatta, delle privazioni e delle difficoltà dei pionieri che colonizzarono i terreni del Middle West.


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Tutte le tappe:

👉venerdì 2 febbraio, 1° tappa: Reader for blind -> La storia editoriale;
👉giovedì 8 febbraio, 2° tappa: I calzini spaiati/Veronica Giuffré -> Video lettura;
👉giovedì 15 febbraio: 3° Tappa: Emozioni in font/Viviana Calabria -> Profilo dell’autore;
👉giovedì 22 febbraio: 4° Tappa: Reader For Blind -> Il racconto Una strada secondaria;
👉giovedì 1 marzo: 5° Tappa: Sotto la copertina (Ornella Soncini/Lucrezia Pei) -> InstaScroll;
👉martedì 6 marzo: 6° tappa: Martina Marzadori -> video commento sulla creazione della cover;
👉sabato 17 marzo: 7° tappa: Libreria I Trapezisti -> Presentazione del libro!

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Un dolore lungo una vita/Il primo Dio

“Il dolore deve essere la cosa più importante della mia vita.”

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Se vi dicessi che uno dei maggiori scrittori statunitensi di inizio ‘900 è italiano? Sono certa che il nome di Emanuel Carnevali sia ai più sconosciuto, e lo è stato anche per me fino a qualche mese fa, quando D editore ha deciso di riportarlo in patria.
“Il primo Dio” fu scritto da Carnevali durante il periodo di malattia, contrasse un’encefalite letargica, nel 1922. Morirà in un modo alquanto singolare: soffocato da un pezzo di pane.

Il testo in questione è un romanzo autobiografico in cui l’autore non manca di parlare della sua infanzia, della miseria patita, della follia forse gonfiandone la portata, ma è utile a comprendere l’etichetta di “poeta maledetto” che gli è stata affibbiata.

Dopo la morte della madre, per tetano, che lo costrinse a vivere di ristrettezze e dolore, conoscerà il padre, un uomo “nero dentro e fuori”, incapace di provare amore ma assolutamente in grado di far del male. Verrà spedito da lui in collegio fino scappare negli Stati Uniti, a solo 16 anni, dove troverà una breve fortuna fino a impazzire e tornare in Italia, dove morirà nel 1942.

Il testo è stato diviso in cinque parti che segnano i momenti fondamentali della vita di Carnevali. Il Bianco simboleggia l’infanzia dolorosa e il ricordo del latte d’asina che gli davano da bere, ma il bianco è anche il colore di quella “piccola luce sempre accesa” di speranza che le cose possano andare meglio.

Il Rosa rappresenta gli anni del collegio e delle prime esperienze sentimentali, di amore adolescenziali, distaccati, ma anche di amore vero e appassionato, quello per Giovanni. “Ma, benché odiassi il posto, io mescolavo il mio amore per il Canal Grande a quello per Giovanni: lui e Venezia erano gli splendori della mia vita”. Una sessualità ambigua la sua, ma certamente difficile in tempi in cui era davvero un peccato.

Il Nero è un colore che richiama il buio, il vuoto e la tristezza e segna il periodo vissuto a New York, la miseria e i numerosi e faticosi lavori che ha dovuto sopportare per poter avere un letto e un pasto. È anche il periodo in cui rivede il fratello ma le cose non vanno troppo bene, sono gli anni del matrimonio che non avrà un risvolto positivo. Ma sono soprattutto gli anni in cui la delusione maggiore è l’America, quel naufragare del sogno americano in cui tanto aveva sperato. “Quei famosi grattacieli altro non erano che enormi scatole che si ergevano davanti a noi, oppure di lato, terribilmente futili, spaventosamente poco importanti, tanto comuni che si sarebbe potuto credere di averli già visti in un altro posto.”

Ma “Chicago” e “L’Italia”, le ultime due parti del libro, riguardano il vero punto di svolta dell’autore che passa da un successo importante a un declino inevitabile, sino a raggiungere il punto di non ritorno.

Maledetto, sfortunato, Emanuel Carnevali meritava di far conoscere la sua voce anche qui. In America è ancora considerato un rappresentate importante della letteratura di quel periodo da alcuni suoi colleghi che di fortuna ne hanno avuta di più; nel suo periodo peggiore, quando una forma di follia prese il sopravvento sulla sua psiche, non fu abbandonato nonostante gli atteggiamenti spesso fastidiosi che aveva, e gli fu anche pagata una clinica molto costosa che tentava di curare questi suoi problemi. Carnevali arriverà perfino a immedesimarsi in Dio, nel Primo e Unico Dio di se stesso, il solo a poter decidere il proprio destino.

Una scrittura poetica in alcuni tratti, ironica ma che per me manca di quella disperazione, di quella forza che immaginavo, forse dovuta al fatto che il protagonista, nonostante le sofferenze e le difficoltà patite non ha mai smesso di tentare, di andare avanti senza sosta accettando ogni difficoltà, combattendo per quel bisogno impellente di scrivere che lo ha portato al successo per poi sgretolarsi in poco tempo. Che sia orgoglio o altro, è certo che Carnevali conosceva bene il perdono.

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