Lettere da Endenich

Non ha mai dormito da solo, dice, da quattordici anni non può dormire senza compagnia, come un bambino, deve sempre avere qualcuno accanto.

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Le prime notizie di Robert Schumann lo tratteggiano come un bambino spaesato perché si ritrova in un posto nuovo e senza le persone che gli erano accanto. Si potrebbe pensare a una semplice abitudine dovuta al vivere per tanti anni con una persona, se non fosse che in quel momento il compositore era stato portato a Bonn, al manicomio di Endenich, dove lui stesso aveva più volte chiesto di essere internato.

Ma cosa è successo al grande compositore tedesco? Filippo Tuena porta alla luce lettere e pagine del diario della moglie Clara, nel tentativo di ricostruire gli ultimi anni di vita di Schumann e di dare una spiegazione ai suoi stravolgimenti emotivi e mentali.

Tante congetture, molti tentativi di dare un nome alla malattia che lo aveva colpito, ma nessuna verità. Al di là della figura e del genio, quello che emerge è un ritratto spezzato, frammentato di un uomo che ha assistito, consapevolmente, alla deriva della sua mente. Affiora, dalle lettere, un animo raffinato e colto, un desiderio di ritrovare negli oggetti a lui cari, libri e partiture, un po’ di casa e di se stesso nella piena coscienza di sé.

Le lettere che scambierà con gli amici, la moglie e le figlie, permesse solo sei mesi dopo il ricovero, mostreranno uno Schumann che ricorda con affetto i suoi cari, ma un po’ distaccato. Basti pensare alla nascita di un figlio avvenuta quando lui era già a Endenich, di cui si rallegra ma che scompare poi nelle successive lettere. Chiederà spesso informazioni su amici che non vede più e manderà i suoi saluti, forse in un tentativo di non essere dimenticato. Ricorrenti sono i riferimenti ai lavori di due amici musicisti e della moglie Clara, importante sulla scena forse più del marito, che continuerà la sua carriera e accrescerà la sua fama. È incomprensibile la decisione dei medici di isolare completamente il musicista, considerato che le visite furono permesse tardi e la moglie lo vide soltanto due giorni prima della fine: la solitudine, soprattutto se imposta, non ha nessun effetto benefico su una persona. Schumann non parlerà mai di questo suo stato d’animo e del suo dolore nelle lettere, forse perché consapevole di esser lette prima dai dottori o per un vero e proprio distacco dalla realtà, di cui sembra accorgersi soltanto a tratti. E non è chiaro come una moglie, che si professa tanto innamorata e affranta per le sorti del marito, non abbia mai insistito per rivederlo. Dal carteggio e dalle pagine di diario emerge, anzi, una donna desiderosa di salire alla ribalta della scena, pubblica e privata, concentrando su di sé tutta l’attenzione; se, infatti, è Schumann a essere rinchiuso a Endenich senza possibilità di guarigione, sembra Clara la più colpita e la persona a cui riservare compassione per quanto accaduto. Nulla appare chiaro nella vicenda, e c’è un punto ancor più oscuro che si presta a diverse congetture:

30 dicembre [1854], lettera di Robert, una gioia e una afflizione assieme. San Silvestro sola con Johannes! Taccio sui sentimenti con cui entro nel nuovo anno e con cui mi sono lasciata alle spalle quello vecchio, pesante, indescrivibilmente infelice. Cosa porterà questo nuovo? Riuscirò a riavere la mia felicità? Riuscirò mai a ripossederla tutta intera? Che Dio lo conceda! 

La verità è lontana dal dispiegarsi, ma il lavoro di Filippo Tuena ha potuto dare ai lettori, conoscitori o meno dell’arte del maestro, l’idea di quanta sofferenza possa patire un uomo: di come sia possibile sopportare il  disfacimento di corpo e mente, in poco tempo, fino a non aver più capacità di comunicare se non attraverso parole strascicate, di non aver più la forza di suonare e di comporre come si è fatto per tutta la vita, di aver dimenticato la sua vita “fuori, di non avere risposte.
Che almeno i segni e le rotte sugli atlanti abbiamo lasciato spazio all’immaginazione di essere in altri posti, liberi, fuori dalle mura di una stanza. Non è, in fin dei conti, un desiderio che abbiamo tutti?

Una volta fece segno inequivocabile di volerla abbracciare, gettando un braccio intorno a lei. Da tempo non riusciva più a parlare normalmente, si potevano comprendere solo singole parole (più spesso un farfugliare). Già questo, però fu una fortuna per lei.


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A cura di Filippo Tuena
Robert Schumann, Lettere da Endenich
ItaloSvevo edizioni
Traduttore: Anna Costalonga
Pagine 108
13,00 €
ISBN: 978-88-99028-23-7

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