Il difficile rapporto madre-figlio/Incipit “Il peso minimo della bellezza”

5179c-famiglia_manir400

FASE I 

Negazione

Dovresti ricordartelo il giorno che è morta tua madre. Io mi ricordo il giorno in cui sei morta tu. E credo anche a te sia durato un bel po’ il pensiero di lei dentro quella bara perché mi pare, a sentir dire la zia, che sia stato più o meno quello il periodo in cui hai deciso di mettermi al mondo. Volevi sostituirla? Che pensavi di fare? I parenti dicono che quel giorno piangevi come una disperata. Eri così disperata che il prete ha dovuto chiamare un’ambulanza e farti portare in ospedale. Ti sei persa anche il funerale di tua madre. Non un ultimo saluto. Niente. Non ho faticato a crederci neanche per un secondo. Dopotutto è tipico tuo quello di perderti le cose importanti. Dopotutto è tipico tuo venire prima degli altri. Non potevi permettere neanche il giorno che è morta, a tua madre, di essere la protagonista, dovevi avere anche tu la tua fetta di scena. E ti sei fatta venire le convulsioni da pianto, sei caduta a terra e hai cominciato a sbavare. Allora ti sono corsi tutti accanto, dicono che eri rigida come un tronco, che le gambe e le braccia ti si agitavano su e giù, che avevi gli occhi girati all’indietro e che dalla bocca ti usciva una schiuma bianca. Qualcuno ha gridato di tenerti la lingua per non fartela ingoiare e nel frattempo una ventina di telefoni hanno composto il numero dell’ambulanza che è arrivata a sirene spiegate. Tua madre intanto era morta e stava nella bara con le braccia incrociate sul petto. Stava lì immobile con la faccia pacifca e non guardava niente perché nel posto dove è andata non c’è più nessuna preoccupazione, da quel posto non poteva correre a vedere cosa stesse succedendo. Per la prima volta in vita tua, lei non è corsa. È rimasta impassibile alle tue convulsioni egoiste, alla tua disperazione infantile, al tuo modo di risolvere i problemi con un ricovero in ospedale. Lo facevi a tredici anni e lo hai fatto a venti. Forse volevi solo testare il numero di persone che si sarebbero preoccupate di te da quel giorno in poi, dal giorno in cui tua madre uffcialmente smetteva di farlo. E ce n’erano, di mani.
Ce n’erano tante. Chi ti toccava la fronte, chi ti teneva le gambe, chi ti ha preso la lingua. Tua cugina ti accarezzava i capelli. Tuo zio cercava di parlarti, è un fanatico della comunicazione lui, è uno di quelli che pensano che Cristo abbia resuscitato Lazzaro a parole. E tu forse eri il suo Lazzaro, sdraiata nella navata centrale della chiesa, ai piedi della bara di tua madre, con la faccia di una posseduta dal demonio, in preda alle convulsioni. Potevi morire e lui ti stava resuscitando. Svegliati, diceva. Svegliati. Non sapeva che era tutto sbagliato. Nessuno di loro sapeva che non avrebbe dovuto tenerti ferma perché potevi spezzarti le ossa, tanto eri rigida. Non sapevano che non si deve tenere la lingua perché con un morso avresti potuto staccarla e lasciargliela in mano. Non lo sapevano che era inutile cercare di svegliarti. Nel tuo oblio non sentivi niente. Anzi, ci eri caduta per non sentire niente. Non volevi svegliarti. Ti piaceva rimanere in quello stato sospeso dove nessuna cosa ha importanza e, anzi, avevi importanza solo tu. Tu, il soggetto di ogni frase. Tu, la protagonista di ogni ciak. Tu, che siccome tua madre è morta ti sentivi in diritto di impazzire sotto gli occhi dei presenti e cancellare tutto con un attacco epilettico.

Il peso minimo della bellezza
Azzurra de Paola

Annunci

Chi ben comincia… il lunedì

Sogno raramente. E se mi capita, mi risveglio di soprassalto in un bagno di sudore. In questi casi, poi, mi abbandono nel letto e medito sul potere magico e inesorabile delle notti aspettando che il cuore si calmi. Da bambina, o da ragazza, non facevo sogni, né belli né brutti, è la vecchiaia che mi trasporta senza sosta un orrore impastato di detriti del passato, che mi travolge con la sua massa via via sempre più compatta, sempre più opprimente, un orrore più tragico di ogni esperienza reale perché le cose che vedo nell’incubo non le ho mai vissute sul serio. E mi risveglio urlando.

Chi ben comincia… il lunedì

I
Il canto dell’amputata

“Amor Omnia Vincit” – l’amore vince tutto – aveva scritto sulla copertina della cartelletta marrone, quella che contiene i tre quaderni; sopra, a lettere più grandi, in stampatello, c’era il titolo, LIBRO DELLE DOMANDE. Come se si dovessero testare due atteggiamenti: quello sopra energico, ottimista e del tutto neutrale, quello sotto fragile, cauto, quasi supplichevole. Come se avesse voluto dire: ecco il punto di partenza, può essere vero, ah, se solo fosse vero.

L’amore vince tutto. Si sa che non è così, ma comunque. Fa un po’ male al cuore leggerlo, ah, se solo fosse vero, se solo fosse vero. Il tono artificiosamente obiettivo e corretto, finché si spezza. Un quaderno giallo, uno nero – incompleto o censurato – e uno rosso. Insieme un Libro delle Domande, che parla di Blanche e Marie. Nient’altro.
Bisogna accettarlo.
L’amore vince tutto, come ipotesi di lavoro, o punto dolente più profondo.

Per Olov Enqist
Il libro di Blanche e Marie

Chi ben comincia… il lunedì

Buongiorno e buon lunedì.

L’incipit di oggi non è casuale, in quanto ultimamente è nato l’interesse per le graphic novel. Informandomi un po’ ho letto di Sandman di Neil Gaiman: magari un giorno comprerò la serie!

Era in prigione da tre anni, Shadow. E siccome era abbastanza grande e grosso e aveva sufficientemente l’aria di uno da cui è meglio stare alla larga, il suo problema era più che altro come ammazzare il tempo. Perciò faceva ginnastica per tenersi in forma, imparava i giochi di prestigio con le monete e pensava un sacco a sua moglie e a quanto la amava.
L’aspetto più positivo del fatto di essere in prigione, secondo lui – forse l’unico aspetto positivo – era una certa sensazione di sollievo. Sollievo all’idea di aver toccato il fondo. Non si doveva più preoccupare di essere preso, perché era già stato preso. Non aveva più paura di ciò che avrebbe potuto riservargli il futuro, perché il passato ci aveva già provveduto.
Non era importante, se si era davvero colpevoli del reato per cui ti avevano avevano messo dentro. Gli uomini che aveva incontrato in quei tre anni non si davano pace: c’era sempre un particolare che le autorità avevano frainteso, pensavano, qualcosa che secondo loro avevi fatto mentre tu non l’avevi fatto per niente, oppure non esattamente nel modi in cui dicevano. La sola cosa importante era che ti avevano beccato.

Chi ben comincia… il lunedì

Il villaggio di Holcomb si trova sulle alte pianure di grano del Kansas occidentale, una zona desolata che nel resto dello stato viene definita «laggiù». Un centinaio di chilometri a est del confine del Colorado, il paesaggio, con i suoi duri cieli azzurri e l’aria limpida e secca, ha un’atmosfera più da Far West che da Middle West. L’accento locale ha pungenti risonanze di prateria, una nasalità da bovari, e gli uomini, molti di loro, portano stretti pantaloni da cowboy, cappello a larghe tese e stivali con tacchi alti e punte aguzze. Il terreno è piatto e gli orizzonti paurosamente estesi; cavalli, mandrie di bestiame, un gruppo di silos bianchi che si elevano aggraziati come templi greci, sono visibili parecchio prima che il viaggiatore li raggiunga.

Anche Holcomb può essere scorto da grandi distanze. Non che ci sia molto da vedere; solo un confuso agglomerato di costruzioni diviso dal centro dai binari della Ferrovia Sana Fe, un borgo qualsiasi delimitato a sud da un tratto del fiume Arkansas (pronunciato Ar-kan-sas), a nord da un’autostrada, la Route 50, a est e a ovest da praterie e campi di grano. Dopo una pioggia, o quando le nevi si sciolgono, le strade prive di nome, di ombra, di pavimentazione, passano dal polverone al fango. A un capo della cittadina si trova una vecchia costruzione spoglia, in calce, il cui tetto sorregge un’insegna elettrica – DANZE- ma il ballo è cessato da tempo e l’insegna è spenta da parecchi anni.

A sangue freddo

Truman Capote

Chi ben comincia… il lunedì

Il ventiquattro dicembre, per tutto il giorno, i figli del consigliere sanitario Stahlbaum non avevano assolutamente avuto il permesso di entrare nel salottino e tantomeno nell’attiguo salone. Fritz e Marie sedevano rannicchiati in un angolo della stanza sul retro; si era fatto buio e loro si sentivano venire i brividi perché, com’era tradizione la vigilia di Natale, non erano state accese le lampade.

Fritz bisbigliò in gran segreto alla sorellina (sette anni appena compiuti) di aver sentito, già dal primo mattino, voci, fruscii, colpetti nelle camere chiuse a chiave; poco prima un omino scuro aveva attraversato quatto quatto il corridoio con un grande scatolone sotto il braccio, e lui sapeva per certo che non poteva essere il padrino Drosselmeier.

Lo schiaccianoci

E.T.A Hoffmann – Roberto Innocenti (illustrazioni)

20151116_144559

20151116_144718