Chi ben comincia… il lunedì

Sogno raramente. E se mi capita, mi risveglio di soprassalto in un bagno di sudore. In questi casi, poi, mi abbandono nel letto e medito sul potere magico e inesorabile delle notti aspettando che il cuore si calmi. Da bambina, o da ragazza, non facevo sogni, né belli né brutti, è la vecchiaia che mi trasporta senza sosta un orrore impastato di detriti del passato, che mi travolge con la sua massa via via sempre più compatta, sempre più opprimente, un orrore più tragico di ogni esperienza reale perché le cose che vedo nell’incubo non le ho mai vissute sul serio. E mi risveglio urlando.

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Chi ben comincia… il lunedì

I
Il canto dell’amputata

“Amor Omnia Vincit” – l’amore vince tutto – aveva scritto sulla copertina della cartelletta marrone, quella che contiene i tre quaderni; sopra, a lettere più grandi, in stampatello, c’era il titolo, LIBRO DELLE DOMANDE. Come se si dovessero testare due atteggiamenti: quello sopra energico, ottimista e del tutto neutrale, quello sotto fragile, cauto, quasi supplichevole. Come se avesse voluto dire: ecco il punto di partenza, può essere vero, ah, se solo fosse vero.

L’amore vince tutto. Si sa che non è così, ma comunque. Fa un po’ male al cuore leggerlo, ah, se solo fosse vero, se solo fosse vero. Il tono artificiosamente obiettivo e corretto, finché si spezza. Un quaderno giallo, uno nero – incompleto o censurato – e uno rosso. Insieme un Libro delle Domande, che parla di Blanche e Marie. Nient’altro.
Bisogna accettarlo.
L’amore vince tutto, come ipotesi di lavoro, o punto dolente più profondo.

Per Olov Enqist
Il libro di Blanche e Marie

Chi ben comincia… il lunedì

Buongiorno e buon lunedì.

L’incipit di oggi non è casuale, in quanto ultimamente è nato l’interesse per le graphic novel. Informandomi un po’ ho letto di Sandman di Neil Gaiman: magari un giorno comprerò la serie!

Era in prigione da tre anni, Shadow. E siccome era abbastanza grande e grosso e aveva sufficientemente l’aria di uno da cui è meglio stare alla larga, il suo problema era più che altro come ammazzare il tempo. Perciò faceva ginnastica per tenersi in forma, imparava i giochi di prestigio con le monete e pensava un sacco a sua moglie e a quanto la amava.
L’aspetto più positivo del fatto di essere in prigione, secondo lui – forse l’unico aspetto positivo – era una certa sensazione di sollievo. Sollievo all’idea di aver toccato il fondo. Non si doveva più preoccupare di essere preso, perché era già stato preso. Non aveva più paura di ciò che avrebbe potuto riservargli il futuro, perché il passato ci aveva già provveduto.
Non era importante, se si era davvero colpevoli del reato per cui ti avevano avevano messo dentro. Gli uomini che aveva incontrato in quei tre anni non si davano pace: c’era sempre un particolare che le autorità avevano frainteso, pensavano, qualcosa che secondo loro avevi fatto mentre tu non l’avevi fatto per niente, oppure non esattamente nel modi in cui dicevano. La sola cosa importante era che ti avevano beccato.

Chi ben comincia… il lunedì

Il villaggio di Holcomb si trova sulle alte pianure di grano del Kansas occidentale, una zona desolata che nel resto dello stato viene definita «laggiù». Un centinaio di chilometri a est del confine del Colorado, il paesaggio, con i suoi duri cieli azzurri e l’aria limpida e secca, ha un’atmosfera più da Far West che da Middle West. L’accento locale ha pungenti risonanze di prateria, una nasalità da bovari, e gli uomini, molti di loro, portano stretti pantaloni da cowboy, cappello a larghe tese e stivali con tacchi alti e punte aguzze. Il terreno è piatto e gli orizzonti paurosamente estesi; cavalli, mandrie di bestiame, un gruppo di silos bianchi che si elevano aggraziati come templi greci, sono visibili parecchio prima che il viaggiatore li raggiunga.

Anche Holcomb può essere scorto da grandi distanze. Non che ci sia molto da vedere; solo un confuso agglomerato di costruzioni diviso dal centro dai binari della Ferrovia Sana Fe, un borgo qualsiasi delimitato a sud da un tratto del fiume Arkansas (pronunciato Ar-kan-sas), a nord da un’autostrada, la Route 50, a est e a ovest da praterie e campi di grano. Dopo una pioggia, o quando le nevi si sciolgono, le strade prive di nome, di ombra, di pavimentazione, passano dal polverone al fango. A un capo della cittadina si trova una vecchia costruzione spoglia, in calce, il cui tetto sorregge un’insegna elettrica – DANZE- ma il ballo è cessato da tempo e l’insegna è spenta da parecchi anni.

A sangue freddo

Truman Capote

Chi ben comincia… il lunedì

Il ventiquattro dicembre, per tutto il giorno, i figli del consigliere sanitario Stahlbaum non avevano assolutamente avuto il permesso di entrare nel salottino e tantomeno nell’attiguo salone. Fritz e Marie sedevano rannicchiati in un angolo della stanza sul retro; si era fatto buio e loro si sentivano venire i brividi perché, com’era tradizione la vigilia di Natale, non erano state accese le lampade.

Fritz bisbigliò in gran segreto alla sorellina (sette anni appena compiuti) di aver sentito, già dal primo mattino, voci, fruscii, colpetti nelle camere chiuse a chiave; poco prima un omino scuro aveva attraversato quatto quatto il corridoio con un grande scatolone sotto il braccio, e lui sapeva per certo che non poteva essere il padrino Drosselmeier.

Lo schiaccianoci

E.T.A Hoffmann – Roberto Innocenti (illustrazioni)

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