Abbiamo bisogno di storie/Addicted

I metronomi misurano il ritmo della vita quotidiana, attraverso un’unità di misura particolare e molto contemporanea: il fattore D, ovvero l’istinto di dipendenza.

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Tra tutte le possibili dipendenze, quella da serie tv caratterizza certamente gli anni più recenti ed è, forse, la meno dannosa per l’organismo, non contando le ore di sonno perse o l’attaccamento spesso morboso ai personaggi.
Carlotta Susca, curatrice del volume “Addicted” pubblicato da LiberAria, ha messo in campo un lavoro articolato e complesso: i cinque saggi interdipendenti, di autori diversi, che compongono il volume creano un percorso di consequenzialità che va ad analizzare la struttura della serie televisiva, scomponendola nelle sue parti, e la relazione che questa ha con lo spettatore.

L’assunto da cui parte, fondamentale per comprendere il seguito e poter guardare il fenomeno con lo sguardo giusto, è:

“Chiedersi se le serie TV siano la nuova letteratura significa impostare la domanda non correttamente: la letteratura è fatta di sole parole scritte, mentre le narrazioni televisive hanno a disposizione anche l’immagine in movimento e il suono per indurre la dipendenza dalla storia che raccontano.”

Due narrazioni diverse dunque, due modi di raccontare una storia utilizzando da una parte parole, ritmo e punteggiatura per attrarre, dall’altra la forza delle immagini e della musica in particolare; ciò che li accomuna sono la forza della trama e la capacità dei personaggi di suscitare emozioni, positive o negative. “La vera dipendenza è dalle storie” aggiunge Carlotta Susca, un bisogno che ha radici antiche e non si esaurisce.

Ritornando ai saggi, il primo argomento trattato, da Leonardo Gregorio, è la dipendenza che la serie tv ha col cinema. Il cinema deve tanto a questo nuovo tipo di spettacolo, simile ma che viene fruito su piccoli schermi avendo in comune sempre un racconto. La dipendenza si vede nell’utilizzo, da parte delle serie tv, di materiale cinematografico: moltissimi film sono stati modellati per adattarsi al piccolo schermo e alla serialità con risultati più o meno felici (aggiungerei che sono possibili molti esempi di serie che si rifanno ai libri, anche se il saggio pone l’accento sul passaggio dal cinema alla tv/pc).

Il secondo elemento di analisi, dopo la forza delle immagini, riguarda il suono e la musica in particolare. Michele Casella utilizza diversi esempi per mostrare come la musica venga utilizzata in base all’effetto che si vuole creare, ma ciò che più salta all’occhio è la riscoperta dell’importanza del silenzio in una società permeata da “un costante rumore di fondo”.

I saggi di Marika Di Maro e Jacopo Cirillo sono strettamente collegati. Il primo analizza in profondità il fenomeno, nei suoi elementi più pregnanti perché creano un vero e proprio attaccamento. Il secondo saggio si concentra sulle diverse tipologie di dipendenza.

Ma quali sono questi elementi fondamentali per il pubblico? La trama e i personaggi. “Perché in queste storie da cui si è dipendenti è possibile riconoscere la propria, trarre degli insegnamenti, accrescere la visione del mondo o, più banalmente, entrare in un mondo diverso dal proprio.”

È quanto succede con la letteratura in fondo, e con il cinema: le vicende e i personaggi possono ricordarci noi stessi o qualcuno a noi vicino o possono rappresentare un modello, specialmente se il personaggio è ben delineato e subisce delle trasformazioni coerenti, o ancora darci risposte o aiutarci ad affrontare emozioni e situazioni.
Le relazioni che si creano tra i personaggi delle serie tv sono fondamentali per la riuscita del prodotto e Jacopo Cirillo analizza i cinque gradi di dipendenza affettiva, o love addicted: distruttiva, spezzata, funzionale, elastica e terapeutica.

L’ultimo saggio non può che riguardare il finale: non importa se stiamo leggendo un libro o guardando un film o una serie tv, è impossibile non immaginare come verrà chiusa una storia, cosa accadrà ai personaggi che ci hanno accompagnati e accade spesso che la fine sia deludente. Carlotta Susca parla proprio di questo, come di serie tv sospese per mancanza di fondi o per scarso interesse di pubblico, quindi prive di una conclusione, e di riaperture dovute a una forte richiesta di fan della serie.

Che siate o meno addicted, un fenomeno dei giorni nostri è sempre interessante da approfondire e capirne di più, soffermarsi su ciò che porta le persone a guardare puntate dopo puntate, a commentare intrecci e giudicare azioni di personaggi di finzione, aiuta anche a comprendere la nostra società.

Ammettetelo, quante ore passate incollati allo schermo? Io sto pensando di ricominciare.

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Vergogna e inferiorità/Il frutto della conoscenza

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“Dunque la donna ha bassa autostima perché non ha un sesso, è bucata, e sente il richiamo di un pene che tappi le sue mancanze (spazi vuoti dove dovrebbe esserci un organo sessuale).”

Sono convinta che sia fondamentale trovare il giusto modo per raccontare. Ogni genere letterario può far risaltare un elemento o uno stile del tema, e ciò funziona particolarmente per “Il frutto della conoscenza” di Liv Strömquist, pubblicato da Fandango. Attraverso la graphic novel, infatti, l’ironia irrompe con forza e spietatezza in un tema ancora oggi di difficile trattazione; immaginare un saggio che dia spiegazioni storiche e scientifiche non avrebbe lo stesso impatto oltre a raggiungere un pubblico certamente minore.

L’autrice ha compiuto un lavoro documentatissimo sull’organo sessuale femminile, quella parte delle donne così bistrattata e ridicolizzata che ha reso la sessualità femminile qualcosa di cui vergognarsi. Attraverso alcuni personaggi della storia l’autrice mostra come questo organo sia stato troppo studiato e considerato la causa, per esempio, della disubbidienza delle donne o del mal di testa, oppure era qualcosa di impuro perché richiamava al peccato originale; anche nella caccia alle streghe l’organo genitale venne visto un marchio del diavolo. Un altro problema che viene portato alla luce riguarda la conformazione dell’organo e, da qui, l’uso errato dei termini scientifici delle varie parti: nasce da questo particolare fondamentale l’idea che la donna abbia “un buco” che vada, quindi, riempito annullando così l’esistenza di una parte interna e di una parte esterna dell’organo; la psicologa Harriet Lerner sostiene che questo portò le giovani donne dell’epoca a ritenersi malformate.

La sessualità femminile è stata oggetto di enormi ingiustizie: durante l’illuminismo il piacere e l’orgasmo per la donna vennero giudicati non necessari, soprattutto perché non servivano per procreare, e portò anche alla secolare distinzione tra orgasmo vaginale e orgasmo clitorideo. Non è difficile capire che la masturbazione divenne un tabù e che le donne che non raggiungevano il primo erano sbagliate: vi ricorda qualcosa? E le mestruazioni che, ancora oggi, vengono viste come qualcosa di immondo, sporco?Eppure la Strömquist dimostra come, in tempi antichi, l’organo femminile, la vulva, veniva raffigurata in tantissime statue poste a protezione di case e chiese: veniva venerata e considerata sacra. Stessa cosa succedeva per il ciclo: è stato utilizzato, ad esempio, come elisir d’amore o per guarire da malattie.

Non sembra quasi di essere regrediti? Come si dice: “un tempo si stava meglio”.

 

Partire da un diario per fare di più/Io Ci Sto fra i migranti

“Sole, sudore, sfruttamento, strade sterrate, salari indegni, schiene curve e silenzio: sapore di sugo.”

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Io Ci Sto è il nome di un campo di volontariato ma è anche il nome di una associazione e libreria fondata a Napoli, di cui faccio parte, iocisto tutto attaccato. Lo racconto perché c’è un legame tra le due realtà: la libreria vuole essere un punto di ritrovo per chi considera la lettura un patrimonio importante e che bisogna infondere l’amore per le parole sin da piccoli. La libreria si è anche interessata all’insegnamento dell’italiano per stranieri e per bambini dislessici. Io Ci Sto, in Puglia, l’italiano lo insegna.

“La conoscenza rende più liberi.”

Il diario curato da Rosario Sardella è la testimonianza delle attività dei volontari di Io Ci Sto che, ogni anno, si incontrano a Borgo Mezzanone per dare un sostegno ai migranti delle baraccopoli e per portare alla luce una situazione ignobile del nostro paese.

Il campo si trova non troppo distante da due luoghi infernali che portano il nome di Ghetto e Pista: il primo è un insieme di lamiere, l’una sull’altra, a costruire quelle che dovrebbero essere abitazioni. Si affitta il posto letto a 80 euro. La Pista è, invece, una pista dismessa di una base NATO in cui i container sono stati trasformati in abitazioni. È qui che si trasferiscono d’estate persone sbarcate in Italia, che d’inverno vivono un po’ in tutte le regioni, come Mame che viene da Brescia e si trova al Ghetto per vacanza. Mame va a scuola e, appena termina, giunge in Puglia con il padre per raccogliere pomodori, quei pomodori che noi troviamo nei barattoli al supermercato, a 50 centesimi. La sua vacanza significa sperare di essere scelto dal caporale per andare a riempire casse pesantissime di pomodori per 3,50 euro, e pagare 5 euro del guadagno al caporale che li ha scelto e lo trasporta nel suo furgone: la bicicletta è oro nelle loro mani.

“Tu hai visto come noi viviamo qui? Hai visto, no? Più schiavi di questo non si può. In Africa io non vivo in posti come questo.”

Sono tantissime le storie di cui si viene a conoscenza durante il campo, ognuna ha la sua dose di tristezza e di sconfitta e, nonostante la fiducia negli altri dovrebbe essere ormai esaurita, loro ti guardano e capiscono chi hanno davanti e se posso aprirsi.
“Ti guardano negli occhi e attraverso gli occhi arrivano al tuo cuore.”
Quella di Gerard è la storia di un uomo che ha lavorato sempre la terra in Italia, per duecento o trecento ore al mese, in cambio di 2,50 euro e un casolare che il “padrone” gli lasciava usare. Gerard ha avuto la forza di denunciare i soprusi. Cosa è cambiato? Lui non può tornare al Ghetto per paura di ritorsioni e nessuno lo prende più a lavorare la terra. Delle istituzioni neanche l’ombra.

“Tutto il contesto racconta il fallimento delle istituzioni; sotto i cumuli di spazzatura giacciono i detriti inviolabili e la dignità dell’uomo, di cui tanto si disquisisce in salotti televisivi e camere di Palazzo.”

Solo chiacchiere, pochi aiuti e vicende che passano sotto silenzio dopo poco tempo. Ci sono stati dei morti per il lavoro, per la fatica. Hanno bruciato il Ghetto ed è stato ricostruito. Nessuna di queste tragedie ha mai modificato la situazione, ogni anno si ritorna nello stesso posto a raccogliere gli stessi pomodori.

Nascere nel posto sbagliato del mondo è una colpa.

Fanatismo e isolamento/Sacred Heart

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Eris edizioni

Chi non ha mai immaginato una vita senza adulti, libera da regole e indipendente?

Liz Suburbia costruisce la sua storia ad Alexandria, una immaginaria periferia americana costituita solo da giovani. Anche se la storia si concentra soprattutto sul personaggio di Ben Schiller, una giovane ragazza ebrea più chiusa in se stessa degli altri, più matura e con un velo di malinconia sempre presente, la storia ha diversi personaggi che servono a dare l’idea di come si svolge la vita nella comunità.

Sacred Heart ha, nell’illustrazione, un forte richiamo al degrado in cui è lasciato il luogo, senza rispetto, mentre il titolo indica uno dei temi principali della graphic novel.

Indubbiamente la storia mette in scena i turbamenti e le difficoltà incontrate dai ragazzi durante la crescita, i dubbi circa la sessualità e se stessi. Qui vengono certamente acutizzate da una sensazione di estremo smarrimento che alcuni personaggi hanno, una mancanza di sicurezza nella propria persona e nel futuro. Sono stati abbandonati, non si conosce il motivo, e le speranze di rivedere i genitori e avere una guida vanno via via scemando.  Tra serate rock, fumo e giornate allo sbando, i personaggi sembra quasi non riescano ad affrontare la realtà delle cose, lasciando che le cose vadano da sole.

Ben Schiller è sicuramente il personaggio che, più di tutti, dimostra di avere ben presente la situazione: il pericolo incombente aleggia sopra le loro teste, gli omicidi misteriosi sono per lei quasi un segno di qualcosa di più grande. Per tutti gli altri ogni morte viene pianta e poi superata con un sorriso, un’altra bevuta e un concerto rock. Non esiste più empatia o compassione, la comunità sembra esser chiusa in una bolla e avere perso ogni interesse e desiderio. Anche l’amore appare confuso, più vicino al semplice piacere fisico, al sesso, che a un sentimento di vera vicinanza. Anche questa volta è Ben, insieme all’amico Otto, a dare un significato a questo sentimento. Anche Hugo sarà poi un personaggio con una sua umanità, che dichiarerà chiaramente il suo desiderio di andare via e la sua personale etica su cosa sia giusto e cosa sia sbagliato fare.

La religione è uno dei temi più presenti a partire dal titolo. Si scoprirà che si tratta, in realtà, di una comunità religiosa: “Una comunità è un insieme di individui che condividono lo stesso ambiente fisico e tecnologico, formando un gruppo riconoscibile, unito da vincoli organizzativi, linguistici, religiosi, economici e da interessi comuni.” Liz Suburbia mette chiaramente in luce il fanatismo religioso: il finale di quello che è stato annunciato come il primo volume è, difatti, emblematico di un estremismo oggi troppo comune.

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Cambiamenti/Un anno di scuola

“Gli sembrava d’avere il cuore pieno di parole, eppure quando si trattava d’aprir la bocca non sapeva che cosa dirle.”

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Anche se l’anno 1909-1910 è così lontano da me, la fine della scuola ha la stessa capacità di stordimento in ogni epoca. Ma a Trieste, nel ginnasio comunale Dante Alighieri, a scombussolare gli animi sarà soprattutto Edda Marty: prima donna a entrare in una scuola maschile, subito dopo la legge.

“Io dico che se quella monella viene in classe nostra, ci rovina tutti.”

Mai parole furon più vere perché Edda Marty farà innamorare tutti con la sua allegria, la freschezza di quegli anni e la libertà che ostenta. Metà slava e metà tedesca, agognava la libertà più di tutto il resto. I genitori la portarono a Trieste da Vienna, dove invece lasceranno la figlia maggiore. e la iscrissero in un liceo femminile. Ma la vita indipendente che in Austria le era permessa costituiva un ricordo ancora vivido e il suo carattere non poteva sopportare alcuna chiusura. Ecco perché fu decisa a iscriversi all’ultimo anno del liceo maschile e volare, poi, verso l’Università, lontana dalla gretta provincia italiana. In classe si trovò subito a suo agio nonostante i compagni le girassero intorno continuamente, ma era un piccolo prezzo da pagare per raggiungere i suoi obiettivi. Un giorno come tanti la sorella tanto amata tornò a casa perché aveva una brutta malattia della quale, poco dopo, morì. Ed è qui che Stuparich rende perfettamente la vita di una piccola città:

“La gente era scandalizzata. Questa volta poi la misura traboccava. Quella fanciulla non rispettava ormai nemmeno i morti. In molte famiglie, soprattutto nelle famiglie delle antiche condiscepole di Edda Marty, non si fece per più giorni che parlare del funerale della povera sorella di lei. Anche in quella occasione andar a provocare, a calpestare tutti i riguardi umani e sociali! Ma s’era mai visto una parente, una sorella seguire un feretro, vestita a quel modo?”

Come è facile giudicare quando qualcosa non si confà a ciò che si reputa giusto, che la società ha imposto come canone, come regola e come è semplice credere sempre di esser noi all’altezza. Neanche il dolore riesce a fermare la lingua, a creare vicinanza a chi vive di apparenza. Edda Marty amava sua sorella, aveva vegliato per intere notti accanto al suo letto trovando, la mattina, la forza di sorridere ai suoi compagni e di andare in gita con loro per cacciar via, nell’aria, il suo acuto dolore. Aveva accettato, inerte, la serenità della sorella e ben fissati nella mente i suoi consigli e i suoi desideri: “seppellitemi in un pezzo di terra sconosciuta” aveva detto, senza preti e funerali. Ma i genitori non avevano voluto esaudire i suoi ultimi desideri, così Edda aveva tentato di persuaderli, si era vestita di bianco per rabbia anche nei confronti di genitori che non avevano fatto nulla per contrastare i capricci della sorella. Una forma di amore disperato il suo, che aveva anche finito per darle ancora più tristezza avendo attirato sguardi e malelingue sulla sua famiglia.

“Mantieni la tua libertà di coscienza e di azione, è preziosa e noi ce la siamo conquistata a duro prezzo. Ma sappila usare, meglio di me che l’ho sprecata. Non fidarti del mondo. L’altro pericolo che abbiamo in noi è d’illuderci facilmente, di credere a tutto. No, non credere agli uomini se prima non t’abbiano dato una grande prova.”

Ma saranno proprio gli uomini a far vacillare la sua ferrea volontà di rimanere libera. Sarà Antero, il compagno di classe più silenzioso e riflessivo, chiuso in se stesso, a rubarle il cuore. Durante uno dei loro incontri nel giardino di casa di Edda, prima di far ritorno a scuola dopo la morte della sorella, lui le confidò il suo amore con un bacio. E poi tanti baci, senza mai saziarsi. Si inebriavano di quel primo amore così forte, così avido. Erano felici, passionali, avevano trovato l’uno le braccia dell’altro, ma lo facevano di nascosto per goderne appieno e, forse, per non creare scompiglio in classe. Ma per Antero questa gioia diventa presto amara, la gelosia si fa spazio senza chiedere permesso. Ben presto Pasini, un ragazzo della classe, tenterà di uccidersi perché non ricambiato da Edda. E allora lei, che vedrà in questo gesto una prova d’amore, deciderà di sacrificare il suo amore per Antero pur di risollevare le sorti di chi per lei ha sfiorato la morte.

“Lo studio era il prezzo della sua libertà, la scienza che l’attraeva era il campo dei liberi rapporti con gli uomini; ella non voleva esser dominata, ella non voleva rispondere che a se stessa della propria vita.”

Le incomprensioni, la durezza della vita riporteranno Edda Marty sul binario che aveva scelto di seguire. Sarà la madre di Antero, disperata per il figlio, a chiederle di lasciarlo stare, di lasciarle il figlio per cui tanto si è sacrificata e che ha visto allontanarsi da lei. Un gesto di egoismo e di amore il suo, ma che aiuterà Edda a ritrovare la sua libertà e l’intera classe a terminare quell’anno di scuola così importante con una forza maggiore. Perché l’ultimo anno di scuola è uno spartiacque tra il prima e il dopo, tra l’adolescenza e la maturità; arriva il momento delle scelte e dei programmi futuri che, Stuparich, fa esprimere soltanto alla giovane protagonista. I ragazzi, seppur profondamente attaccati al paese e alla causa triestina, sembran rassegnati a non avere aspirazioni.

Se di finzione sembra si tratti, in realtà l’autore si è concesso qualche libertà rispetto ai veri avvenimenti biografici che racconterà in una lettera alla moglie e che viene riportata nel testo.

Quodlibet riporta in libreria un racconto drammatico ma narrato con leggerezza e dolcezza, con cui è facile sorridere e commuoversi oltre a poter ritrovare un po’ di noi, ricordando il primo amore e gli anni di scuola. Stuparich descrive la sua Trieste attraverso i paesaggi e le stagioni, in un periodo di cambiamenti profondi, di emancipazione femminile creando una figura di donna dominatrice e non dominata, di donna pronta a imporre i suoi diritti ma senza sentirsi meno forte perché bisognosa di amore.


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Giani Stuparich
Un anno di scuola
Quodlibet
Pagine 96
€ 13,00
ISBN 9788822900814