Premio Napoli

In una delle piazza più belle di Napoli, circoscritta dalla Basilica di San Francesco di Paola, dal Palazzo Reale, dal Palazzo della Prefettura e dal Palazzo Salerno. È qui che si trova la sede della Fondazione Premio Napoli. Basta fare un passo all’interno del grande portone del Palazzo Reale e girare a sinistra: basta questo per sentirsi in una dimensione diversa, fuori da modernità e dalla difficoltà di questa meravigliosa città del sud.

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La Fondazione è un ente morale costituito nel 1961 con lo scopo di “incoraggiare la produzione culturale italiana e, soprattutto, di favorire la lettura e il dibattito culturale e civile nella città, nella provincia e nell’intera area regionale, disponendole e incoraggiandole, con adeguati strumenti organizzativi, al dialogo con il resto del mondo e, in particolare, con i paesi che si affacciano sul Mediterraneo.
La Fondazione promuove la ricerca nel campo della letteratura e, in generale, delle scienze umane e sociali e si adopera per la promozione dell’immagine internazionale della città di Napoli e dell’intero territorio Campano.”

Un obiettivo importante quello della Fondazione per una città che non ha niente da invidiare ad altre per storia, cultura e tradizioni, ma ha la sfortuna di non essere capita davvero, amata e curata. Ma nel nostro piccolo qualcosa possiamo farla, e la Fondazione si occupa proprio di continuare a far vivere questa ricchezza.

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Un’altra importante attività di questo ente è il Premio Napoli, un “riconoscimento per la cultura e la lingua italiana assegnato dal 1954 a Napoli con cadenza annuale”. Un Premio che possiamo definire indipendente da logiche e grandi gruppi, perché è la fondazione ad acquistare i libri che la giuria tecnica selezionerà, senza alcuna interferenza delle case editrici. Una attività da scoprire e far crescere.

Quest’anno i libri finalisti nelle tre categorie sono:

Narrativa

L’arminuta di Donatella Di Pietrantonio, Einaudi
Parigi è un desiderio di Andrea Inglese, Ponte alle grazie
L’altra madre di Andrej Longo, Adelphi

Saggistica

Lettori Selvaggi di Giuseppe Montesano, Giunti
L’umorismo letterario di Giancarlo Alfano, Carocci Editore
La borsa di Miss Flite di Bruno Cavallone, Adelphi

Poesia

La natura del bastardo di Davide Rondoni, Mondadori
Il prato bianco di Francesco Scarabicchi, Einaudi
La grande mappa di Giuliano Tabacco, Transeuropa

La proclamazione dei vincitori avverrà il 19 dicembre 2017 alle ore 19 presso il Teatro Mercadante di Napoli. Arriveranno delle recensioni qui sul blog.

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Partire da un diario per fare di più/Io Ci Sto fra i migranti

“Sole, sudore, sfruttamento, strade sterrate, salari indegni, schiene curve e silenzio: sapore di sugo.”

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Io Ci Sto è il nome di un campo di volontariato ma è anche il nome di una associazione e libreria fondata a Napoli, di cui faccio parte, iocisto tutto attaccato. Lo racconto perché c’è un legame tra le due realtà: la libreria vuole essere un punto di ritrovo per chi considera la lettura un patrimonio importante e che bisogna infondere l’amore per le parole sin da piccoli. La libreria si è anche interessata all’insegnamento dell’italiano per stranieri e per bambini dislessici. Io Ci Sto, in Puglia, l’italiano lo insegna.

“La conoscenza rende più liberi.”

Il diario curato da Rosario Sardella è la testimonianza delle attività dei volontari di Io Ci Sto che, ogni anno, si incontrano a Borgo Mezzanone per dare un sostegno ai migranti delle baraccopoli e per portare alla luce una situazione ignobile del nostro paese.

Il campo si trova non troppo distante da due luoghi infernali che portano il nome di Ghetto e Pista: il primo è un insieme di lamiere, l’una sull’altra, a costruire quelle che dovrebbero essere abitazioni. Si affitta il posto letto a 80 euro. La Pista è, invece, una pista dismessa di una base NATO in cui i container sono stati trasformati in abitazioni. È qui che si trasferiscono d’estate persone sbarcate in Italia, che d’inverno vivono un po’ in tutte le regioni, come Mame che viene da Brescia e si trova al Ghetto per vacanza. Mame va a scuola e, appena termina, giunge in Puglia con il padre per raccogliere pomodori, quei pomodori che noi troviamo nei barattoli al supermercato, a 50 centesimi. La sua vacanza significa sperare di essere scelto dal caporale per andare a riempire casse pesantissime di pomodori per 3,50 euro, e pagare 5 euro del guadagno al caporale che li ha scelto e lo trasporta nel suo furgone: la bicicletta è oro nelle loro mani.

“Tu hai visto come noi viviamo qui? Hai visto, no? Più schiavi di questo non si può. In Africa io non vivo in posti come questo.”

Sono tantissime le storie di cui si viene a conoscenza durante il campo, ognuna ha la sua dose di tristezza e di sconfitta e, nonostante la fiducia negli altri dovrebbe essere ormai esaurita, loro ti guardano e capiscono chi hanno davanti e se posso aprirsi.
“Ti guardano negli occhi e attraverso gli occhi arrivano al tuo cuore.”
Quella di Gerard è la storia di un uomo che ha lavorato sempre la terra in Italia, per duecento o trecento ore al mese, in cambio di 2,50 euro e un casolare che il “padrone” gli lasciava usare. Gerard ha avuto la forza di denunciare i soprusi. Cosa è cambiato? Lui non può tornare al Ghetto per paura di ritorsioni e nessuno lo prende più a lavorare la terra. Delle istituzioni neanche l’ombra.

“Tutto il contesto racconta il fallimento delle istituzioni; sotto i cumuli di spazzatura giacciono i detriti inviolabili e la dignità dell’uomo, di cui tanto si disquisisce in salotti televisivi e camere di Palazzo.”

Solo chiacchiere, pochi aiuti e vicende che passano sotto silenzio dopo poco tempo. Ci sono stati dei morti per il lavoro, per la fatica. Hanno bruciato il Ghetto ed è stato ricostruito. Nessuna di queste tragedie ha mai modificato la situazione, ogni anno si ritorna nello stesso posto a raccogliere gli stessi pomodori.

Nascere nel posto sbagliato del mondo è una colpa.

C’erano un inglese, un francese e una napoletana/Non conquistammo che sabbia

Il deserto è un oceano della terraferma e l’immagine dell’immensità.

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La possibilità, e la fortuna, di presentare libri di autori di cui eri ignara, spesso esordienti in case editrici piccoline e sconosciute, riserva delle sorprese: incontri interessanti, chiacchierate allegre e piccoli pezzi di scrittura brillante.

“Non conquistammo che sabbia” è il primo romanzo di Domenico Aliperto, giornalista, fotografo e viaggiatore. Attualmente si occupa di tecnologie, più di questo non so spiegare. C’è molto delle sue passioni in questo romanzo, storico e d’avventura, divertente e illuminante. Mi ha raccontato che è nato tutto da un gioco che gli hanno fatto fare a un corso di scrittura: aveva tre parole, budino, cammello e parrucchiera e con queste doveva creare una frase che avesse un senso. Nasce da qui l’incipit del romanzo, indicativo sia dello stile ironico dell’autore sia di uno dei personaggi più buffi della storia ma che subirà un cambiamento nel corso del viaggio.

“Venti giorni di giallo e torrido deserto. Le chiappe come un budino sbatacchiate sul dorso di un serafico cammello e in testa soltanto tre parole: acqua, bidè e parrucchiera.”

Madame De Cecco è una donna della nobiltà napoletana che decide di andare a vivere nella casa di Mondragone per allontanarsi dai genitori e dalle malelingue: è una donna consapevolmente ignorante, a quell’epoca non vi era alcun interesse a dare un’educazione scolastica alle figlie femmine poiché loro compito era quello di accudire poi i figli, dai costumi libertini. Aveva, dalla sua, una grande passione per i viaggi e le avventure che intraprendeva comodamente dal sofà durante le feste alla villa, in cui a essere invitati erano spesso personaggi di una certa levatura dediti all’azione. È proprio durante una di queste sontuose feste che incontrerà Archibald McFenzie e Roger Delacroix, il primo ambasciatore inglese il secondo gesuita francese dalla dubbia fede, e con loro, per la prima volta, il viaggio non sarà solo un sogno.

Inseguiti dai sicari del movimento dei Giovani Turchi, Delacroix e Madame raggiungeranno Napoli per salpare su una barca diretta a Tripoli. Qui la donna, che inizialmente era restia a partir con loro pur essendo in pericolo, inizierà il suo cammino verso il cambiamento:

“Napoli è assurda perché è un labirinto di facce. che cambiano come fossero pareti mobili e ti disorientano. Un attimo prima sembrano del tutto indifferenti. Paiono tramortite dal baccano delle strade, dalle urla dei venditori di pesce, dal cigolare delle carrozze. Non ti darebbero retta nemmeno se stessi morendo. […]
Ma volete sapere qual è il motivo vero per cui io penso che Napoli sia assurda? Perché nonostante tutte queste contraddizioni pazzesche, Napoli è di una bellezza senza fine. O forse è proprio per questo che Napoli è uno dei luoghi più straordinari che la nostra civiltà, in tutta la sua memoria, abbia mai conosciuto.”

Perché Napoli è così e chi ha tanto veduto non ha bisogno che di guardarsi intorno e ascoltare per avere piena consapevolezza di un luogo. Ma Madame ha preferito chiudersi tra le mura della villa e non guardare. Vuole partire ora, vuole poter dire anche lei che Napoli è assurda, o Parigi, o Londra.

Ma dalla bellezza di una descrizione così precisa della città, presto l’autore riporterà l’avventura su toni più ironici e buffi coinvolgendo il terzetto in avventure pericolose ma sempre raccontate con l’intermezzo di botta e risposta e battute, grazie anche al carattere della donna che metterà spesso nei guai i due uomini. Nonostante i suoi difetti, sarà impossibile non innamorarsi della nobildonna: così bella e appariscente, leggera nel modo di vivere, inconsapevole fino alla fine di quanto la realtà non sia come quella delle sue fantasie, ingenua ma capace di buoni sentimenti.

“Essere innamorati è roba da ragazzini. Amare una donna e non poterci stare insieme invece è straziante.”

Domenico Aliperto ha costruito un romanzo in cui tanti elementi si amalgamano tra loro: un po’ Indiana Jones con le sue avventure rischiose e assurde, un po’ romanzo storico con alle spalle uno studio notevole dell’epoca, con l’inserimento di aneddoti e notizie reali ma poco conosciute inserite sapientemente nel testo, un po’ commedia e romanzo ottocentesco. Raccontare la storia è impossibile, ma non vi son dubbi nel dire che si tratta di un esordio convincente e coraggioso, anche per la piccola casa editrice che ha deciso di investire su 700 pagine dense. Un complimento alla copertina e alla decisione di cambiare il titolo che, come dice l’autore, racchiude il senso ultimo della spedizione: non conquistammo che sabbia, ovvero che il piano si rivelò inefficace tanto che la guerra in Libia, purtroppo, non verrà evitata.


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Domenico Aliperto
Non conquistammo che sabbia
Bianca e Volta
Pagine 730
17.00 €
9788896400371

Fanatismo e isolamento/Sacred Heart

Chi non ha mai immaginato una vita senza adulti, libera da regole e indipendente?

Liz Suburbia costruisce la sua storia ad Alexandria, una immaginaria periferia americana costituita solo da giovani. Anche se la storia si concentra soprattutto sul personaggio di Ben Schiller, una giovane ragazza ebrea più chiusa in se stessa degli altri, più matura e con un velo di malinconia sempre presente, la storia ha diversi personaggi che servono a dare l’idea di come si svolge la vita nella comunità.

Sacred Heart ha, nell’illustrazione, un forte richiamo al degrado in cui è lasciato il luogo, senza rispetto, mentre il titolo indica uno dei temi principali della graphic novel.

Indubbiamente la storia mette in scena i turbamenti e le difficoltà incontrate dai ragazzi durante la crescita, i dubbi circa la sessualità e se stessi. Qui vengono certamente acutizzate da una sensazione di estremo smarrimento che alcuni personaggi hanno, una mancanza di sicurezza nella propria persona e nel futuro. Sono stati abbandonati, non si conosce il motivo, e le speranze di rivedere i genitori e avere una guida vanno via via scemando.  Tra serate rock, fumo e giornate allo sbando, i personaggi sembra quasi non riescano ad affrontare la realtà delle cose, lasciando che le cose vadano da sole.

Ben Schiller è sicuramente il personaggio che, più di tutti, dimostra di avere ben presente la situazione: il pericolo incombente aleggia sopra le loro teste, gli omicidi misteriosi sono per lei quasi un segno di qualcosa di più grande. Per tutti gli altri ogni morte viene pianta e poi superata con un sorriso, un’altra bevuta e un concerto rock. Non esiste più empatia o compassione, la comunità sembra esser chiusa in una bolla e avere perso ogni interesse e desiderio. Anche l’amore appare confuso, più vicino al semplice piacere fisico, al sesso, che a un sentimento di vera vicinanza. Anche questa volta è Ben, insieme all’amico Otto, a dare un significato a questo sentimento. Anche Hugo sarà poi un personaggio con una sua umanità, che dichiarerà chiaramente il suo desiderio di andare via e la sua personale etica su cosa sia giusto e cosa sia sbagliato fare.

La religione è uno dei temi più presenti a partire dal titolo. Si scoprirà che si tratta, in realtà, di una comunità religiosa: “Una comunità è un insieme di individui che condividono lo stesso ambiente fisico e tecnologico, formando un gruppo riconoscibile, unito da vincoli organizzativi, linguistici, religiosi, economici e da interessi comuni.” Liz Suburbia mette chiaramente in luce il fanatismo religioso: il finale di quello che è stato annunciato come il primo volume è, difatti, emblematico di un estremismo oggi troppo comune.

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Cambiamenti/Un anno di scuola

“Gli sembrava d’avere il cuore pieno di parole, eppure quando si trattava d’aprir la bocca non sapeva che cosa dirle.”

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Anche se l’anno 1909-1910 è così lontano da me, la fine della scuola ha la stessa capacità di stordimento in ogni epoca. Ma a Trieste, nel ginnasio comunale Dante Alighieri, a scombussolare gli animi sarà soprattutto Edda Marty: prima donna a entrare in una scuola maschile, subito dopo la legge.

“Io dico che se quella monella viene in classe nostra, ci rovina tutti.”

Mai parole furon più vere perché Edda Marty farà innamorare tutti con la sua allegria, la freschezza di quegli anni e la libertà che ostenta. Metà slava e metà tedesca, agognava la libertà più di tutto il resto. I genitori la portarono a Trieste da Vienna, dove invece lasceranno la figlia maggiore. e la iscrissero in un liceo femminile. Ma la vita indipendente che in Austria le era permessa costituiva un ricordo ancora vivido e il suo carattere non poteva sopportare alcuna chiusura. Ecco perché fu decisa a iscriversi all’ultimo anno del liceo maschile e volare, poi, verso l’Università, lontana dalla gretta provincia italiana. In classe si trovò subito a suo agio nonostante i compagni le girassero intorno continuamente, ma era un piccolo prezzo da pagare per raggiungere i suoi obiettivi. Un giorno come tanti la sorella tanto amata tornò a casa perché aveva una brutta malattia della quale, poco dopo, morì. Ed è qui che Stuparich rende perfettamente la vita di una piccola città:

“La gente era scandalizzata. Questa volta poi la misura traboccava. Quella fanciulla non rispettava ormai nemmeno i morti. In molte famiglie, soprattutto nelle famiglie delle antiche condiscepole di Edda Marty, non si fece per più giorni che parlare del funerale della povera sorella di lei. Anche in quella occasione andar a provocare, a calpestare tutti i riguardi umani e sociali! Ma s’era mai visto una parente, una sorella seguire un feretro, vestita a quel modo?”

Come è facile giudicare quando qualcosa non si confà a ciò che si reputa giusto, che la società ha imposto come canone, come regola e come è semplice credere sempre di esser noi all’altezza. Neanche il dolore riesce a fermare la lingua, a creare vicinanza a chi vive di apparenza. Edda Marty amava sua sorella, aveva vegliato per intere notti accanto al suo letto trovando, la mattina, la forza di sorridere ai suoi compagni e di andare in gita con loro per cacciar via, nell’aria, il suo acuto dolore. Aveva accettato, inerte, la serenità della sorella e ben fissati nella mente i suoi consigli e i suoi desideri: “seppellitemi in un pezzo di terra sconosciuta” aveva detto, senza preti e funerali. Ma i genitori non avevano voluto esaudire i suoi ultimi desideri, così Edda aveva tentato di persuaderli, si era vestita di bianco per rabbia anche nei confronti di genitori che non avevano fatto nulla per contrastare i capricci della sorella. Una forma di amore disperato il suo, che aveva anche finito per darle ancora più tristezza avendo attirato sguardi e malelingue sulla sua famiglia.

“Mantieni la tua libertà di coscienza e di azione, è preziosa e noi ce la siamo conquistata a duro prezzo. Ma sappila usare, meglio di me che l’ho sprecata. Non fidarti del mondo. L’altro pericolo che abbiamo in noi è d’illuderci facilmente, di credere a tutto. No, non credere agli uomini se prima non t’abbiano dato una grande prova.”

Ma saranno proprio gli uomini a far vacillare la sua ferrea volontà di rimanere libera. Sarà Antero, il compagno di classe più silenzioso e riflessivo, chiuso in se stesso, a rubarle il cuore. Durante uno dei loro incontri nel giardino di casa di Edda, prima di far ritorno a scuola dopo la morte della sorella, lui le confidò il suo amore con un bacio. E poi tanti baci, senza mai saziarsi. Si inebriavano di quel primo amore così forte, così avido. Erano felici, passionali, avevano trovato l’uno le braccia dell’altro, ma lo facevano di nascosto per goderne appieno e, forse, per non creare scompiglio in classe. Ma per Antero questa gioia diventa presto amara, la gelosia si fa spazio senza chiedere permesso. Ben presto Pasini, un ragazzo della classe, tenterà di uccidersi perché non ricambiato da Edda. E allora lei, che vedrà in questo gesto una prova d’amore, deciderà di sacrificare il suo amore per Antero pur di risollevare le sorti di chi per lei ha sfiorato la morte.

“Lo studio era il prezzo della sua libertà, la scienza che l’attraeva era il campo dei liberi rapporti con gli uomini; ella non voleva esser dominata, ella non voleva rispondere che a se stessa della propria vita.”

Le incomprensioni, la durezza della vita riporteranno Edda Marty sul binario che aveva scelto di seguire. Sarà la madre di Antero, disperata per il figlio, a chiederle di lasciarlo stare, di lasciarle il figlio per cui tanto si è sacrificata e che ha visto allontanarsi da lei. Un gesto di egoismo e di amore il suo, ma che aiuterà Edda a ritrovare la sua libertà e l’intera classe a terminare quell’anno di scuola così importante con una forza maggiore. Perché l’ultimo anno di scuola è uno spartiacque tra il prima e il dopo, tra l’adolescenza e la maturità; arriva il momento delle scelte e dei programmi futuri che, Stuparich, fa esprimere soltanto alla giovane protagonista. I ragazzi, seppur profondamente attaccati al paese e alla causa triestina, sembran rassegnati a non avere aspirazioni.

Se di finzione sembra si tratti, in realtà l’autore si è concesso qualche libertà rispetto ai veri avvenimenti biografici che racconterà in una lettera alla moglie e che viene riportata nel testo.

Quodlibet riporta in libreria un racconto drammatico ma narrato con leggerezza e dolcezza, con cui è facile sorridere e commuoversi oltre a poter ritrovare un po’ di noi, ricordando il primo amore e gli anni di scuola. Stuparich descrive la sua Trieste attraverso i paesaggi e le stagioni, in un periodo di cambiamenti profondi, di emancipazione femminile creando una figura di donna dominatrice e non dominata, di donna pronta a imporre i suoi diritti ma senza sentirsi meno forte perché bisognosa di amore.


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Giani Stuparich
Un anno di scuola
Quodlibet
Pagine 96
€ 13,00
ISBN 9788822900814

Le verità nei versi/Plath e Hrabal

Le grandi idee del Novecento in piccoli libri che concentrano l’essenza del pensiero di persone che hanno immaginato altri mondi e prospettive diverse.

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“Sorbonne”, collana della casa editrice Clichy, è un omaggio all’Università di Parigi, simbolo di cambiamento e di idee. Con i suoi libriccini appare manifesta la volontà di non disperdere l’apporto che uomini e donne hanno dato attraverso le loro opere, senza paura di dar voce a diversi e innovativi punti di vista.

Gli ultimi volumi pubblicati sono incentrati su due scrittori: Sylvia Plath e Bohumil Hrabal: inglese lei, ceco lui. Due personaggi, vissuti durante grandi sconvolgimenti mondiali, con in comune un grande amore per le lettere e una spiccata sensibilità per il mondo circostante. Entrambi morti suicidi.

“Un’attenta lettura delle opere di uno scrittore fa capire molto di più la sua personalità che la conoscenza della sua biografia, perché in quest’ultima si riflette quel che egli ha in comune con il resto dell’umanità, nelle sue opere invece quello che ha di diverso.” Veniamin Aleksandrovič Kaverin

I volumi, oltre alla biografia essenziale degli autori che ripercorre i momenti più significativi della vita privata e pubblica, alle fotografie e a passi significativi delle loro opere, raccontano l’essenza dei personaggi dal punto di vista dei curatori; un tentativo, si potrebbe dire, di indagare in profondità l’anima della persona e cosa abbia voluto lasciare di suo nelle opere portate alla luce. Quale significato si nasconda nelle parole che leggiamo e quanto la vita privata abbia realmente influito sulla loro letteratura.

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Bohumil Hrabal

Alberto Schiavone è il curatore del volume sullo scrittore ceco. Hrabal nacque solo quattro mesi prima lo scoppio della prima guerra mondiale, quindi fu spettatore dei più grandi disastri che il nostro mondo ha dovuto affrontare. Le sue opere subiranno in più occasione una stretta censoria da parte del partito comunista, ma tenterà, come lo stesso Kaverin, di ricevere il consenso del partito rivedendo alcune sue informazioni; l’episodio non solo non porterà alla pubblicazione ma sarà mal visto da lettori e altre personalità pubbliche.

Ciò che vien fuori è la figura di un “trascrittore di ciò che lo circondava”, come si è sempre definito, che lasciava entrare nelle opere tutta la sua vita: gli affetti, i ricordi, le esperienze e i luoghi. Mai distaccato nei confronti dei personaggi o degli eventi che raccontava né dalla realtà della Storia in cui era immerso, amava dar voce al quotidiano come, per esempio, alla vita di osteria: fu lui stesso un grande frequentatore del luogo ma non, come molti hanno malevolmente affermato, per bere ma perché li considerava luoghi di incontro di “uomini comuni”, di chiacchiere, di risate ma anche dove è possibile guardare da vicino la miseria dell’uomo. 

“L’unica cosa di cui si può aver terrore al mondo è ciò che si è calcificato, il terrore delle forme rigide, morenti.”

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A curare il volume su Sylvia Plath è Leonetta Bentivoglio: uguale organizzazione, ma l’analisi che ne fa è più corposa ed è divisa secondo delle parole-chiave fondamentali nella vita e, quindi, nella poetica del personaggio.

Innamorata delle lettere sin da bambina, inizierà presto a scrivere e a essere pubblicata. Nonostante il riconoscimento alla sua capacità di scrittura, riceverà alcune delusioni che vivrà come cocenti sconfitte, arrivando anche a tentare di uccidersi prima della morte voluta e trovata.

Sylvia Plath appare come una donna posseduta da un demone poetico, una passione così forte che riversa nella scrittura. La sua sensibilità è tale che “sente ricadere su di sé, come un martirio, la vastità del dolore provato dagli altri, e non solo dalle persone”. Il tentativo di legare i suoi gesti e la sua poesia alla sola vita privata risulta, quindi, semplicistico: sono i mali del mondo a colpire e far soffrire la scrittrice che sembra quasi sentirsi depositaria del dolore dell’umanità nonché interprete attraverso le parole. Non è, però, da escludere che l’assenza del padre e le delusioni, oltre la violenza, del marito abbiano avuto non poche ripercussioni sulla sua psiche.
Un altro elemento che con forza si manifesta riguarda il modo in cui Sylvia Plath affrontava la vita. La Bentivoglio parla di “recita”, di finzione che le serve per sopravvivere. Non si sente, difatti, una donna remissiva, casalinga e brava moglie come la vorrebbe la società; anche l’amore, quel sentimento così universale, viene da lei vissuto in maniera “istituzionale”. E la recita non si ferma neanche davanti alla morte: la sua è una fine teatrale ma, a leggere questo volume, si direbbe la più naturale delle conclusioni.

E se un punto di contatto ulteriore vogliamo trovare tra le due figure analizzate, questo riguarda sicuramente i figli: contatto sì, ma visioni opposte.
Per Hrabal la famiglia e i figli sono più importanti di tutto il resto, “ma se uno non ha figli, che può fare? Continuare a scrivere per curarsi della tetraggine e dell’abbandono”.
Secondo la Bentivoglio per la Plath, invece, “la maternità riduce il suo ruolo alle porche incombenze giornaliere”. La gravidanza è un “orrore”, come scriverà nei Diari, e i figli soltanto un peso e un ingombro al suo fervore poetico.

Appare chiaro, al di là di qualsiasi analisi, l’importanza dei due scrittori e il clamore che le loro sorti hanno avuto. Io non posso far altro che leggere le loro opere e consigliare di fare altrettanto.


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Sylvia Plath. Il lamento della regina
a cura di Leonetta Bentivoglio
Clichy
Collana: Sorbonne
Pagine 128
€ 7,90
978-88-6799-118-1

 

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Bohumil Hrabal. Il macellaio sembrava un gufo
a cura di Alberto Schiavone
Clichy
Collana: Sorbonne
Pagine 96
€ 7,90
ISBN: 978-88-6799-418-2

Il coraggio di sparire/A proposito di Majorana

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«Sparire. Non era la prima volta che mi sentivo prendere da un impulso del genere. Sparire per non dover più affrontare gli ordini del capo, le umiliazioni, dei colleghi e gli assurdi progetti matrimoniali imbastiti da Ana, la mia fidanzata. Sparire come segno di vittoria sugli impegni e i problemi, di liberazione, del dissolversi di tutti i vincoli e le preoccupazioni a cui ci condanna un’esistenza materiale e corporea.»

Ci vuol poco a Ernesto Aguiar, redattore di necrologi, accettare un’indagine che lo porterà a Napoli sulle tracce di Ettore Majorana: basta non avere alternative. Ma se all’inizio l’incarico gli pesa, consapevole di essere sempre una figura di poco conto al giornale e per le difficoltà di dover comunicare un viaggio a un mese dal matrimonio, oltre al fatto di trovare assurdo compiere una ricerca su di un uomo scomparso 80 anni prima, una semplice parola cambia le carte in tavola.

Sparire.

Non sarebbe tutto più semplice? Svanire in un attimo, senza fornire spiegazioni di alcun tipo o affrontare situazioni non desiderate… Liberarsi di tutto. È bastato questo desiderio ad Aguiar per decidere di raggiungere l’Italia a bordo di una barca a vela di un vecchio amico di scuola. Ma i viaggi, la lontananza dall’involucro sicuro che ci si era costruiti, si sa, ti cambiano: l’idea di lasciar perdere il lavoro e proseguire sulla Victoria in compagnia di Ross il Biondo e la sua volontà di redenzione, forse in Turchia o senza toccar terra se non per brevi periodi. Li immagino così, con Ross al timone e il sorriso rivolta a prua ed Ernesto immerso nella lettura di manuali di fisica e testi che hanno tentato di dare una spiegazione al mistero della scomparsa del fisico. Li sento ridere e discutere sulle leggi della fisica o sulla possibile soluzione del caso, su Dio e quale sia la scelta giusta da compiere. Ma arriva il momento in cui una decisione deve essere presa, e Aguiar a Napoli ci arriva,  ma a nuoto. Si sveglia vicino al porto, solo, di Ross non vi è traccia e la barca sta per andare a sbattere contro gli scogli. Raggiunge, così, la città ma avrà una brutta sorpresa: diventerà il primo indiziato della morte di Ross il Biondo, fino a quando non sarà rinvenuto il cadavere.

«Majorana non ci ha pensato su, Majorana l’ha fatto.»

È qui la differenza tra chi sceglie e chi lascia che le cose vadano come devono: coraggio? Non lo so, quel che è certo è che abbandonare tutto è da pochi, e forse si deve arrivare a un punto di non ritorno, all’oblio perché possa rivelarsi la scelta migliore da fare.

Aguiar a Napoli incomincerà la sua indagine grazie all’aiuto del commissario Salvatore Esposito, un poliziotto ben voluto ma preso in giro perché non promosso nonostante i suoi anni di servizio: è uno di quei poliziotti che non possono fare carriera perché cercano la verità a tutti i costi, non sono semplici funzionari di polizia che cercano di chiudere il caso in fretta prendendo per vere le statistiche dei casi e lasciandosi sopraffare dalla mole di lavoro. Conoscerà anche Valeria a cui, dalla meravigliosa vista che si gode da Castel Sant’Elmo, dichiarerà silenziosamente i suoi sentimenti.

Javier Argüello ha la capacità di mescolare diversi generi per porre l’accento sulla vita dell’uomo e su quanto le scelte di ognuno di noi siano ben lontane dall’essere totalmente libere. Chi di noi non vorrebbe poter riscrivere almeno parte della proprio vita o conoscere e, così, modificare il futuro?

Che sia Napoli, o l’amore, o ancora la stessa figura di Majorana, il protagonista non può far a meno di porsi domande, di essere invaso da dubbi e dal desiderio di essere diverso, di fare scelte consapevoli, di “andare fuori gioco” per poter capire cosa davvero vuole da se stesso. Sarà proprio questa sua riflessione personale a portarlo alla possibile risoluzione del caso del grande fisico. Nessun suicidio dunque, nonostante tutto porti a pensare alla scelta più ovvia perché si trattava di una figura chiusa, solitaria, un genio, che, grazie un esperimento, aveva reso possibile la fissione nucleare. Per Aguiar la decisione di sparire era dovuta alla sua volontà forte di vivere secondo le sue regole e i suoi istinti, e lo aveva fatto.

«Se i ragazzi di via Panisperna andavano verso la fisica, Majorana ci viveva dentro, come se attraverso le equazioni non cercasse di risolvere un segreto estrinseco che spiegava i misteri dell’universo, bensì un segreto interiore che lo riguardava personalmente.»

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In un continuo raccontare i cambiamenti avvenuti in se stesso, tra la calma del mare e l’attracco su un’isola e l’esperienza a Napoli, Argüello ci parla di tutti di noi, dei nostri desideri e dei rimpianti. Ci permette di riflettere sulla vita, sulla inconsistenza della realtà attraverso la fisica, e su quanto seguire i proprio istinti, alle volte, sia un passo verso qualcosa di diverso, anche migliore. E forse, tutto questo pensare e interrogarsi, ha la sua origine nella città meravigliosa e contraddittoria di Napoli in cui basta muoversi di pochi passi per trovarsi davanti a uno spettacolo del genere, o sbucare tra la gente che passeggia per le vie del centro o ancora scoprire una piccola perla di arte. Ma basta anche poco per essere catapultati in mezzo allo strombazzare di clacson o alle file alla posta o, ancora, in spiacevoli episodi di ingiustizie. Napoli è così:

«Mi sembrava un brulicare di vita e di storia dove la realtà era più reale che in qualsiasi posto avessi mai visto, come se, paragonandole a Napoli, tutte le altre città in cui ero stato peccassero di leggerezza. […]
Mi sembrava che in quelle strade si potessero ravvisare tutti gli aspetti della civiltà occidentale e moderna, il commercio e la guerra, l’onore e il tradimento, l’alta erudizione e l’stinto di sopravvivenza più animale. E per me personalmente rappresentava una sorta di laboratorio dove ogni mia convinzione veniva messa alla prova, un’esperienza da cui trarre una lezione,come se in un certo senso tutto facesse parte di un piano ordito da qualcuno per darmi la possibilità di osservare la mia vita da una prospettiva diversa, una prospettiva che offriva ai miei occhi avvenimenti e individui nella loro vera dimensione affinché io giungessi, con un pizzico di fortuna, a vedere me stesso.»


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Javier Argüello
A proposito di Majorana
Voland edizioni
Tradotto da Tiziana Camerani e Francesco Ferrucci
Pagine 336
€ 16,00
ISBN 978-88-6243-203-0