L’arte dell’attesa di Andrea Kohler

Aspettare è un’imposizione.
Eppure è l’unica cosa che ci fa percepire fisicamente il logorio del tempo e ce ne fa conoscere le promesse.

20171018_113135.jpg

Ho ricevuto questo piccolo libriccino con molto anticipo sulla data di uscita, un giorno in cui ero a Bologna e mi hanno chiamato da casa per dirmi del suo arrivo. Quando son tornata a casa, ho girato e rigirato tra le mani la mia copia attratta dal disegno e dai colori così delicati che mi hanno dato un’idea ben diversa sul contenuto.

Che sia un saggio o un libro di pillole filosofiche, “L’arte dell’attesa” ci mette davanti a una verità: la vita è attesa. E se lo è la vita, lo è anche la letteratura, poiché ogni testo parla di noi.

L’ho tenuto per un po’ sul comodino mentre leggevo altri romanzi, e ogni volta l’occhio mi cadeva su di lui perché pensavo: ” Cavolo, questo libro parla di attesa”, ed è così che ho capito.

L’attesa è impotenza. L’attesa è dolore.

Andrea Kohler non ci gira intorno: aspettare fa parte della nostra esistenza, è un momento necessario ma estremamente doloroso, spesso anche umiliante, che non può in alcun modo essere evitato. È possibile impiegarlo con altre attività, ma è una vocina nella nostra testa che non si spegne mai: siamo perfettamente consci di star aspettando qualcosa o qualcuno anche se ci teniamo occupati, anche se siamo in compagnia. Noi aspettiamo. È una forma di impotenza quando l’attesa ci viene imposta da qualcuno di superiore, per esempio al lavoro, perché sanno di tenerci in pugno. È impotenza, e sopportazione, nel caso della malattia, e diventa anche dolorosa e noiosa, perché non possiamo fare nulla per modificare il nostro stato se non aspettare, di guarire, una risposta o la morte. È impotenza in guerra o in prigione dove “perfino l’interruttore della luce obbedisce a una regia interna”.

È dolore anche quando siamo costretti a renderci conto che abbiamo atteso inutilmente: “Chi ama non può mai permettersi di arrivare in ritardo. Il desiderio arriva puntuale”. L’altro, aggiunge, arriva sempre in ritardo. E diciamola la verità, quante domande, quanti dubbi su noi stessi o sull’altro sono conseguenti alle attese, brevi o lunghe che siano? Una telefonata che non arriva o una risposta tardiva al messaggio non sono motivi di angoscia? Angoscia è un’altro punto a favore dell’attesa e a nostro sfavore.

Questo groviglio di emozioni che ogni giorno ci attanagliano sono linfa vitale della letteratura. I romanzi che mi hanno accompagnato in questi giorni e hanno portato a questa consapevolezza sono: “Lettere da Endenich” e “Gli anni del nostro incanto” perché hanno al centro della vicenda questo senso di logoramento fisico e mentale che sta al centro di due eventi. Il primo è il racconto, attraverso lettere, referti medici e stralci di un diario, degli ultimi anni di vita del pianista e compositore Robert Schumann: un deterioramento a cui è impossibile restare indifferenti soprattutto per il senso di impotenza della moglie Clara.
Il secondo è un romanzo di Giuseppe Lupo che ripercorre gli anni del miracolo economico italiano attraverso il racconto che ne fa una giovane alla madre, costretta a letto perché colpita da una amnesia totale di cui non si conoscono le cause.

Vi ho dato un’idea? È più vicino a un’esperienza di lettura questo articolo, per cui vi consiglio di leggere il libro, vi renderete conto che ho ragione.


Risultati immagini per l'arte dellattesa

 

Autore: Andrea Köhler
Editore: Add
Traduzione: Daniela Idra
Pagine: 126
ISBN: 9788867831623
Prezzo libro: 14.00 €
Data di uscita: 19/10/2017

Annunci

Bugie dal fronte/Prima dell’alba

“La guerra, aveva scoperto il Vecio, ti fa male sempre e dovunque, come una malattia che ti porti dentro, come la maledizione del tetano quando il ferro arruginito della forca ti penetra nella coscia.”

20171006_172116 (2).jpg

“Era come se il fango delle trincee avesse sporcato anche il tempo e la memoria” e non li ricordi più i volti di chi è stato accanto a te, contro lo stesso nemico. A volte dimentichi anche il tuo nome, perché lì sei il Vecio, ma alla sposa non lo spieghi. Ti chiamano così perché sei tra i pochi che la vita ancora non l’hanno persa all’Isonzo, che a ogni attacco torni agli ordini, al tuo posto, in attesa di altre istruzioni. Ma il Vecio eroe non si sente: è un’arma dell’esercito, uno che ubbidisce senza domandare, che ha imparato a riconoscere dal rumore che arma sta usando il nemico e dove andrà a colpire così da potersi salvare. Gli eroi, in guerra, sono i morti perché si può dire di loro che si sono sacrificati per la patria, o i generali che hanno riportato una vittoria dando ordini da dietro. Neanche i mutilati sono eroi, ma solo persone da compatire, o da nascondere.

Il Vecio in guerra è cambiato perché per sopravvivere all’orrore ha iniziato a parlare solo con chi rimaneva al fronte per più di tre mesi, che forse qualcosa l’aveva imparata, trasformandosi da “aspirante cadavere” a uno di loro. Ironia? Forse, ma grottesca. Se all’inizio strappa un sorriso questo linguaggio da fronte, bastano poche pagine per rendersi conto di cosa realmente quei nomi stiano a significare: le nuove leve hanno paura, sono terrorizzate ma sanno di dover ubbidire e spesso, troppo spesso, questo miscuglio di emozioni ha delle conseguenze. Alcune volte invece è solo il caso.

Non è un eroe, il Vecio, perché ha scelto la strada più facile: andare avanti e ubbidire, come fanno tutti. Però non è così difficile che qualcuno tenti di uscirne dalla guerra, e in questo caso le strade possibili sono quattro: farsi colpire dal nemico, sperando di non rimanerci secco, il salto di trincea, l’autolesionismo o la fuga da dietro. Disubbidire “è un atto di coraggio senz’altro pari, o forse maggiore dell’ubbidienza. Se non altro perché, nel farlo, il più delle volte sei solo. E di questo il Vecio è convinto.”

Il salto di trincea, per esempio, è stato possibile nel ’15 quando i due reparti, italiano e austroungarico, erano così vicini da poter sentire ognuno i rumori e le parole dell’altro. Erano momenti di stasi in cui diventava quasi naturale scambiare due parole e lanciarsi pagnotte e sigarette. Fino alle circolari. Quando ti accorgi che al di là della tua trincea ci sono uomini e ragazzini, come puoi soltanto pensare di alzarti e sparare? È qui che la guerra mostra di non avere senso. Non c’è odio verso qualcuno che non conosci, che non hai neanche guardato in faccia perché sarebbe troppo difficile toglierli la vita, una vita che non ti appartiene. Ci sono solo interessi dietro, economici il più delle volte, ma il senso del dovere e dell’appartenenza te lo inculcano sin dalla nascita e ti ci obbligano a difendere il Paese di cui sei cittadino, o forse suddito, perché i diritti e gli interessi delle persone vengono calpestati senza ritegno. E allora chi sono i veri nemici? Gli uomini nella trincea di fronte alla tua, costretti a ubbidire come te, o quegli uomini, i “caramella”, che comodamente nascosti e fuori pericolo, ti dicono cosa fare, ti vietano di scrivere cosa davvero succeda al fronte e hanno anche la faccia tosta di pretendere disciplina e di fucilare un “suo” soldato per motivi futili come quello di avere ancora una sigarette in bocca mentre si mette sull’attenti? La morte è un caso.

È qui che fa la sua comparsa il generale Andrea Graziani, premiato e nominato ad alte cariche nonostante “la fucilazione facile” in tempo di guerra che giustificava come esempio di comportamento per il resto dei soldati, che sarà protagonista della parte “gialla” del romanzo perché nel 1931 verrà ritrovato morto. Una giustificazione ufficiosa come si direbbe, perché alle famiglie non giungerà mai la verità: piangeranno il loro eroe e ringrazieranno i loro generali. Al fronte così come al resto della popolazione i bollettini giungono dopo attento controllo e censura, esattamente come ancora oggi a noi arrivano le notizie distorte, confuse o non arrivano affatto. Vigeva la censura in tempo di guerra, e vige ancora ora in quella che viene definita democrazia.

La Storia del mondo non è fatta soltanto di date, di Nazioni e di vinti e vincitori. La Storia è fatta di e da uomini, la guerra è fatta da persone.
Raccontare una pagina controversa e negativa che riguarda il nostro Paese e noi come popolo, col coraggio di mostrare le brutture e le difficoltà di anni passati in trincea, di soprusi e di perdita di sé dovuta alla strenua difesa di “una linea immaginaria” per una guerra dovuta, venire accusati per errori non tuoi, è narrare di vita vera. Paolo Malaguti riesce ad affrontare tante verità con una prosa molto delicata che non necessita di particolari ad effetto per colpire. Il suo narrare è quasi intimistico perché lo fa con gli occhi di uno che la guerra l’ha fatta sul serio e gli è rimasta attaccata addosso, indelebile, anche quando è tutto finito. I ricordi restano, le immagini si rincorrono ora che il tempo per pensare è tanto.

E se una risposta su quali siano stati gli errori e da chi sono stati commessi durante quella che è passata alla storia come la “disfatta di Caporetto” non la troviamo, sappiamo con certezza che quanto accade è totalmente distante dall’idea che ne abbiamo e che i libri scolastici danno. Quel che è certo è che non vale la vita di nessuno.

“Ma il Vecio aveva scoperto ben presto che una delle più sottili perversioni della guerra stava proprio nel fatto che, quando te ne allontanavi da solo, senza gli altri del plotone, non ti sentivi a posto. Era come aver lasciato la falce durante la mietitura, mentre gli altri continuano a sgobbare sotto il sole. se la guerra non ti lega a sé, sono i compagni di trincea a diventare una seconda famiglia, dalla quale, anche se nessuno mai lo avrebbe confessato, era doloroso separarsi anche solo per qualche giorno.”

Continua a leggere

Bonjour tristesse/L’angolo del mondo

20170922_151716.jpg

La storia di Marian è il racconto di una solitudine profonda che, solo per brevi momenti, diventa meno acuta grazie alla scintilla di un amore improvviso, adolescenziale e tumultuoso.
La conosciamo in un periodo della vita in cui ha perso la madre, suo baluardo, suo esempio, frequenta senza impegno il suo ex compagno e insegna spagnolo all’Università con uno stipendio che non le permette vestiti e un vino decente, tanto da essere costretta a vendere molti oggetti della madre per racimolare soldi. Marian ha 37 anni, vive a Cuba, dove è nata, e a parte poche persone il suo contatto con l’esterno è una semplice segreteria telefonica, un tramite tra il fuori e il dentro del suo rifugio. Il suo angolo di mondo. A sconvolgere il suo spazio arriva Daniel, giovanissimo scrittore al suo primo libro pubblicato la cui prefazione verrà affidata proprio a Marian.

“Marian, sei un’altra persona. Eri morta e senza nemmeno la voglia di fare il minimo sforzo per alzare il coperchio della tomba e guardare fuori. Sei raggiante, piena di forza, nella tua rabbia, in questa guerra da innamorati adolescenti. Non so se ti ama davvero o te lo fa credere, ma tu sei un’esplosione di vita e di emozioni. Perché fuggi?”

E se la storia d’amore prosegue tra discussioni, diverse visioni del futuro e paranoie che ben poco giovano alla narrazione, la mia attenzione è stata attirata dai personaggi cosiddetti minori che riescono a vivacizzare la narrazione arricchendola con le loro storie personali, insieme ad alcuni indizi sulla vita a Cuba. Gli stessi personaggi, poi, danno luogo a due tematiche fondamentali del romanzo: il viaggio e la scrittura.

Oltre, quindi, a incontrarsi grazie (o a causa) di un libro la protagonista e Daniel, conosciamo Sergio, “lo scrivano con la testa che trabocca di storie” ma che non ha interesse a diventare famoso. Idea romantica forse di scrittore. Poi c’è il falso romanzo che Marian ha detto di aver iniziato a scrivere quando la madre stava male, per condividere con lei una gioia e un segreto, farle credere ancora in qualcosa. Ma quel libro non è mai arrivato. C’era, aveva iniziato a digitare storie del libro che Daniel voleva scrivere a quattro mani, ma sono state cancellate e mai salvate. La letteratura come ponte tra persone, come speranza e consapevolezza.

La vicenda della madre di Marcos, invece, ci racconta qualcosa della vecchia Cuba: da serva divenne padrona della casa dei proprietari a cui era soggetta, dopo la partenza verso mete più favorevoli. E qui il tema del viaggio: del racconto di tutti coloro che sono andati via in cerca di fortuna ma che lasciano dietro di sé più di quanto immaginino, e di quelli che invece non voglio andar via. Lorena la pittrice che “non vuole sorprese, vuole rimanere nel suo angolo” perché il primo viaggio porta necessariamente al secondo e così all’infinito. A Marian che di andarsene via da quel posto così difficile e contraddittorio non ci pensa nemmeno; vuole la sua sicurezza, la sua identità che altrove perderebbe. E poi c’è il personaggio di BiDi, un po’ saggio, un po’ padre che appare sempre nei momenti giusti.

“Ma la vita reale arriva anche nel resto del mondo. Ti metti a cercare lavoro. Conosci la città da cima a fondo, eppure continua a esserti estranea e non ti sei fatto un amico. Inizi a ricordare e i ricordi di accerchiano e ti risucchiano. Ti rendi conto di quanto siano belli il tuo paese e la tua gente. Ricordi un’Avana idealizzata che esiste solo nel tuo cuore. E ti rassegni a vivere lontano da lei.”

A me fa tornare alla mente la nostra situazione attuale: la ricerca di fortuna fuori e il legame viscerale che che ognuno ha con la propria terra o con la propria famiglia. Ti senti sempre straniero da un’altra parte, anche se usi la stessa lingua.


Autore: Mylene Fernández Pintado
Genere: Narrativa
Collane: Gli Alianti
Traduzione: Laura Mariottini e Alessandro Oricchio
Data Pubblicazione: 21/09/2017
Numero di pagine: 224
Codice EAN: 9788871687957
Prezzo di listino: 16 €
Lingua Originale: ES

Omologazione e intolleranza/Le ballerine di Papicha

Chi ha mai potuto creare una città così?
Certamente un uomo che non ama né i colori, né il bianco, né il nero.

20170920_123928

“Il mondo di Algeri è un piccolo mondo, una tazzina di caffè.” Amaro aggiungerei.

Algeri come un mondo chiuso, come la descrizione di una qualsiasi nostra provincia in cui tutti si conoscono, o credono di conoscersi, si salutano e spesso si disprezzano. A mettere in luce questo strano sentimento di comunità è una famiglia molto chiacchierata nel quartiere per i comportamenti di alcuni dei membri, e altri personaggi alla famiglia in qualche modo legati. Conosciamo Adel, il figlio bello e maledetto, odiato dai suoi coetanei, e la bella Yasmine: due personaggi che ricordano un po’ quelli di Mapocho, come se la loro sofferenza sia dovuta alle grandi contraddizioni della città. Della madre non conosciamo il nome, il padre è morto già da diversi anni e poi c’è la figlia maggiore, una bellissima donna che ama la pittura e che è costretta a badare il marito uscito fuor di senno. Facciamo la conoscenza di Mouna, la bambina con le ballerine di papicha, l’unica che ancora non conosce le avversità della vita e che volteggia serena e spensierata nelle sue scarpette rosa. E poi ci sono giovani che si riempiono la bocca di grandi discorsi sul cambiare il paese o andare via, mostrando una violenza inaudita che mostra quanto sia radicato nella società un certo ideale e un conformismo senza eguali.

Chiudo gli occhi per non vedere la città sfilare davanti a me, per non vedere più le strade di Algeri la Bianca. Soltanto gli stranieri possono rimanere estasiati davanti al suo biancore. Io, che sono nata qui, che sono sempre vissuta in questa città, in cui certamente morirò, non ne vedo più il candore, la bellezza o la gioia di vivere, ma soltanto le buche che mi fanno sobbalzare sul sedile, i piccioni che mi lanciano gli escrementi sulla testa e i giovani disoccupati che che cercano di rimorchiarmi quando passo. Ah, dimenticavo: le vecchie! Le vecchie sceme per le scale, che mi consigliano di coprirmi di più. Le vecchie megere che, in autobus, mi prendono la mano e mi parlano dei figli che le fanno disperare. Le vecchie tarme odorose di menta o di rosa che ti si aggrappano al braccio, senza nemmeno avvertirti. Le vecchie cariatidi che gridano ordini, consigli, che si dibattono, si agitano, si innervosiscono.
Schifezza di vecchie. Schifezza di città!

Leggere questo libro è come profanare un diario segreto o ascoltare di nascosto confessioni costrette a rimanere nel cuore e nella mente. Significa scoprire i segreti di una famiglia e le grandi difficoltà di una città che tanta guerra ha dovuto subire, continuamente contesa tra volontà di emancipazione e un passato di violenza e pregiudizi. Sono proprio questi temi a prendere vita con tanta forza nelle parole di Yasmine, nel suo desiderio di essere libera di vivere la sua giovinezza senza imposizioni di alcun tipo da parte non solo del potere, ma della stessa popolazione ormai completamente in balia delle altrui decisioni, in una città che di bianco ha solo il colore dei palazzi, ma non ha nessun significato di purezza.

Ma a colpire forte è anche la madre, la cui assenza di nome proprio mi dà l’idea di un voluto distacco nei confronti del sentimento di famiglia che dovrebbe esserci, in un monologo furioso e sprezzante. Ritroviamo qui la volontà di omologazione che qualunque governo non democratico vorrebbe per i propri cittadini, un sentimento così grande e profondo di vergogna nei confronti dei figli così diversi dagli altri, tanto da portarla a fare il test del DNA per ben due volte per assicurarsi che non ci siano stati errori, da farne provare altrettanta a me di vergogna nei suoi confronti e in ciò che causerà.

“Sono proprio figli miei. Tutti e tre. Nutrivo la segreta speranza che uno di loro fosse stato malauguratamente scambiato in culla, ma non è così.”


9788887847543-frontCOVER-rgb096.jpg

Collana: altriarabi migrante
Titolo originale: L’envers des autres
Traduzione di: Federica Pistono
ISBN: 9788887847543
Pagine: 76
Prima edizione: luglio 2017

Nati sotto una cattiva stella/Mapocho

La morte è una menzogna, Fausto.
Mi sono strappato gli occhi eppure vedo ancora.
Non c’è via d’uscita, sono fregato.

Nascere a Santiago, nel sud del mondo, significa nascere sfigati. La Bionda lo sa, ricorda quando la nonna, con i suoi gatti, pregava la vergine ma questa era sempre girata dall’altra parte, offriva loro il suo sedere liscio e pallido. Erano sulla riva sbagliata del Mapocho, ancora più maledetti. Lei, l’Indio, Fausto e la Madre. Segnati.

Arrivano momenti della vita in cui l’unica decisione da prendere è quella di scappare, di lasciare la grande casa nel Quartiere, la nonna con i gatti e il marito, perché i figli hanno diritto a una speranza. Ma i ricordi non ti abbandonano neanche se continui a fuggire sempre più lontano, i ricordi e le delusioni sono un bagaglio costante di ferite che si rimarginano ma che hanno bisogno di un nulla per riaprirsi e bruciare. I due ragazzi vivranno in una casa su una spiaggia, lontano dalla loro patria, cresceranno con una bugia, con una morte nel cuore. Ma la morte è una menzogna, come la Storia.

“Le menzogne si costruiscono con le parole. Escono da una bocca indecente ed essendo fatte di lettere prendono vita nel momento in cui vengono pronunciate. Le menzogne hanno ali e volano come un avvoltoio, girano sulla carogna e si nutrono di quelli che non hanno anima, di quelli che non sanno, che non vedono o non vogliono vedere. Le menzogne ingannano. […]”

Lo inizio con curiosità e perplessità questo viaggio sul Mapocho, lasciandomi trasportare dalle sue acque torbide stesa in una bara, scorgendo a ogni curva pezzi di Storia e storie, reali o immaginate, simboliche, che roteano in una confusione impazzita nel tentativo di darsi un senso logico.

Nona Fernandez qui è al suo esordio di narratrice e spiazza tutti con una linguaggio ai limiti del volgare in alcuni casi, rendendo perfettamente la condizione di chi vive in un posto come Santiago, specialmente sotto la dittatura di Pinochet, e uno stile vorticoso, come se si trattasse di pensieri lasciati a briglia sciolta che si muovono a volte più lenti, altre volte con più velocità, seguendo le andature dell’acqua del Mapocho. I personaggi sono morti, ma appaiono perfettamente vivi, vividi, sofferenti. Ognuno ha la sua storia da raccontare, che si intreccia nella storia di un paese deturpato: la Fernandez racconta questa violenza attraverso poche frasi, riflessioni del singolo che riflettono quelle di un popolo, la rilegge raccontando quelle che possono sembrare leggende e fiabe inventate ma che rappresentano perfettamente il tracollo che ne è conseguito.
Ritroviamo personaggi e fatti che non conservano il proprio nome, ma sono riconoscibilissimi: il Colonnello che si impone con la forza e che spazza via qualsiasi differenza, per fare pulizia, o l’incendio dello stadio che nella realtà è stato un campo di prigionia per molto tempo. Non c’è scampo agli orrori, neanche i morti hanno pace a Santiago del Cile, il fiume putrido li rigetta ai suoi carnefici.

Ma la Storia qui non è solo una rivisitazione dal punto di vista dell’autrice: fa parte di quelle parole menzognere che ingannano. Trovo questo punto di grande attualità e importanza, quasi il vero senso del testo tutto: la storia ufficiale non è veritiera, non è reale. Fausto, il padre, inventore di storie per i bambini del Quartiere in tempi di luce, verrà sequestrato dai militari e costretto a riscrivere la storia del paese secondo le regole del regime, cancellando i punti più bui e oscuri e falsando la realtà. Che possibilità di redenzione può sperare chi è complice di un tale sfregio? Quale destino per una città il cui passato è stato cancellato?

“Tutto ciò che non ha trovato spazio nei volumi della biblioteca giace a terra tra polvere e sporco. Per tanto tempo Fausto ha conservato questi testi come una sorta di garanzia. Finché i suoi appunti fossero esistiti, una parte dell’uomo che era stato avrebbe vissuto dentro di essi.”

Io la vedo ancora la Bionda camminare per quelle strade così diverse, con una ferita alla testa da cui escono schegge e ricordi. Sento la sua confusione, i momenti di lucidità e di perdita di senso. Li vedo quegli strani personaggi aggirarsi come fantasmi e sento la presenza dell’Indio, sempre nascosto dietro i cespugli a prendersi cura di lei da lontano, anche nella morte, anche nel proibito di un amore maledetto.

sunset-942841_960_720


download.jpg

Collana: gran vía original
Titolo originale: Mapocho
Traduzione di: Stefania Marinoni
ISBN: 978-88-95492-44-5
Pagine: 212
Prima edizione: marzo 2017
Formati: brossura
Prezzo: 16,00 €

L’amara verità sulla vecchiaia/Rughe

“Un viso senza rughe è un cielo inespressivo, un pensiero superfluo.”
(Tahar ben Jelloun)

Credo che, a prescindere da tutti i discorsi su cosa sia o meno letteratura e quali libri siano validi o da evitare, se un autore o un testo ti danno emozioni, ti rimangono dentro a distanza di tempo, ti scuotono, valgono la pena, anche solo per te stesso.

Paco Roca, premiatissimo autore di graphic novel che in Italia abbiamo conosciuto grazie alla casa editrice romana Tunué, con me ci è riuscito. Nel suo breve libro “Rughe”, tradotto da Alessandra Papa, al centro della sua narrazione c’è Emilio, un ex funzionario bancario che andrà a vivere, per scelta del figlio, in un centro per anziani. Il tema che Paco Roca affronta è quello della vecchiaia in tutti i suoi aspetti più drammatici, ma lo fa con una dolcezza e una malinconia che non scadono mai nel patetico o nel forzato. Non c’è da aspettarsi colpi di scena o un finale a sorpresa, tutto si intuisce ma niente del racconto può rovinare una lettura così vera e amara.

L’autore ha visto con i suoi occhi come si vive in questi centri, che lui nel libro divide in due piani in base alla gravità della malattia: al primo piano ci sono i capaci, al secondo gli assistiti. Le giornate sono scandite solo dai pasti e dall’ora di andare a letto, nel mezzo è possibile guardare la televisione, qualche volta fare “palestra” e poco altro. Emilio non si rende subito conto di cosa gli sta succedendo, ma presto dovrà fare i conti con l’alzheimer, quella malattia degenerativa che pian piano ti fa perdere contatto con la realtà, tanto da arrivare a non riconoscere più chi ti è vicino o a compiere azioni imparate da bambini, come mangiare o abbottonarsi una camicia. Quando non ti rendi conto di soffrirne, a star male sono gli altri e, spesso, subentra anche il senso di colpa se figli e parenti non vengono a trovarti, ma quando sei tu stesso ad avere momenti di lucidità… beh, deve essere devastante.

Arrugas03

La forza di questa graphic novel per me è tutta nello sguardo, nelle espressioni e nelle rughe profonde di Emilio, che perfettamente risaltano in queste tavole perché ti ritrovi faccia a faccia con la consapevolezza di star perdendo capacità motorie e mentali, di essere un peso per gli altri e di non poter far niente se non lasciare che tutto prosegua come deve.

Forse la stretta al cuore che ho sentito è dovuta a una situazione che conosco nella realtà, di mio nonno che vedevo sempre sorridente e che ora appare confuso e spaesato. È lontano ma ricordo bene il cammino della malattia e il suo essere sempre meno presente. I suoi sguardi vuoti, la sua rabbia immotivata mi colpivano profondamente e mi sentivo totalmente incapace di dargli sollievo.

Leggetelo questo piccolo tesoro, non lasciatevi fermare da ciò che racconta. Paco Roca fa riflettere ma riesce anche a far ridere con i suoi personaggi strampalati, piccole gag e una pazza corsa in automobile organizzata da Miguel, personaggio davvero riuscito e di grande importanza nel finale, e sorridere trascinandoci nel passato degli anziani del centro, con una dolcezza che cancella qualsiasi sentimento di compassione e pietà si possa provare a conoscere una realtà come questa.

db87c94cc554a328ca09cf9090164b40.jpg

Cittadini di serie/Cittadinanza in vendita

“Il nostro paese è il mondo e la cittadinanza l’umanità intera.”
WILLIAM LLOYD GARRISON

Avete mai pensato a cosa significhi cittadinanza? A cosa comporti essere italiani, europei? È un concetto di cui possiamo conoscere la definizione tecnica ma, nel pratico, almeno io, non saprei spiegare cosa voglia dire sentirsi parte di qualcosa di così grande e che comprenda tante persone diverse dalla propria cerchia.

Edwars Said disse: “Ancora non sono riuscito a capire cosa voglia dire amare un paese.” È la condizione di chi non ha radici, non ha una patria. Ma noi il nostro paese lo amiamo davvero? E non parlo di lavorarci, o viverci, o lamentarsi di tutte le brutture da cui è colpito, che è quello che oggi fa la maggior parte di noi. Qui si tratta di essere cittadino, sentire il paese come la propria casa, difenderlo a ogni costo.

Edward Said non poteva amare e, come lui, tantissime persone nel mondo che vivono e lavorano in un paese ma non ne fanno ufficialmente parte: gli apolidi. La giornalista Atossa Araxia Abrahamian, nel suo saggio, parte dalla sua condizione di cittadina del mondo, senza patria né madrepatria, una condizione che la faceva sentire libera e privilegiata, senza barriere e limiti, per cercare di mettere luce su cosa sia, oggi, davvero la tanto agognata “cittadinanza globale” e quanto questo legame che tanto viene decantato tra cittadino e Stato sia cambiato.

“Cittadinanza in vendita”, pubblicato da “La nuova frontiera” con traduzione di Angela Ricci, non è un titolo scelto per destare curiosità, qui si parla di vero e proprio business di passaporti, di vendita e di guadagno di cifre inimmaginabili. La vendita di cui si parla va in due direzioni: abbiamo, da una parte, quella che riguarda i passaporti che i ricchi acquistano per avere facilitazioni di spostamenti nel mondo e quindi per i propri affari, e poi la compravendita di passaporti da parte di alcuni paesi per risolvere il problema degli apolidi. Uno dei casi più eclatanti e di cui si parla nel libro riguarda gli Emirati Arabi che, per risolvere la questione bidoons, decidono di acquistare per loro la cittadinanza cormoriana: isole sconosciute ai più, vero paradiso terrestre ma completamente abbandonate a se stesse. E in cambio? Investimenti nelle isole per raggiungere un grado di civiltà adeguato prima, e farle diventare una meta turistica poi. Un guadagno per entrambe le realtà si potrebbe pensare… sicuramente per chi ne ha fatto un lavoro e un business, e per l’1% della popolazione che può arricchirsi.

Comoros-CIA_WFB_Map_(09)

E se ci soffermassimo, invece, a riflettere su cosa significhi tutto questo per i bidoons? Immaginate di essere rifiutati dal paese in cui vivete e lavorate, magari anche al servizio dello Stato, e un giorno vi ritrovate cittadini di un posto che non individuate neanche sulla cartina, senza avere alcun diritto su quel luogo e senza neanche doverci vivere, o visitarlo per conoscenza. È una presa in giro, per dirlo in parole povere. Però hanno una cittadinanza riconosciuta. Però non hanno diritti. E la libertà di circolazione in un mondo in cui esiste una gerarchia di passaporti, alcuni dei quali ti rendono facile l’accesso a tantissimi paesi e altri sono di classe B o C?

Il mondo è nelle mani dell’1% della popolazione. È per i cittadini di serie A, con denaro e credenziali adeguate. Io immagino già un mondo chiuso solo per loro, perfetto, e i problemi degli altri rimangono degli altri.