L’arte dell’attesa di Andrea Kohler

Aspettare è un’imposizione.
Eppure è l’unica cosa che ci fa percepire fisicamente il logorio del tempo e ce ne fa conoscere le promesse.

20171018_113135.jpg

Ho ricevuto questo piccolo libriccino con molto anticipo sulla data di uscita, un giorno in cui ero a Bologna e mi hanno chiamato da casa per dirmi del suo arrivo. Quando son tornata a casa, ho girato e rigirato tra le mani la mia copia attratta dal disegno e dai colori così delicati che mi hanno dato un’idea ben diversa sul contenuto.

Che sia un saggio o un libro di pillole filosofiche, “L’arte dell’attesa” ci mette davanti a una verità: la vita è attesa. E se lo è la vita, lo è anche la letteratura, poiché ogni testo parla di noi.

L’ho tenuto per un po’ sul comodino mentre leggevo altri romanzi, e ogni volta l’occhio mi cadeva su di lui perché pensavo: ” Cavolo, questo libro parla di attesa”, ed è così che ho capito.

L’attesa è impotenza. L’attesa è dolore.

Andrea Kohler non ci gira intorno: aspettare fa parte della nostra esistenza, è un momento necessario ma estremamente doloroso, spesso anche umiliante, che non può in alcun modo essere evitato. È possibile impiegarlo con altre attività, ma è una vocina nella nostra testa che non si spegne mai: siamo perfettamente consci di star aspettando qualcosa o qualcuno anche se ci teniamo occupati, anche se siamo in compagnia. Noi aspettiamo. È una forma di impotenza quando l’attesa ci viene imposta da qualcuno di superiore, per esempio al lavoro, perché sanno di tenerci in pugno. È impotenza, e sopportazione, nel caso della malattia, e diventa anche dolorosa e noiosa, perché non possiamo fare nulla per modificare il nostro stato se non aspettare, di guarire, una risposta o la morte. È impotenza in guerra o in prigione dove “perfino l’interruttore della luce obbedisce a una regia interna”.

È dolore anche quando siamo costretti a renderci conto che abbiamo atteso inutilmente: “Chi ama non può mai permettersi di arrivare in ritardo. Il desiderio arriva puntuale”. L’altro, aggiunge, arriva sempre in ritardo. E diciamola la verità, quante domande, quanti dubbi su noi stessi o sull’altro sono conseguenti alle attese, brevi o lunghe che siano? Una telefonata che non arriva o una risposta tardiva al messaggio non sono motivi di angoscia? Angoscia è un’altro punto a favore dell’attesa e a nostro sfavore.

Questo groviglio di emozioni che ogni giorno ci attanagliano sono linfa vitale della letteratura. I romanzi che mi hanno accompagnato in questi giorni e hanno portato a questa consapevolezza sono: “Lettere da Endenich” e “Gli anni del nostro incanto” perché hanno al centro della vicenda questo senso di logoramento fisico e mentale che sta al centro di due eventi. Il primo è il racconto, attraverso lettere, referti medici e stralci di un diario, degli ultimi anni di vita del pianista e compositore Robert Schumann: un deterioramento a cui è impossibile restare indifferenti soprattutto per il senso di impotenza della moglie Clara.
Il secondo è un romanzo di Giuseppe Lupo che ripercorre gli anni del miracolo economico italiano attraverso il racconto che ne fa una giovane alla madre, costretta a letto perché colpita da una amnesia totale di cui non si conoscono le cause.

Vi ho dato un’idea? È più vicino a un’esperienza di lettura questo articolo, per cui vi consiglio di leggere il libro, vi renderete conto che ho ragione.


Risultati immagini per l'arte dellattesa

 

Autore: Andrea Köhler
Editore: Add
Traduzione: Daniela Idra
Pagine: 126
ISBN: 9788867831623
Prezzo libro: 14.00 €
Data di uscita: 19/10/2017

Annunci

Cittadini di serie/Cittadinanza in vendita

“Il nostro paese è il mondo e la cittadinanza l’umanità intera.”
WILLIAM LLOYD GARRISON

Avete mai pensato a cosa significhi cittadinanza? A cosa comporti essere italiani, europei? È un concetto di cui possiamo conoscere la definizione tecnica ma, nel pratico, almeno io, non saprei spiegare cosa voglia dire sentirsi parte di qualcosa di così grande e che comprenda tante persone diverse dalla propria cerchia.

Edwars Said disse: “Ancora non sono riuscito a capire cosa voglia dire amare un paese.” È la condizione di chi non ha radici, non ha una patria. Ma noi il nostro paese lo amiamo davvero? E non parlo di lavorarci, o viverci, o lamentarsi di tutte le brutture da cui è colpito, che è quello che oggi fa la maggior parte di noi. Qui si tratta di essere cittadino, sentire il paese come la propria casa, difenderlo a ogni costo.

Edward Said non poteva amare e, come lui, tantissime persone nel mondo che vivono e lavorano in un paese ma non ne fanno ufficialmente parte: gli apolidi. La giornalista Atossa Araxia Abrahamian, nel suo saggio, parte dalla sua condizione di cittadina del mondo, senza patria né madrepatria, una condizione che la faceva sentire libera e privilegiata, senza barriere e limiti, per cercare di mettere luce su cosa sia, oggi, davvero la tanto agognata “cittadinanza globale” e quanto questo legame che tanto viene decantato tra cittadino e Stato sia cambiato.

“Cittadinanza in vendita”, pubblicato da “La nuova frontiera” con traduzione di Angela Ricci, non è un titolo scelto per destare curiosità, qui si parla di vero e proprio business di passaporti, di vendita e di guadagno di cifre inimmaginabili. La vendita di cui si parla va in due direzioni: abbiamo, da una parte, quella che riguarda i passaporti che i ricchi acquistano per avere facilitazioni di spostamenti nel mondo e quindi per i propri affari, e poi la compravendita di passaporti da parte di alcuni paesi per risolvere il problema degli apolidi. Uno dei casi più eclatanti e di cui si parla nel libro riguarda gli Emirati Arabi che, per risolvere la questione bidoons, decidono di acquistare per loro la cittadinanza cormoriana: isole sconosciute ai più, vero paradiso terrestre ma completamente abbandonate a se stesse. E in cambio? Investimenti nelle isole per raggiungere un grado di civiltà adeguato prima, e farle diventare una meta turistica poi. Un guadagno per entrambe le realtà si potrebbe pensare… sicuramente per chi ne ha fatto un lavoro e un business, e per l’1% della popolazione che può arricchirsi.

Comoros-CIA_WFB_Map_(09)

E se ci soffermassimo, invece, a riflettere su cosa significhi tutto questo per i bidoons? Immaginate di essere rifiutati dal paese in cui vivete e lavorate, magari anche al servizio dello Stato, e un giorno vi ritrovate cittadini di un posto che non individuate neanche sulla cartina, senza avere alcun diritto su quel luogo e senza neanche doverci vivere, o visitarlo per conoscenza. È una presa in giro, per dirlo in parole povere. Però hanno una cittadinanza riconosciuta. Però non hanno diritti. E la libertà di circolazione in un mondo in cui esiste una gerarchia di passaporti, alcuni dei quali ti rendono facile l’accesso a tantissimi paesi e altri sono di classe B o C?

Il mondo è nelle mani dell’1% della popolazione. È per i cittadini di serie A, con denaro e credenziali adeguate. Io immagino già un mondo chiuso solo per loro, perfetto, e i problemi degli altri rimangono degli altri.

Siamo tutti nerd?/I nerd salveranno il mondo

copinsim

 

«Lo scopo è quello del titolo: esortare tutti i nerd, quelli veri, che conoscono bene la materia e possono contribuire attivamente al suo sviluppo e al suo riconoscimento, a uscire allo scoperto, imbracciare un folgoratore (non tutti possono vantare un addestramento Jedi in piena regola) e combattere fino all’ultimo sangue.»

 

 

 

Continua a leggere

Ma come ti vesti? Fico!

Non fatevi ingannare da titolo.
“Ma come ti vesti?” è un programma che conosciamo tutti ed è presentato da Enzo Miccio e Carla Gozzi: l’intento è quello di dare alle persone un po’ di buon gusto nel vestire (non sempre riesce). Quel “Fico!” ha, qui, un senso ironico ed è il titolo di un piccolo saggio pubblicato dalla casa editrice Effequ che il sottotitolo esplica in maniera molto chiara: “i disastri del look maschile, dal calzino bianco alle sopracciglia depilate”.

Continua a leggere