Il coraggio di sparire/A proposito di Majorana

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«Sparire. Non era la prima volta che mi sentivo prendere da un impulso del genere. Sparire per non dover più affrontare gli ordini del capo, le umiliazioni, dei colleghi e gli assurdi progetti matrimoniali imbastiti da Ana, la mia fidanzata. Sparire come segno di vittoria sugli impegni e i problemi, di liberazione, del dissolversi di tutti i vincoli e le preoccupazioni a cui ci condanna un’esistenza materiale e corporea.»

Ci vuol poco a Ernesto Aguiar, redattore di necrologi, accettare un’indagine che lo porterà a Napoli sulle tracce di Ettore Majorana: basta non avere alternative. Ma se all’inizio l’incarico gli pesa, consapevole di essere sempre una figura di poco conto al giornale e per le difficoltà di dover comunicare un viaggio a un mese dal matrimonio, oltre al fatto di trovare assurdo compiere una ricerca su di un uomo scomparso 80 anni prima, una semplice parola cambia le carte in tavola.

Sparire.

Non sarebbe tutto più semplice? Svanire in un attimo, senza fornire spiegazioni di alcun tipo o affrontare situazioni non desiderate… Liberarsi di tutto. È bastato questo desiderio ad Aguiar per decidere di raggiungere l’Italia a bordo di una barca a vela di un vecchio amico di scuola. Ma i viaggi, la lontananza dall’involucro sicuro che ci si era costruiti, si sa, ti cambiano: l’idea di lasciar perdere il lavoro e proseguire sulla Victoria in compagnia di Ross il Biondo e la sua volontà di redenzione, forse in Turchia o senza toccar terra se non per brevi periodi. Li immagino così, con Ross al timone e il sorriso rivolta a prua ed Ernesto immerso nella lettura di manuali di fisica e testi che hanno tentato di dare una spiegazione al mistero della scomparsa del fisico. Li sento ridere e discutere sulle leggi della fisica o sulla possibile soluzione del caso, su Dio e quale sia la scelta giusta da compiere. Ma arriva il momento in cui una decisione deve essere presa, e Aguiar a Napoli ci arriva,  ma a nuoto. Si sveglia vicino al porto, solo, di Ross non vi è traccia e la barca sta per andare a sbattere contro gli scogli. Raggiunge, così, la città ma avrà una brutta sorpresa: diventerà il primo indiziato della morte di Ross il Biondo, fino a quando non sarà rinvenuto il cadavere.

«Majorana non ci ha pensato su, Majorana l’ha fatto.»

È qui la differenza tra chi sceglie e chi lascia che le cose vadano come devono: coraggio? Non lo so, quel che è certo è che abbandonare tutto è da pochi, e forse si deve arrivare a un punto di non ritorno, all’oblio perché possa rivelarsi la scelta migliore da fare.

Aguiar a Napoli incomincerà la sua indagine grazie all’aiuto del commissario Salvatore Esposito, un poliziotto ben voluto ma preso in giro perché non promosso nonostante i suoi anni di servizio: è uno di quei poliziotti che non possono fare carriera perché cercano la verità a tutti i costi, non sono semplici funzionari di polizia che cercano di chiudere il caso in fretta prendendo per vere le statistiche dei casi e lasciandosi sopraffare dalla mole di lavoro. Conoscerà anche Valeria a cui, dalla meravigliosa vista che si gode da Castel Sant’Elmo, dichiarerà silenziosamente i suoi sentimenti.

Javier Argüello ha la capacità di mescolare diversi generi per porre l’accento sulla vita dell’uomo e su quanto le scelte di ognuno di noi siano ben lontane dall’essere totalmente libere. Chi di noi non vorrebbe poter riscrivere almeno parte della proprio vita o conoscere e, così, modificare il futuro?

Che sia Napoli, o l’amore, o ancora la stessa figura di Majorana, il protagonista non può far a meno di porsi domande, di essere invaso da dubbi e dal desiderio di essere diverso, di fare scelte consapevoli, di “andare fuori gioco” per poter capire cosa davvero vuole da se stesso. Sarà proprio questa sua riflessione personale a portarlo alla possibile risoluzione del caso del grande fisico. Nessun suicidio dunque, nonostante tutto porti a pensare alla scelta più ovvia perché si trattava di una figura chiusa, solitaria, un genio, che, grazie un esperimento, aveva reso possibile la fissione nucleare. Per Aguiar la decisione di sparire era dovuta alla sua volontà forte di vivere secondo le sue regole e i suoi istinti, e lo aveva fatto.

«Se i ragazzi di via Panisperna andavano verso la fisica, Majorana ci viveva dentro, come se attraverso le equazioni non cercasse di risolvere un segreto estrinseco che spiegava i misteri dell’universo, bensì un segreto interiore che lo riguardava personalmente.»

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In un continuo raccontare i cambiamenti avvenuti in se stesso, tra la calma del mare e l’attracco su un’isola e l’esperienza a Napoli, Argüello ci parla di tutti di noi, dei nostri desideri e dei rimpianti. Ci permette di riflettere sulla vita, sulla inconsistenza della realtà attraverso la fisica, e su quanto seguire i proprio istinti, alle volte, sia un passo verso qualcosa di diverso, anche migliore. E forse, tutto questo pensare e interrogarsi, ha la sua origine nella città meravigliosa e contraddittoria di Napoli in cui basta muoversi di pochi passi per trovarsi davanti a uno spettacolo del genere, o sbucare tra la gente che passeggia per le vie del centro o ancora scoprire una piccola perla di arte. Ma basta anche poco per essere catapultati in mezzo allo strombazzare di clacson o alle file alla posta o, ancora, in spiacevoli episodi di ingiustizie. Napoli è così:

«Mi sembrava un brulicare di vita e di storia dove la realtà era più reale che in qualsiasi posto avessi mai visto, come se, paragonandole a Napoli, tutte le altre città in cui ero stato peccassero di leggerezza. […]
Mi sembrava che in quelle strade si potessero ravvisare tutti gli aspetti della civiltà occidentale e moderna, il commercio e la guerra, l’onore e il tradimento, l’alta erudizione e l’stinto di sopravvivenza più animale. E per me personalmente rappresentava una sorta di laboratorio dove ogni mia convinzione veniva messa alla prova, un’esperienza da cui trarre una lezione,come se in un certo senso tutto facesse parte di un piano ordito da qualcuno per darmi la possibilità di osservare la mia vita da una prospettiva diversa, una prospettiva che offriva ai miei occhi avvenimenti e individui nella loro vera dimensione affinché io giungessi, con un pizzico di fortuna, a vedere me stesso.»


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Javier Argüello
A proposito di Majorana
Voland edizioni
Tradotto da Tiziana Camerani e Francesco Ferrucci
Pagine 336
€ 16,00
ISBN 978-88-6243-203-0

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Ritrovare se stessi/A caccia nei sogni

Come fratelli cresciuti insieme, affrontarono la questione serissima dei genitori che si comportano in modo bizzarro e dei figli che cercano di reagire come meglio possono.

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Se in La fine dei vandalismi Tom Drury ha poggiato lo sguardo su una umanità tanto variegata, A caccia nei sogni ci permette di conoscere meglio le vite di una famiglia poco convenzionale da una parte, assolutamente tipica dall’altra.

Lo sguardo dell’autore si restringe su Tiny Darling, l’ex marito di Louise nonché uomo poco raccomandabile, che si fa chiamare Charles. Ha abbandonato il suo nomignolo per riacquistare la sua identità, il nome da uomo. È sposato con Joan adesso, e con lei ha un figlio, Micah. In famiglia, oltre al fratello Jerry che si innamorerà di una ragazzina, farà la sua apparizione Lyris, figlia di Joan, da lei abbandonata quando era piccolina.

A volte ho l’impressione che quello che dovrei diventare sia scritto sulla parete di fondo dell’universo e che si stia allontanando da me alla velocità della luce.

Drury ci racconta di vite semplici, insignificanti se guardate nell’insieme ma importanti perché sono vicine a ognuno di noi. Ci parla di insoddisfazioni, di dolori e di scelte.

Charles, pur rimanendo un uomo capace di rubare e di farlo con piacere, mostra il suo lato tenero e dolce con la figliastra Lyris, dimostrandole un affetto da padre: “Il meglio che possiamo fare è ricordarci l’uno dell’altro e, per amore del cielo, fare una telefonata quando vediamo che è tardi”. Insieme a lui seguiremo il suo animo ferito per la lontananza di una moglie che tanto gli aveva dato e per essersi reso conto tardi di aver lasciato andare una persona importante, senza aver fatto nulla per dimostrarle amore.

Joan riprende con sé la figlia abbandonata incapace di darle una spiegazione. È una donna confusa, disillusa, angosciata per un mondo in cui “un ragazzo spara al suo migliore amico” e bisognosa di ritrovare la sua luce nella notte della contea. Neanche il desiderio riuscirà a riportarle serenità; come Louise, deciderà di allontanarsi dalla sua famiglia abbandonando i figli, convinta che “la sua famiglia l’avrebbe aspettata. Joan agiva sulla base della frequente illusione secondo cui, in sua assenza, la vita delle persone a lei vicine avrebbe assunto un andamento circolare”.

Micah, un bambino che ha paura del buio della sua casa ma non quello della contea, silenziosa e solitaria ma illuminata dalla luna e dai lampioni. Non ha paura di girare da solo, ma sente su di sé il peso di una situazione che lui non comprende, e la mancanza della madre in casa fa vacillare le sue certezze.

E infine Lyris, la giovane donna che è stata affidata a più famiglie, girando come una trottola, per poi ritrovarsi dalla madre biologica che l’aveva rifiutata e da cui ben poco si sente amata. Ma è meglio di niente, poter fermarsi finalmente in un posto, ancora meglio se può essere chiamato casa.

Forse qualche residuo dei pensieri di Joan era rimasto impigliato tra i suoi vecchi abiti, e la mente di Lyris sarebbe riuscita ad assorbirlo. A quel punto, magari, avrebbe potuto capire.

Tom Drury non perde la sua prerogativa di utilizzare un linguaggio quanto meno emozionale possibile, lasciando poche frasi a significare il tutto, sentimenti, emozioni e stati d’animo. Ci parla di amori finiti o di momenti di stasi, di tristezza del cuore e sentimenti di impotenza. Di dubbi, di errori, di egoismo ma soprattutto di mancanza di comunicazione. Non lascia sgorgare parole che possano raggiungere un climax, generare pietismo o lasciare il lettore alla sua personale visione. È un dolore pacato, intimo, che turba il cuore ma che non si lascia scoprire da un osservatore esterno, e che trova risposta, forse solo nei sogni. A caccia nei sogni.


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Tom Drury
A caccia nei sogni
NN Editore
Traduttore: Gianni Pannofino
Pagine 240
18,00 €
ISBN: 978-88-99253-69-1
In libreria da: 02-11-2017

Squarci di vite ordinarie/La fine dei vandalismi

Le dicerie possono durare a lungo a Grouse County oppure riproporsi ciclicamente,
come le stagioni.

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Quando sento pronunciare la parola America la mia fantasia inizia a lavorare incessantemente. Non sono le grandi città ad attirarmi verso quel paese così tanto discusso, ma quei piccoli stati in cui, si dice, non ci sia nulla. L’Iowa fa parte del mio immaginario da sogno: prati infiniti, chiesette, alberi e villette a due piani con grandi finestre e porticati in cui sostare nelle sere d’estate, su un dondolo. Un po’ influenzata dai film un po’ affascinata da un tipo di vita così diversa dalla nostra, leggere di Stati Uniti, per me, è anche un po’ esserci.

In Grouse County ho ritrovato questa familiarità di paesaggi e di stili di vita. I personaggi creati dalla penna di Tom Drury si muovono in una contea, questo piccolo spazio che dà l’idea di essere chiuso in se stesso, un po’ svagati e sempre con la lentezza che caratterizza luoghi piccoli e di provincia, in cui le dicerie e le voci si diffondono con il vento.

Si avverte quell’intimità familiare, come entrare in ogni casa e sedere al tavolo del soggiorno a bere una tazza di tè, prendendo parte alla giornata tipo di ognuno di loro. È facile, così, ritrovarsi tra i battibecchi di una coppia o a estenuanti riunioni, assistere al fallimento di un negozio o a una esercitazione dei pompieri, più bravi a spegnere gli incendi da loro appiccati per esercitazione. Ci si trova di fronte a una grande comunità di persone così diverse ma in grado di vivere la semplicità di quella vita che gli si offre. Tom Drury mette in scena una rappresentazione quasi grottesca del passare del tempo, dando a ogni personaggio una sua caratterizzazione tra l’ordinario e il bizzarro, senza che questi due elementi possano essere distinti. Si fa presto a sentirsi a casa e a non considerare pazzie dialoghi e comportamenti che ben poco rientrano nella normalità di ognuno di noi, e anche nei romanzi a cui siamo abituati.

Definirlo romanzo corale non è esatto: ognuno ha la sua voce e il suo ruolo, qualcuno ritorna mentre altri vengono lasciati indietro con il loro pezzetto di storia. Tutti lavorano per dare l’idea di comunità, ma ci sono Louise, Tiny, Dan e Mary che si impongono su tutti.
Tiny, all’inizio ladruncolo e vandalo, divorzierà da Louise iniziando un percorso per ritrovare una identità e comprendere quanto quella donna fosse parte di sé.
Mary, la madre di Louise, con cui condividerà piccoli momenti familiari e litigi, ma che non si tirerà indietro nel momento del bisogno.
Louise e Dan, amici, amanti e poi marito e moglie, condivideranno piccole gioie e grandi dolori.

La gente si domandava che cosa ci trovasse Louise in uno come Dan. Ovviamente, lui aveva i suoi pregi. Forse non era particolarmente efficace nella lotta contro il crimine, ma nella maggior parte delle situazioni si comportava in maniera apprezzabile, cosa di cui non tutti i tutori dell’ordine sono capaci. […] La domanda riguardava soprattutto Louise, che si era fatta una certa fama di persona avulsa dal paese e dai relativi affari.

Ogni evento verrà descritto con una asciuttezza di stile sorprendente e spiazzante; nessuna parola di troppo o sbavatura nei dialoghi, non si avverte quasi il senso di angoscia o di agitazione che i personaggi vivono nelle difficoltà di tutti i giorni o in quelle più dure. Pochi passaggi, brevi frasi o la descrizione del cielo riescono a racchiudere sentimenti individuali e universali.

I colori erano vividi e veri, ma in qualche modo loro due sentivano che stavano osservando il panorama senza più riuscire a farne parte.

Solo in un momento l’autore si dilunga su un evento che colpisce Dan e Louise, concentrando l’attenzione su di loro anche quando a parlare sono personaggi di contorno. Racconta senza struggimento, senza aggettivi che servano a quantificare il dolore, non vuole creare pathos o angoscia. Dà l’idea di essere un osservatore posto di lato alla scena, esterno ma vicino al dolore. Quasi come se volesse lasciare ai personaggi il tempo di elaborare, racchiudendo la sofferenza in una bolla trasparente, visibile agli altri ma non penetrabile. In questo il suo stile riesce perfettamente a far penetrare la vicenda nell’immaginario e nel cuore del lettore con facilità e naturalezza.

Non mise via la culla né trasformò la camera della bambina in una stanza di servizio. La gente, anche gente che lei non conosceva bene, si offriva di portar via le cose della bambina, intendendo che qualcuno doveva pur farlo. Lei pensò che un tempo doveva essere una consuetudine, perché le madri, di certo, non se la sentivano di farlo. Tuttavia, le coperte e la sedia a dondolo, la culla e il comò erano la sola prova concreta del fatto che una bambina, a un certo punto, c’era stata.


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Tom Drury
La fine dei vandalismi
NNEDITORE
Traduttore: Gianni Pannofino
ISBN: 978-88-99253-55-4
Pagine 400
16,15 €

Bonjour tristesse/L’angolo del mondo

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La storia di Marian è il racconto di una solitudine profonda che, solo per brevi momenti, diventa meno acuta grazie alla scintilla di un amore improvviso, adolescenziale e tumultuoso.
La conosciamo in un periodo della vita in cui ha perso la madre, suo baluardo, suo esempio, frequenta senza impegno il suo ex compagno e insegna spagnolo all’Università con uno stipendio che non le permette vestiti e un vino decente, tanto da essere costretta a vendere molti oggetti della madre per racimolare soldi. Marian ha 37 anni, vive a Cuba, dove è nata, e a parte poche persone il suo contatto con l’esterno è una semplice segreteria telefonica, un tramite tra il fuori e il dentro del suo rifugio. Il suo angolo di mondo. A sconvolgere il suo spazio arriva Daniel, giovanissimo scrittore al suo primo libro pubblicato la cui prefazione verrà affidata proprio a Marian.

“Marian, sei un’altra persona. Eri morta e senza nemmeno la voglia di fare il minimo sforzo per alzare il coperchio della tomba e guardare fuori. Sei raggiante, piena di forza, nella tua rabbia, in questa guerra da innamorati adolescenti. Non so se ti ama davvero o te lo fa credere, ma tu sei un’esplosione di vita e di emozioni. Perché fuggi?”

E se la storia d’amore prosegue tra discussioni, diverse visioni del futuro e paranoie che ben poco giovano alla narrazione, la mia attenzione è stata attirata dai personaggi cosiddetti minori che riescono a vivacizzare la narrazione arricchendola con le loro storie personali, insieme ad alcuni indizi sulla vita a Cuba. Gli stessi personaggi, poi, danno luogo a due tematiche fondamentali del romanzo: il viaggio e la scrittura.

Oltre, quindi, a incontrarsi grazie (o a causa) di un libro la protagonista e Daniel, conosciamo Sergio, “lo scrivano con la testa che trabocca di storie” ma che non ha interesse a diventare famoso. Idea romantica forse di scrittore. Poi c’è il falso romanzo che Marian ha detto di aver iniziato a scrivere quando la madre stava male, per condividere con lei una gioia e un segreto, farle credere ancora in qualcosa. Ma quel libro non è mai arrivato. C’era, aveva iniziato a digitare storie del libro che Daniel voleva scrivere a quattro mani, ma sono state cancellate e mai salvate. La letteratura come ponte tra persone, come speranza e consapevolezza.

La vicenda della madre di Marcos, invece, ci racconta qualcosa della vecchia Cuba: da serva divenne padrona della casa dei proprietari a cui era soggetta, dopo la partenza verso mete più favorevoli. E qui il tema del viaggio: del racconto di tutti coloro che sono andati via in cerca di fortuna ma che lasciano dietro di sé più di quanto immaginino, e di quelli che invece non voglio andar via. Lorena la pittrice che “non vuole sorprese, vuole rimanere nel suo angolo” perché il primo viaggio porta necessariamente al secondo e così all’infinito. A Marian che di andarsene via da quel posto così difficile e contraddittorio non ci pensa nemmeno; vuole la sua sicurezza, la sua identità che altrove perderebbe. E poi c’è il personaggio di BiDi, un po’ saggio, un po’ padre che appare sempre nei momenti giusti.

“Ma la vita reale arriva anche nel resto del mondo. Ti metti a cercare lavoro. Conosci la città da cima a fondo, eppure continua a esserti estranea e non ti sei fatto un amico. Inizi a ricordare e i ricordi di accerchiano e ti risucchiano. Ti rendi conto di quanto siano belli il tuo paese e la tua gente. Ricordi un’Avana idealizzata che esiste solo nel tuo cuore. E ti rassegni a vivere lontano da lei.”

A me fa tornare alla mente la nostra situazione attuale: la ricerca di fortuna fuori e il legame viscerale che che ognuno ha con la propria terra o con la propria famiglia. Ti senti sempre straniero da un’altra parte, anche se usi la stessa lingua.


Autore: Mylene Fernández Pintado
Genere: Narrativa
Collane: Gli Alianti
Traduzione: Laura Mariottini e Alessandro Oricchio
Data Pubblicazione: 21/09/2017
Numero di pagine: 224
Codice EAN: 9788871687957
Prezzo di listino: 16 €
Lingua Originale: ES

Omologazione e intolleranza/Le ballerine di Papicha

Chi ha mai potuto creare una città così?
Certamente un uomo che non ama né i colori, né il bianco, né il nero.

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“Il mondo di Algeri è un piccolo mondo, una tazzina di caffè.” Amaro aggiungerei.

Algeri come un mondo chiuso, come la descrizione di una qualsiasi nostra provincia in cui tutti si conoscono, o credono di conoscersi, si salutano e spesso si disprezzano. A mettere in luce questo strano sentimento di comunità è una famiglia molto chiacchierata nel quartiere per i comportamenti di alcuni dei membri, e altri personaggi alla famiglia in qualche modo legati. Conosciamo Adel, il figlio bello e maledetto, odiato dai suoi coetanei, e la bella Yasmine: due personaggi che ricordano un po’ quelli di Mapocho, come se la loro sofferenza sia dovuta alle grandi contraddizioni della città. Della madre non conosciamo il nome, il padre è morto già da diversi anni e poi c’è la figlia maggiore, una bellissima donna che ama la pittura e che è costretta a badare il marito uscito fuor di senno. Facciamo la conoscenza di Mouna, la bambina con le ballerine di papicha, l’unica che ancora non conosce le avversità della vita e che volteggia serena e spensierata nelle sue scarpette rosa. E poi ci sono giovani che si riempiono la bocca di grandi discorsi sul cambiare il paese o andare via, mostrando una violenza inaudita che mostra quanto sia radicato nella società un certo ideale e un conformismo senza eguali.

Chiudo gli occhi per non vedere la città sfilare davanti a me, per non vedere più le strade di Algeri la Bianca. Soltanto gli stranieri possono rimanere estasiati davanti al suo biancore. Io, che sono nata qui, che sono sempre vissuta in questa città, in cui certamente morirò, non ne vedo più il candore, la bellezza o la gioia di vivere, ma soltanto le buche che mi fanno sobbalzare sul sedile, i piccioni che mi lanciano gli escrementi sulla testa e i giovani disoccupati che che cercano di rimorchiarmi quando passo. Ah, dimenticavo: le vecchie! Le vecchie sceme per le scale, che mi consigliano di coprirmi di più. Le vecchie megere che, in autobus, mi prendono la mano e mi parlano dei figli che le fanno disperare. Le vecchie tarme odorose di menta o di rosa che ti si aggrappano al braccio, senza nemmeno avvertirti. Le vecchie cariatidi che gridano ordini, consigli, che si dibattono, si agitano, si innervosiscono.
Schifezza di vecchie. Schifezza di città!

Leggere questo libro è come profanare un diario segreto o ascoltare di nascosto confessioni costrette a rimanere nel cuore e nella mente. Significa scoprire i segreti di una famiglia e le grandi difficoltà di una città che tanta guerra ha dovuto subire, continuamente contesa tra volontà di emancipazione e un passato di violenza e pregiudizi. Sono proprio questi temi a prendere vita con tanta forza nelle parole di Yasmine, nel suo desiderio di essere libera di vivere la sua giovinezza senza imposizioni di alcun tipo da parte non solo del potere, ma della stessa popolazione ormai completamente in balia delle altrui decisioni, in una città che di bianco ha solo il colore dei palazzi, ma non ha nessun significato di purezza.

Ma a colpire forte è anche la madre, la cui assenza di nome proprio mi dà l’idea di un voluto distacco nei confronti del sentimento di famiglia che dovrebbe esserci, in un monologo furioso e sprezzante. Ritroviamo qui la volontà di omologazione che qualunque governo non democratico vorrebbe per i propri cittadini, un sentimento così grande e profondo di vergogna nei confronti dei figli così diversi dagli altri, tanto da portarla a fare il test del DNA per ben due volte per assicurarsi che non ci siano stati errori, da farne provare altrettanta a me di vergogna nei suoi confronti e in ciò che causerà.

“Sono proprio figli miei. Tutti e tre. Nutrivo la segreta speranza che uno di loro fosse stato malauguratamente scambiato in culla, ma non è così.”


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Collana: altriarabi migrante
Titolo originale: L’envers des autres
Traduzione di: Federica Pistono
ISBN: 9788887847543
Pagine: 76
Prima edizione: luglio 2017

Nati sotto una cattiva stella/Mapocho

La morte è una menzogna, Fausto.
Mi sono strappato gli occhi eppure vedo ancora.
Non c’è via d’uscita, sono fregato.

Nascere a Santiago, nel sud del mondo, significa nascere sfigati. La Bionda lo sa, ricorda quando la nonna, con i suoi gatti, pregava la vergine ma questa era sempre girata dall’altra parte, offriva loro il suo sedere liscio e pallido. Erano sulla riva sbagliata del Mapocho, ancora più maledetti. Lei, l’Indio, Fausto e la Madre. Segnati.

Arrivano momenti della vita in cui l’unica decisione da prendere è quella di scappare, di lasciare la grande casa nel Quartiere, la nonna con i gatti e il marito, perché i figli hanno diritto a una speranza. Ma i ricordi non ti abbandonano neanche se continui a fuggire sempre più lontano, i ricordi e le delusioni sono un bagaglio costante di ferite che si rimarginano ma che hanno bisogno di un nulla per riaprirsi e bruciare. I due ragazzi vivranno in una casa su una spiaggia, lontano dalla loro patria, cresceranno con una bugia, con una morte nel cuore. Ma la morte è una menzogna, come la Storia.

“Le menzogne si costruiscono con le parole. Escono da una bocca indecente ed essendo fatte di lettere prendono vita nel momento in cui vengono pronunciate. Le menzogne hanno ali e volano come un avvoltoio, girano sulla carogna e si nutrono di quelli che non hanno anima, di quelli che non sanno, che non vedono o non vogliono vedere. Le menzogne ingannano. […]”

Lo inizio con curiosità e perplessità questo viaggio sul Mapocho, lasciandomi trasportare dalle sue acque torbide stesa in una bara, scorgendo a ogni curva pezzi di Storia e storie, reali o immaginate, simboliche, che roteano in una confusione impazzita nel tentativo di darsi un senso logico.

Nona Fernandez qui è al suo esordio di narratrice e spiazza tutti con una linguaggio ai limiti del volgare in alcuni casi, rendendo perfettamente la condizione di chi vive in un posto come Santiago, specialmente sotto la dittatura di Pinochet, e uno stile vorticoso, come se si trattasse di pensieri lasciati a briglia sciolta che si muovono a volte più lenti, altre volte con più velocità, seguendo le andature dell’acqua del Mapocho. I personaggi sono morti, ma appaiono perfettamente vivi, vividi, sofferenti. Ognuno ha la sua storia da raccontare, che si intreccia nella storia di un paese deturpato: la Fernandez racconta questa violenza attraverso poche frasi, riflessioni del singolo che riflettono quelle di un popolo, la rilegge raccontando quelle che possono sembrare leggende e fiabe inventate ma che rappresentano perfettamente il tracollo che ne è conseguito.
Ritroviamo personaggi e fatti che non conservano il proprio nome, ma sono riconoscibilissimi: il Colonnello che si impone con la forza e che spazza via qualsiasi differenza, per fare pulizia, o l’incendio dello stadio che nella realtà è stato un campo di prigionia per molto tempo. Non c’è scampo agli orrori, neanche i morti hanno pace a Santiago del Cile, il fiume putrido li rigetta ai suoi carnefici.

Ma la Storia qui non è solo una rivisitazione dal punto di vista dell’autrice: fa parte di quelle parole menzognere che ingannano. Trovo questo punto di grande attualità e importanza, quasi il vero senso del testo tutto: la storia ufficiale non è veritiera, non è reale. Fausto, il padre, inventore di storie per i bambini del Quartiere in tempi di luce, verrà sequestrato dai militari e costretto a riscrivere la storia del paese secondo le regole del regime, cancellando i punti più bui e oscuri e falsando la realtà. Che possibilità di redenzione può sperare chi è complice di un tale sfregio? Quale destino per una città il cui passato è stato cancellato?

“Tutto ciò che non ha trovato spazio nei volumi della biblioteca giace a terra tra polvere e sporco. Per tanto tempo Fausto ha conservato questi testi come una sorta di garanzia. Finché i suoi appunti fossero esistiti, una parte dell’uomo che era stato avrebbe vissuto dentro di essi.”

Io la vedo ancora la Bionda camminare per quelle strade così diverse, con una ferita alla testa da cui escono schegge e ricordi. Sento la sua confusione, i momenti di lucidità e di perdita di senso. Li vedo quegli strani personaggi aggirarsi come fantasmi e sento la presenza dell’Indio, sempre nascosto dietro i cespugli a prendersi cura di lei da lontano, anche nella morte, anche nel proibito di un amore maledetto.

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Collana: gran vía original
Titolo originale: Mapocho
Traduzione di: Stefania Marinoni
ISBN: 978-88-95492-44-5
Pagine: 212
Prima edizione: marzo 2017
Formati: brossura
Prezzo: 16,00 €

Viaggiare salda i rapporti/In fuga con la zia

20170419_111802 (1)Il nome di Miriam Toews era capitato più volte davanti ai miei occhi, ma non mi ero mai decisa a immergermi nella lettura delle sue opere. Poi, a poca distanza dalla nuova pubblicazione Marcos y Marcos, la curiosità vince e la casa editrice mi omaggia di “In fuga con la zia”.

Credevo di trovarmi davanti a una commedia, un viaggio on the road stile americano (Kerouac per citarne uno conosciuto) alla ricerca di se stessi. La Toews crea una storia che gioca sull’assurdo e sul grottesco di alcuni incontri e sulla necessità di scappare da una situazione che sembra insormontabile e dolorosa.

La fuga del titolo quindi c’è, mascherata da ricerca di un padre che è stato costretto ad abbandonare la famiglia e a rifarsi una vita, ma che ora è necessario ritorni al ruolo che gli spetta di diritto. Mascherata perché Hattie, la zia che correrà dai nipoti, non ha la capacità di prendersi cura di loro e della sorella, mascherata perché Min, in ospedale, i figli non vuole vederli più.

«Min è inchiodata a letto, tira avanti a siluretti blu, convinta che un milione di automobili metallizzate stiano per piombare su di lei, Logan passava guai a scuola per via di certe storie inquietanti che scriveva, Thebes si era spacciata per Min al telefono con il preside, la casa cadeva a pezzi, la controporta del cortile era volata via, una famiglia di topi feroci si era installata dietro il pianoforte, i vicini erano stufi di ritrovarsi asce in cortile ogni due per tre… in sostanza, le cose stavano sfuggendo di mano. E Thebes ha soltanto undici anni.»

E allora zaino in spalla, si parte su un vecchio furgone con Hattie, Logan e Thebes, ognuno col suo bagaglio di preoccupazioni e di incertezze. La zia Hattie è tornata da Parigi dopo essere stata lasciata, ancora troppo legata a lui ma conscia di avere un ruolo importante nella vita dei due ragazzi. Ricorda che alla sua nascita Min ha cominciato a “viaggiare temporaneamente in due direzioni opposte, verso l’infanzia e verso la morte”, sentendosi in colpa per qualcosa che non comprendeva.
Logan è il nipote più grande, chiuso nel suo mondo di musica e basket, in piena tempesta ormonale e ancora molto confuso, che sente gravare su di sé il peso della sorella e di una vita che non ha scelto.
Poi troviamo la piccola Thebes, il personaggio per me più riuscito. 11 anni, capelli colorati, vestiti sempre appiccicosi, ha una rapporto strano con la pulizia. Adora disegnare, ma soprattutto parlare.

«Thebes è diventata una macchina parlante. Forse si propone di usare tutte le parole che Min ha abbandonato, prendendo qualsiasi cosa le passa per la testa, pensiero, fatto, idea, per trasformarlo in suono, rumore, vita.»

Ama la madre e non riesce a comprendere il suo male. Ancora troppo piccola per pensare a sé, passa da momenti di maturità ad altri in cui dimostra la sua vera età. “È chiaro che Thebes passa molto tempo ad ascoltare sua madre, a sforzarsi di capire, a cercare uno spiraglio.” 

Miriam Toews dà vita a un microcosmo all’interno del furgone in cui i tre protagonisti sono costretti a confrontarsi attraverso poche parole e più silenzi, a sostenersi a vicenda e, perché no, a crescere. Tra incontri comici e strani, il viaggio raggiunge il punto di arrivo e intanto Thebes è riuscita a farti sorridere e a spezzarti il cuore.

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