Premio Napoli 2017/Parigi è un desiderio

“Ho sempre vissuto in un posto dicendomi che quello non era il mio posto.”20171217_180038.jpg

Andrea Inglese, con il suo primo romanzo, è finalista del Premio Napoli 2017 nella sezione narrativa. La sua è, a tutti gli effetti, un’opera prima essendo lui autore conosciuto di poesie e saggi letterari.

“Parigi è questo sogno che mi sono fatto ancora prima di averci messo piede e quando della vita sapevo poco, ossia quando pensavo di sapere che cosa contasse o meno in una vita, che è un tipo di sapere di corta durata, molto florido tra i diciotto e i venticinque anni.”

Io a Parigi non ci ho mai vissuto, ma da turista l’ho visitata due volte: lunghe camminate, visita ai monumenti e poi di ritorno a casa. L’atmosfera romantica e bohemienne che vien subito alla mente quando si parla della città è stata qui portata da film e libri, ed è la stessa che il protagonista del libro, Andy, sogna e fa sua. Attraverso gli scritti di Céline e la bellezza della ragazza di “Fino all’ultimo respiro” di Godard gli fan credere che a Parigi possa succedergli qualcosa, che la sua vita possa essere stravolta e ogni giorno sia diverso, senza abitudini, non come a Milano, ormai “senza grandi segreti e senza grandi spaventi”.

Dopo un’adolescenza punk e droghe con letture che spaziavano da Bacon a Burroughs e il tentativo di sopravvivere a una società di pura apparenza ma di assolute contraddizioni e indifferenza per i più, arriva il primo viaggio a Parigi.

“Innanzitutto bisogna sfuggire al turismo, al disperato mestiere del turista, che a Parigi è costantemente impegnato in fallimentari piani di godimento, dovendo trovare il modo di vedere tutto quanto si deve vedere, ma anche tutto quanto, da turista, non si dovrebbe vedere, insomma l’essenziale e l’inutile, il programmato e il casuale, lo storico-culturale e il contemporaneo spaventoso, lo splendore del lungosenna, ad esempio, con di sguincio il dorso gugliato di Notre-Dame, e l’angolo con due africani scalmanati, sotto il ponte della metropolitana di Barbès, che minacciano di farsi fuori a coltellate proprio a due passi da una carogna di topo.”

La città, la cultura, lo stile di vita di un popolo passa attraverso ogni luogo, ogni evento, qualsiasi particolare che sia un odore, un fiore o un suono, e Parigi può dirsi una città dai mille volti. Andy capirà presto che per appropriarsi di lei dovrà stabilirsi e lavorare, ma la capirà veramente grazie alle donne, anche perché Parigi è femmina. Saranno diverse le storie, brevi o lunghe, che lo riporteranno più volte a Parigi dopo quella vacanza con gli amici, fino a traslocare e convivere con Andromeda, un amore pieno e passionale che durerà per dieci anni. Entrerà nella città attraverso il contatto fisico, l’impulso, il desiderio e la convinzione di aver trovato il suo posto.
Andy con le donne e con Parigi ha sempre avuto un rapporto confuso. Alcune volte è stato molto bene e altre male, e questa consapevolezza quando arriva è un tormento: con la fine della relazione con Andromeda termina anche quella con la città… per sempre?

Quello di Andrea Inglese è un romanzo di crescita, di amore, di fallimenti e di forza di volontà. È la storia di un amante delle lettere, di uno scrittore e di un uomo sempre un po’ bambino che capirà presto quanto in ogni città si creano delle abitudini, che forse non è il posto a condizionare la vita ma le nostre scelte.

“Romanzo di formazione, con qualche decisa pennellata sociologica, e dosi ben distribuite di storia letteraria e dell’arte, soprattutto novecentesca, molto scorciata e aneddotica, e anche dell’erotismo generale e internazionale […]”, l’autore ha certamente puntato alto, decidendo di scrivere di Parigi in maniera non convenzionale, inserendo nel testo parti di critica e e di storia che non sempre si amalgamano perfettamente, anche quando denuncia il sistema universitario e il precariato francese in cui il protagonista decide di allontanarsi. Un ibrido quindi, sicuramente interessante e da leggere.

Annunci

C’erano un inglese, un francese e una napoletana/Non conquistammo che sabbia

Il deserto è un oceano della terraferma e l’immagine dell’immensità.

20171125_125708.jpg

La possibilità, e la fortuna, di presentare libri di autori di cui eri ignara, spesso esordienti in case editrici piccoline e sconosciute, riserva delle sorprese: incontri interessanti, chiacchierate allegre e piccoli pezzi di scrittura brillante.

“Non conquistammo che sabbia” è il primo romanzo di Domenico Aliperto, giornalista, fotografo e viaggiatore. Attualmente si occupa di tecnologie, più di questo non so spiegare. C’è molto delle sue passioni in questo romanzo, storico e d’avventura, divertente e illuminante. Mi ha raccontato che è nato tutto da un gioco che gli hanno fatto fare a un corso di scrittura: aveva tre parole, budino, cammello e parrucchiera e con queste doveva creare una frase che avesse un senso. Nasce da qui l’incipit del romanzo, indicativo sia dello stile ironico dell’autore sia di uno dei personaggi più buffi della storia ma che subirà un cambiamento nel corso del viaggio.

“Venti giorni di giallo e torrido deserto. Le chiappe come un budino sbatacchiate sul dorso di un serafico cammello e in testa soltanto tre parole: acqua, bidè e parrucchiera.”

Madame De Cecco è una donna della nobiltà napoletana che decide di andare a vivere nella casa di Mondragone per allontanarsi dai genitori e dalle malelingue: è una donna consapevolmente ignorante, a quell’epoca non vi era alcun interesse a dare un’educazione scolastica alle figlie femmine poiché loro compito era quello di accudire poi i figli, dai costumi libertini. Aveva, dalla sua, una grande passione per i viaggi e le avventure che intraprendeva comodamente dal sofà durante le feste alla villa, in cui a essere invitati erano spesso personaggi di una certa levatura dediti all’azione. È proprio durante una di queste sontuose feste che incontrerà Archibald McFenzie e Roger Delacroix, il primo ambasciatore inglese il secondo gesuita francese dalla dubbia fede, e con loro, per la prima volta, il viaggio non sarà solo un sogno.

Inseguiti dai sicari del movimento dei Giovani Turchi, Delacroix e Madame raggiungeranno Napoli per salpare su una barca diretta a Tripoli. Qui la donna, che inizialmente era restia a partir con loro pur essendo in pericolo, inizierà il suo cammino verso il cambiamento:

“Napoli è assurda perché è un labirinto di facce. che cambiano come fossero pareti mobili e ti disorientano. Un attimo prima sembrano del tutto indifferenti. Paiono tramortite dal baccano delle strade, dalle urla dei venditori di pesce, dal cigolare delle carrozze. Non ti darebbero retta nemmeno se stessi morendo. […]
Ma volete sapere qual è il motivo vero per cui io penso che Napoli sia assurda? Perché nonostante tutte queste contraddizioni pazzesche, Napoli è di una bellezza senza fine. O forse è proprio per questo che Napoli è uno dei luoghi più straordinari che la nostra civiltà, in tutta la sua memoria, abbia mai conosciuto.”

Perché Napoli è così e chi ha tanto veduto non ha bisogno che di guardarsi intorno e ascoltare per avere piena consapevolezza di un luogo. Ma Madame ha preferito chiudersi tra le mura della villa e non guardare. Vuole partire ora, vuole poter dire anche lei che Napoli è assurda, o Parigi, o Londra.

Ma dalla bellezza di una descrizione così precisa della città, presto l’autore riporterà l’avventura su toni più ironici e buffi coinvolgendo il terzetto in avventure pericolose ma sempre raccontate con l’intermezzo di botta e risposta e battute, grazie anche al carattere della donna che metterà spesso nei guai i due uomini. Nonostante i suoi difetti, sarà impossibile non innamorarsi della nobildonna: così bella e appariscente, leggera nel modo di vivere, inconsapevole fino alla fine di quanto la realtà non sia come quella delle sue fantasie, ingenua ma capace di buoni sentimenti.

“Essere innamorati è roba da ragazzini. Amare una donna e non poterci stare insieme invece è straziante.”

Domenico Aliperto ha costruito un romanzo in cui tanti elementi si amalgamano tra loro: un po’ Indiana Jones con le sue avventure rischiose e assurde, un po’ romanzo storico con alle spalle uno studio notevole dell’epoca, con l’inserimento di aneddoti e notizie reali ma poco conosciute inserite sapientemente nel testo, un po’ commedia e romanzo ottocentesco. Raccontare la storia è impossibile, ma non vi son dubbi nel dire che si tratta di un esordio convincente e coraggioso, anche per la piccola casa editrice che ha deciso di investire su 700 pagine dense. Un complimento alla copertina e alla decisione di cambiare il titolo che, come dice l’autore, racchiude il senso ultimo della spedizione: non conquistammo che sabbia, ovvero che il piano si rivelò inefficace tanto che la guerra in Libia, purtroppo, non verrà evitata.


download.jpg

Domenico Aliperto
Non conquistammo che sabbia
Bianca e Volta
Pagine 730
17.00 €
9788896400371

Cambiamenti/Un anno di scuola

“Gli sembrava d’avere il cuore pieno di parole, eppure quando si trattava d’aprir la bocca non sapeva che cosa dirle.”

20171115_130325.jpg

Anche se l’anno 1909-1910 è così lontano da me, la fine della scuola ha la stessa capacità di stordimento in ogni epoca. Ma a Trieste, nel ginnasio comunale Dante Alighieri, a scombussolare gli animi sarà soprattutto Edda Marty: prima donna a entrare in una scuola maschile, subito dopo la legge.

“Io dico che se quella monella viene in classe nostra, ci rovina tutti.”

Mai parole furon più vere perché Edda Marty farà innamorare tutti con la sua allegria, la freschezza di quegli anni e la libertà che ostenta. Metà slava e metà tedesca, agognava la libertà più di tutto il resto. I genitori la portarono a Trieste da Vienna, dove invece lasceranno la figlia maggiore. e la iscrissero in un liceo femminile. Ma la vita indipendente che in Austria le era permessa costituiva un ricordo ancora vivido e il suo carattere non poteva sopportare alcuna chiusura. Ecco perché fu decisa a iscriversi all’ultimo anno del liceo maschile e volare, poi, verso l’Università, lontana dalla gretta provincia italiana. In classe si trovò subito a suo agio nonostante i compagni le girassero intorno continuamente, ma era un piccolo prezzo da pagare per raggiungere i suoi obiettivi. Un giorno come tanti la sorella tanto amata tornò a casa perché aveva una brutta malattia della quale, poco dopo, morì. Ed è qui che Stuparich rende perfettamente la vita di una piccola città:

“La gente era scandalizzata. Questa volta poi la misura traboccava. Quella fanciulla non rispettava ormai nemmeno i morti. In molte famiglie, soprattutto nelle famiglie delle antiche condiscepole di Edda Marty, non si fece per più giorni che parlare del funerale della povera sorella di lei. Anche in quella occasione andar a provocare, a calpestare tutti i riguardi umani e sociali! Ma s’era mai visto una parente, una sorella seguire un feretro, vestita a quel modo?”

Come è facile giudicare quando qualcosa non si confà a ciò che si reputa giusto, che la società ha imposto come canone, come regola e come è semplice credere sempre di esser noi all’altezza. Neanche il dolore riesce a fermare la lingua, a creare vicinanza a chi vive di apparenza. Edda Marty amava sua sorella, aveva vegliato per intere notti accanto al suo letto trovando, la mattina, la forza di sorridere ai suoi compagni e di andare in gita con loro per cacciar via, nell’aria, il suo acuto dolore. Aveva accettato, inerte, la serenità della sorella e ben fissati nella mente i suoi consigli e i suoi desideri: “seppellitemi in un pezzo di terra sconosciuta” aveva detto, senza preti e funerali. Ma i genitori non avevano voluto esaudire i suoi ultimi desideri, così Edda aveva tentato di persuaderli, si era vestita di bianco per rabbia anche nei confronti di genitori che non avevano fatto nulla per contrastare i capricci della sorella. Una forma di amore disperato il suo, che aveva anche finito per darle ancora più tristezza avendo attirato sguardi e malelingue sulla sua famiglia.

“Mantieni la tua libertà di coscienza e di azione, è preziosa e noi ce la siamo conquistata a duro prezzo. Ma sappila usare, meglio di me che l’ho sprecata. Non fidarti del mondo. L’altro pericolo che abbiamo in noi è d’illuderci facilmente, di credere a tutto. No, non credere agli uomini se prima non t’abbiano dato una grande prova.”

Ma saranno proprio gli uomini a far vacillare la sua ferrea volontà di rimanere libera. Sarà Antero, il compagno di classe più silenzioso e riflessivo, chiuso in se stesso, a rubarle il cuore. Durante uno dei loro incontri nel giardino di casa di Edda, prima di far ritorno a scuola dopo la morte della sorella, lui le confidò il suo amore con un bacio. E poi tanti baci, senza mai saziarsi. Si inebriavano di quel primo amore così forte, così avido. Erano felici, passionali, avevano trovato l’uno le braccia dell’altro, ma lo facevano di nascosto per goderne appieno e, forse, per non creare scompiglio in classe. Ma per Antero questa gioia diventa presto amara, la gelosia si fa spazio senza chiedere permesso. Ben presto Pasini, un ragazzo della classe, tenterà di uccidersi perché non ricambiato da Edda. E allora lei, che vedrà in questo gesto una prova d’amore, deciderà di sacrificare il suo amore per Antero pur di risollevare le sorti di chi per lei ha sfiorato la morte.

“Lo studio era il prezzo della sua libertà, la scienza che l’attraeva era il campo dei liberi rapporti con gli uomini; ella non voleva esser dominata, ella non voleva rispondere che a se stessa della propria vita.”

Le incomprensioni, la durezza della vita riporteranno Edda Marty sul binario che aveva scelto di seguire. Sarà la madre di Antero, disperata per il figlio, a chiederle di lasciarlo stare, di lasciarle il figlio per cui tanto si è sacrificata e che ha visto allontanarsi da lei. Un gesto di egoismo e di amore il suo, ma che aiuterà Edda a ritrovare la sua libertà e l’intera classe a terminare quell’anno di scuola così importante con una forza maggiore. Perché l’ultimo anno di scuola è uno spartiacque tra il prima e il dopo, tra l’adolescenza e la maturità; arriva il momento delle scelte e dei programmi futuri che, Stuparich, fa esprimere soltanto alla giovane protagonista. I ragazzi, seppur profondamente attaccati al paese e alla causa triestina, sembran rassegnati a non avere aspirazioni.

Se di finzione sembra si tratti, in realtà l’autore si è concesso qualche libertà rispetto ai veri avvenimenti biografici che racconterà in una lettera alla moglie e che viene riportata nel testo.

Quodlibet riporta in libreria un racconto drammatico ma narrato con leggerezza e dolcezza, con cui è facile sorridere e commuoversi oltre a poter ritrovare un po’ di noi, ricordando il primo amore e gli anni di scuola. Stuparich descrive la sua Trieste attraverso i paesaggi e le stagioni, in un periodo di cambiamenti profondi, di emancipazione femminile creando una figura di donna dominatrice e non dominata, di donna pronta a imporre i suoi diritti ma senza sentirsi meno forte perché bisognosa di amore.


cover__id3001_w800_t1503585030.jpg&.jpg

Giani Stuparich
Un anno di scuola
Quodlibet
Pagine 96
€ 13,00
ISBN 9788822900814

Sappiamo accettare?/La madre di Eva

Sono qui Eva, sono accanto a te. Sono seduta nel corridoio freddo di fianco alla sala operatoria, dove tu sei sdraiata, nuda, per l’ultima volta donna, bambina, femmina.
Non mi senti e non mi vedi ma sono qui. Non ti lascio. Ho promesso che ci sarei stata fino alla fine e sono qui. Ti ho portato in capo al mondo a farti smembrare come un agnello sacrificale e resto con te fino al compimento di questo sacrificio estremo. Fino a quando tu non sarai più tu e al posto tuo ci sarà una persona nuova.

20171027_110857.jpg

Sempre più spesso si associa il termine “rinascita” a un cambiamento emotivo, interno che si ripercuote, poi, sul fisico perché cambia l’umore, ritorna il desiderio di prendersi cura di se stessi.
Ma quando avviene il contrario, quando questa rinascita riguarda un desiderio di cambiamento circoscritto a quell’involucro esterno che è il nostro corpo, come lo definiamo? Credo che la parola giusta sia allineamento: disporre tutto in un qualcosa di ordinato, che segua una linea dritta, retta. Allineare il corpo alla parte interna di noi, alla nostra identità.

Perché Eva uomo si è sempre sentita, da quando, a 3 anni, ha detto alla maestra di voler essere un maschio, e lo ha chiesto come regalo a Babbo Natale, cercandolo in quei pacchi tutti colorati sotto l’albero.

La reazione più naturale per i genitori è quella di minimizzare, giustificare qualsiasi comportamento anomalo di un figlio che a quell’età non può conoscere la differenza tra maschio e femmina, il significato di genere sessuale. E via a ingoiare bocconi amari, preoccupazioni delle insegnanti, umiliazioni. Ma arriva un momento in cui non si può tornare indietro, un momento in cui il bisogno di fare i conti con quel qualcosa di sconosciuto diventa impellente per voi e per vostro figlio. La chiamano disforia di genere quella sensazione di inadeguatezza e di rifiuto per il proprio corpo. La classificano come malattia i medici, come abominio i più, a me piace avvicinarla a un’imperfezione fisica che identifica ognuno di noi. Anomalia, difetto, sbavatura, qualcosa che non dipende dalla nostra volontà, risolvibile. Doloroso. Inevitabile.

Quello che intuivi era che tua madre, l’unica persona che avrebbe dovuto accettarti senza giudizio, dentro le cui braccia avresti dovuto trovare rifugio dal mondo, in realtà si vergognava di te.

Questa mancanza che Eva sente viene avvertita dalla madre come una colpa, colpa di averla fatta femmina, colpa di non averle impedito l’inevitabile, colpa di non aver capito quando altri lo hanno fatto, persone che la conoscevano poco ma che avevano sentito di doverla lasciare libera nella sua crescita e nell’affermazione del suo vero sé. Colpa di provare schifo per quei suoi desideri sbagliati e vergognosi. Ma come si può capire una figlia che utilizza degli imbuti per far pipì in piedi, nel bagno dei maschi? Come è possibile appoggiare qualcuno che rifiuta la sua femminilità, la sua pienezza, la sua capacità di creare vita? La pubertà arriva presto e con essa tutti quei segnali esterni collegati al diventare donna: per una persona come Eva se il seno era ripugnante, il ciclo mestruale è un vero trauma perché “nonostante la tua volontà di essere maschio, la natura ti aveva marchiato a sangue come femmina”. Uno smacco alla forte identità che con gli anni si era andata a modellare, qualcosa che doveva essere eliminato per il raggiungimento della piena realizzazione, anche se si trattava di un primo, piccolo passo. E gli ormoni diventano i suoi alleati.

L’illusione che questo possa bastare, possa soddisfare e appagare il bisogno di essere come esattamente come si vorrebbe si fa presto chiaro agli occhi dei genitori. Eva non si fermerà finché non conquisterà quel corpo immaginato e bramato. Ci saranno difficoltà da affrontare, battaglie senza esclusione di colpi che vedranno scontrarsi da una parte lei, sostenuta dalla psicologa, e dall’altra i genitori in un continuo attaccarsi a vicenda: per ogni no dei genitori, per ogni decisione contraria al volere di Eva, un passo indietro nel tentativo di ricucire un rapporto, una delusione cocente negli occhi e nel cuore e anche un gesto di estrema disperazione.

Dopo anni di tentativi, cosa resta da fare? E non importa se si tratta della cosa giusta, non importa se volevi salvare tua figlia da qualcosa che solo tu reputi una punizione di Dio, alla fine cedi. Accetti di essere madre, amica e complice di uno scempio, accompagni tua figlia in capo al mondo rimanendo fuori ad aspettare mentre avviene la demolizione del suo corpo, quella che ha per anni agognato, quell’odio nei confronti del corpo perfetto che tu le avevi donato. Verranno buttati quegli organi sani di cui tantissimi avrebbero bisogno, come resti di carne da macello. Guarderai quel chirurgo come un carnefice, un mostro che sta distruggendo la tua bambina, la tua Eva, e l’ospedale come luogo di tortura che invece di curare fa a pezzi. Tornerai a casa con tuo figlio, che non si chiamerà più Eva. Ma sarà sempre la persona che hai conosciuto, sarà sempre tuo figlio, finalmente felice e libero di essere se stesso. Ti renderai conto che le persone da salvare eravate voi, lui non ne aveva bisogno, lui sapeva e voleva essere appoggiato, accettato.

Ma basta l’amore puro dei genitori a rendere piena questa accettazione definita abominio, o è solo un illusione dovuta a una estenuante vita in continuo conflitto con se stessi, le proprie convinzioni, la società e lui?

Io sono già un uomo, papà, io sono uomo da quando sono nato. Io sono più uomo di qualunque altro uomo perché quello che per voi è scontato, quello che a voi la natura ha dato in sorte, io lo devo strappare con le unghie e con i denti.


MadreEva_Cover-1-1.jpg

 

Silvia Ferreri
La madre di Eva
Neo edizioni
ISBN 978-88-96176-51-1
Pagine 200
Euro 15.00

Bugie dal fronte/Prima dell’alba

“La guerra, aveva scoperto il Vecio, ti fa male sempre e dovunque, come una malattia che ti porti dentro, come la maledizione del tetano quando il ferro arruginito della forca ti penetra nella coscia.”

20171006_172116 (2).jpg

“Era come se il fango delle trincee avesse sporcato anche il tempo e la memoria” e non li ricordi più i volti di chi è stato accanto a te, contro lo stesso nemico. A volte dimentichi anche il tuo nome, perché lì sei il Vecio, ma alla sposa non lo spieghi. Ti chiamano così perché sei tra i pochi che la vita ancora non l’hanno persa all’Isonzo, che a ogni attacco torni agli ordini, al tuo posto, in attesa di altre istruzioni. Ma il Vecio eroe non si sente: è un’arma dell’esercito, uno che ubbidisce senza domandare, che ha imparato a riconoscere dal rumore che arma sta usando il nemico e dove andrà a colpire così da potersi salvare. Gli eroi, in guerra, sono i morti perché si può dire di loro che si sono sacrificati per la patria, o i generali che hanno riportato una vittoria dando ordini da dietro. Neanche i mutilati sono eroi, ma solo persone da compatire, o da nascondere.

Il Vecio in guerra è cambiato perché per sopravvivere all’orrore ha iniziato a parlare solo con chi rimaneva al fronte per più di tre mesi, che forse qualcosa l’aveva imparata, trasformandosi da “aspirante cadavere” a uno di loro. Ironia? Forse, ma grottesca. Se all’inizio strappa un sorriso questo linguaggio da fronte, bastano poche pagine per rendersi conto di cosa realmente quei nomi stiano a significare: le nuove leve hanno paura, sono terrorizzate ma sanno di dover ubbidire e spesso, troppo spesso, questo miscuglio di emozioni ha delle conseguenze. Alcune volte invece è solo il caso.

Non è un eroe, il Vecio, perché ha scelto la strada più facile: andare avanti e ubbidire, come fanno tutti. Però non è così difficile che qualcuno tenti di uscirne dalla guerra, e in questo caso le strade possibili sono quattro: farsi colpire dal nemico, sperando di non rimanerci secco, il salto di trincea, l’autolesionismo o la fuga da dietro. Disubbidire “è un atto di coraggio senz’altro pari, o forse maggiore dell’ubbidienza. Se non altro perché, nel farlo, il più delle volte sei solo. E di questo il Vecio è convinto.”

Il salto di trincea, per esempio, è stato possibile nel ’15 quando i due reparti, italiano e austroungarico, erano così vicini da poter sentire ognuno i rumori e le parole dell’altro. Erano momenti di stasi in cui diventava quasi naturale scambiare due parole e lanciarsi pagnotte e sigarette. Fino alle circolari. Quando ti accorgi che al di là della tua trincea ci sono uomini e ragazzini, come puoi soltanto pensare di alzarti e sparare? È qui che la guerra mostra di non avere senso. Non c’è odio verso qualcuno che non conosci, che non hai neanche guardato in faccia perché sarebbe troppo difficile toglierli la vita, una vita che non ti appartiene. Ci sono solo interessi dietro, economici il più delle volte, ma il senso del dovere e dell’appartenenza te lo inculcano sin dalla nascita e ti ci obbligano a difendere il Paese di cui sei cittadino, o forse suddito, perché i diritti e gli interessi delle persone vengono calpestati senza ritegno. E allora chi sono i veri nemici? Gli uomini nella trincea di fronte alla tua, costretti a ubbidire come te, o quegli uomini, i “caramella”, che comodamente nascosti e fuori pericolo, ti dicono cosa fare, ti vietano di scrivere cosa davvero succeda al fronte e hanno anche la faccia tosta di pretendere disciplina e di fucilare un “suo” soldato per motivi futili come quello di avere ancora una sigarette in bocca mentre si mette sull’attenti? La morte è un caso.

È qui che fa la sua comparsa il generale Andrea Graziani, premiato e nominato ad alte cariche nonostante “la fucilazione facile” in tempo di guerra che giustificava come esempio di comportamento per il resto dei soldati, che sarà protagonista della parte “gialla” del romanzo perché nel 1931 verrà ritrovato morto. Una giustificazione ufficiosa come si direbbe, perché alle famiglie non giungerà mai la verità: piangeranno il loro eroe e ringrazieranno i loro generali. Al fronte così come al resto della popolazione i bollettini giungono dopo attento controllo e censura, esattamente come ancora oggi a noi arrivano le notizie distorte, confuse o non arrivano affatto. Vigeva la censura in tempo di guerra, e vige ancora ora in quella che viene definita democrazia.

La Storia del mondo non è fatta soltanto di date, di Nazioni e di vinti e vincitori. La Storia è fatta di e da uomini, la guerra è fatta da persone.
Raccontare una pagina controversa e negativa che riguarda il nostro Paese e noi come popolo, col coraggio di mostrare le brutture e le difficoltà di anni passati in trincea, di soprusi e di perdita di sé dovuta alla strenua difesa di “una linea immaginaria” per una guerra dovuta, venire accusati per errori non tuoi, è narrare di vita vera. Paolo Malaguti riesce ad affrontare tante verità con una prosa molto delicata che non necessita di particolari ad effetto per colpire. Il suo narrare è quasi intimistico perché lo fa con gli occhi di uno che la guerra l’ha fatta sul serio e gli è rimasta attaccata addosso, indelebile, anche quando è tutto finito. I ricordi restano, le immagini si rincorrono ora che il tempo per pensare è tanto.

E se una risposta su quali siano stati gli errori e da chi sono stati commessi durante quella che è passata alla storia come la “disfatta di Caporetto” non la troviamo, sappiamo con certezza che quanto accade è totalmente distante dall’idea che ne abbiamo e che i libri scolastici danno. Quel che è certo è che non vale la vita di nessuno.

“Ma il Vecio aveva scoperto ben presto che una delle più sottili perversioni della guerra stava proprio nel fatto che, quando te ne allontanavi da solo, senza gli altri del plotone, non ti sentivi a posto. Era come aver lasciato la falce durante la mietitura, mentre gli altri continuano a sgobbare sotto il sole. se la guerra non ti lega a sé, sono i compagni di trincea a diventare una seconda famiglia, dalla quale, anche se nessuno mai lo avrebbe confessato, era doloroso separarsi anche solo per qualche giorno.”

Continua a leggere

Il tempo ti ammazza/Grandi momenti

La depressione è come una corazza di dolore, talvolta. Altre volte, è il contrario.
Ti fa vibrare l’interno della pelle per venti gelidi, fino a ucciderti.

Io non lo so come parlare di questo libro. Sono mesi che ci giro intorno, lo riprendo, tento di sedermi al computer a scrivere ma le parole mi sfuggono. Sia chiaro, mi è piaciuto, mi ha colpita e mi ha spiazzata.

Tutto comincia, o forse finisce, con un infarto. E io mi chiedo: cosa significa sopravvivere con la consapevolezza che saresti potuto morire? La mia domanda non è casuale perché è capitato anche a una persona cara. Però io sono dalla parte della famiglia in apprensione. Ma l’infartuato? Come reagisce? Franco Scelsit si muove in questo suo stato depressivo tra cardiopizze, controlli in ospedale, corse folli con l’auto e la scrittura. È un tempo sospeso, quasi distante da sé.
La narrazione non segue un ordine cronologico e forse questo riesce maggiormente a trascinare il lettore nella psiche del protagonista. Ma chi è Scelsit? Un uomo giunto alla mezza età che odia la vecchiaia, ha paura della morte ma rischia con la sua auto super veloce. È un uomo che si sente ancorato agli anni ’70-’80 e quindi non ha alcun legame con una Milano poco ospitale. È un fallito che di storie ne ha avute poche, vive con una madre pressante e il fratello, vuole fare lo scrittore ma i suoi libri “seri” non gli hanno portato fortuna e quindi si ritrova a scrivere con uno pseudonimo dei gialli da autogrill.

BS_Jaguard XJ220

Divenni un uomo che col proprio lavoro ci campava e benissimo, e certe insoddisfazioni più o meno svanirono. Anche se si insinuò in me una frustrazione nuova, quella dello scrittore che col proprio nome non riesce a farsi strada, mentre vince e convince con un’altra identità, nemmeno fosse il figlio – illeggittimo e paraculo – di se stesso.

Tra autobiografia e invenzione, le poche pagine di “Grandi momenti” pongono il lettore davanti a uno stato da cui il protagonista sempre non volerne uscire. E si aggrappa ai ricordi e alla rabbia che nutre verso un padre morto vent’anni prima al confine con la Jugoslavia, reo di aver rubato dei soldi. La rabbia per l’abbandono e per quello che sembra un comportamento egoistico, portano la follia a uno stato di allucinazione: Scelsit riconosce il padre in una lepre che più volte gli appare davanti la macchina ma troppo veloce da prendere, più veloce di qualsiasi macchina lui decida di comprare.

Chiamatela fiction o non fiction, ma l’opera di Franz Krauspenhaar esce dai canoni della letteratura italiana di questi anni, sia per un tono diretto e senza peli sulla lingua, sia perché pone al centro della narrazione la sensazione di solitudine di un uomo che sente solo il peso di non scelte fatte e di una inadeguatezza di fondo che aggiunge dolore su dolore.

Nonostante i lutti, le umiliazioni, gli insuccessi e anche i successi, io non vedo, in fondo, nient’altro che un cratere. nemmeno grande: un cratere seminascosto in mezzo alla campagna. E nessuno tranne me si accorge di quel cratere. La verità è questa.

Le sorelle misericordia/La malattia è un ghetto

Non sai mai quando hai giocato la tua ultima partita. Meno che mai, la tua migliore.

IMG_20170615_173855

Sapete cosa significa convivere come una malattia come la SLA? E cosa succede dopo aver avuto la visione della Madonna in una delle partite di tennis più importanti della vostra carriera?

Marco Ciriello se lo domanda e tenta di dare delle risposte attraverso la storia di due sorelle, Laura e Cristiana, condensando in poche pagine riflessioni sulla vita che non raggiungono mai il pietismo.

Laura è una tennista al culmine della carriera che lascia il campo dopo aver visto la Madonna, abbandonando la partita che potrebbe consacrarla sul campo senza dare molte spiegazioni, per correre a sostenere la sorella Cristiana, malata di SLA. Sono due persone tanto diverse: Laura religiosissima, pura e casta, che sceglie di accudire la sorella credendo nel miracolo di una possibile guarigione attraverso la fede e la preghiera. Cristiana ha perso quel poco che aveva: una “semplice” laurea in Economia e commercio, tre storielle andate male e la possibilità di godere del successo della sorella, vittima di una religiosità diventata quasi ossessione. E si sente infastidita dal suo desiderio di volerle stare accanto rinunciando a ciò che aveva costruito e dal non capire cosa significhi la sua condizione.

La malattia è un ghetto […] Vieni deportata e rinchiusa contro la tua volontà in un mondo differente, che non ti  appartiene e che ti è ostile, e ti ci devi abituare, devi provare a sopravvivere reinventando la tua vita su regole che non fai tu. […] Anche perché poi diventa lager, è un percorso degradante e senza speranza, almeno per le malattie come la mia, si ripete quasi a conferma.

Chi mi conosce sa quanto la questione lager mi tocchi, eppure non ho trovato questo paragone offensivo. Parlare da estranei e puntare il dito è sbagliato; io non conosco la sofferenza ma credo che la sensazione di impotenza sia la stessa. E finché non c’è la volontà di ridurre avvenimenti storici di tale portata a qualcosa di meno terribile rispetto a qualsiasi altro dolore, sentirsi in balia di altre persone in un percorso di annullamento, proprio come nel caso dei deportati, non ha nulla di sbagliato.
Così come credo che la speranza sia un sentimento così difficile da tenere vivo in condizioni di annichilimento come queste. Ecco che l’autore ci pone di fronte al tema dell’eutanasia, nel nostro paese così ostacolato, però ci passa davanti silenzioso, senza far rumore, almeno in apparenza; la sua forza è nel non essere portatore di condizionamenti o di giudizi, ma di una verità che non può essere ignorata.
E Dio? Dove è Dio? Per Laura è in ogni dove, per Cristiana è assenza, assenza di speranza.

Esattamente come in un match, le due sorelle si confrontano su convinzioni così diverse e distanti, parlando più per silenzi o per domande lasciate lì, in sospeso, consapevoli della difficoltà di potersi aprire e trovare un punto d’incontro. Ci provano con un viaggio a Barcellona che segnerà la fine… o l’inizio.

C’è un’irreversibilità nella malattia che nemmeno la scienza riesce a vincere,
altro che rosari e messe.

25878-campo-da-tennis