Sappiamo accettare?/La madre di Eva

Sono qui Eva, sono accanto a te. Sono seduta nel corridoio freddo di fianco alla sala operatoria, dove tu sei sdraiata, nuda, per l’ultima volta donna, bambina, femmina.
Non mi senti e non mi vedi ma sono qui. Non ti lascio. Ho promesso che ci sarei stata fino alla fine e sono qui. Ti ho portato in capo al mondo a farti smembrare come un agnello sacrificale e resto con te fino al compimento di questo sacrificio estremo. Fino a quando tu non sarai più tu e al posto tuo ci sarà una persona nuova.

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Sempre più spesso si associa il termine “rinascita” a un cambiamento emotivo, interno che si ripercuote, poi, sul fisico perché cambia l’umore, ritorna il desiderio di prendersi cura di se stessi.
Ma quando avviene il contrario, quando questa rinascita riguarda un desiderio di cambiamento circoscritto a quell’involucro esterno che è il nostro corpo, come lo definiamo? Credo che la parola giusta sia allineamento: disporre tutto in un qualcosa di ordinato, che segua una linea dritta, retta. Allineare il corpo alla parte interna di noi, alla nostra identità.

Perché Eva uomo si è sempre sentita, da quando, a 3 anni, ha detto alla maestra di voler essere un maschio, e lo ha chiesto come regalo a Babbo Natale, cercandolo in quei pacchi tutti colorati sotto l’albero.

La reazione più naturale per i genitori è quella di minimizzare, giustificare qualsiasi comportamento anomalo di un figlio che a quell’età non può conoscere la differenza tra maschio e femmina, il significato di genere sessuale. E via a ingoiare bocconi amari, preoccupazioni delle insegnanti, umiliazioni. Ma arriva un momento in cui non si può tornare indietro, un momento in cui il bisogno di fare i conti con quel qualcosa di sconosciuto diventa impellente per voi e per vostro figlio. La chiamano disforia di genere quella sensazione di inadeguatezza e di rifiuto per il proprio corpo. La classificano come malattia i medici, come abominio i più, a me piace avvicinarla a un’imperfezione fisica che identifica ognuno di noi. Anomalia, difetto, sbavatura, qualcosa che non dipende dalla nostra volontà, risolvibile. Doloroso. Inevitabile.

Quello che intuivi era che tua madre, l’unica persona che avrebbe dovuto accettarti senza giudizio, dentro le cui braccia avresti dovuto trovare rifugio dal mondo, in realtà si vergognava di te.

Questa mancanza che Eva sente viene avvertita dalla madre come una colpa, colpa di averla fatta femmina, colpa di non averle impedito l’inevitabile, colpa di non aver capito quando altri lo hanno fatto, persone che la conoscevano poco ma che avevano sentito di doverla lasciare libera nella sua crescita e nell’affermazione del suo vero sé. Colpa di provare schifo per quei suoi desideri sbagliati e vergognosi. Ma come si può capire una figlia che utilizza degli imbuti per far pipì in piedi, nel bagno dei maschi? Come è possibile appoggiare qualcuno che rifiuta la sua femminilità, la sua pienezza, la sua capacità di creare vita? La pubertà arriva presto e con essa tutti quei segnali esterni collegati al diventare donna: per una persona come Eva se il seno era ripugnante, il ciclo mestruale è un vero trauma perché “nonostante la tua volontà di essere maschio, la natura ti aveva marchiato a sangue come femmina”. Uno smacco alla forte identità che con gli anni si era andata a modellare, qualcosa che doveva essere eliminato per il raggiungimento della piena realizzazione, anche se si trattava di un primo, piccolo passo. E gli ormoni diventano i suoi alleati.

L’illusione che questo possa bastare, possa soddisfare e appagare il bisogno di essere come esattamente come si vorrebbe si fa presto chiaro agli occhi dei genitori. Eva non si fermerà finché non conquisterà quel corpo immaginato e bramato. Ci saranno difficoltà da affrontare, battaglie senza esclusione di colpi che vedranno scontrarsi da una parte lei, sostenuta dalla psicologa, e dall’altra i genitori in un continuo attaccarsi a vicenda: per ogni no dei genitori, per ogni decisione contraria al volere di Eva, un passo indietro nel tentativo di ricucire un rapporto, una delusione cocente negli occhi e nel cuore e anche un gesto di estrema disperazione.

Dopo anni di tentativi, cosa resta da fare? E non importa se si tratta della cosa giusta, non importa se volevi salvare tua figlia da qualcosa che solo tu reputi una punizione di Dio, alla fine cedi. Accetti di essere madre, amica e complice di uno scempio, accompagni tua figlia in capo al mondo rimanendo fuori ad aspettare mentre avviene la demolizione del suo corpo, quella che ha per anni agognato, quell’odio nei confronti del corpo perfetto che tu le avevi donato. Verranno buttati quegli organi sani di cui tantissimi avrebbero bisogno, come resti di carne da macello. Guarderai quel chirurgo come un carnefice, un mostro che sta distruggendo la tua bambina, la tua Eva, e l’ospedale come luogo di tortura che invece di curare fa a pezzi. Tornerai a casa con tuo figlio, che non si chiamerà più Eva. Ma sarà sempre la persona che hai conosciuto, sarà sempre tuo figlio, finalmente felice e libero di essere se stesso. Ti renderai conto che le persone da salvare eravate voi, lui non ne aveva bisogno, lui sapeva e voleva essere appoggiato, accettato.

Ma basta l’amore puro dei genitori a rendere piena questa accettazione definita abominio, o è solo un illusione dovuta a una estenuante vita in continuo conflitto con se stessi, le proprie convinzioni, la società e lui?

Io sono già un uomo, papà, io sono uomo da quando sono nato. Io sono più uomo di qualunque altro uomo perché quello che per voi è scontato, quello che a voi la natura ha dato in sorte, io lo devo strappare con le unghie e con i denti.


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Silvia Ferreri
La madre di Eva
Neo edizioni
ISBN 978-88-96176-51-1
Pagine 200
Euro 15.00

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Bugie dal fronte/Prima dell’alba

“La guerra, aveva scoperto il Vecio, ti fa male sempre e dovunque, come una malattia che ti porti dentro, come la maledizione del tetano quando il ferro arruginito della forca ti penetra nella coscia.”

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“Era come se il fango delle trincee avesse sporcato anche il tempo e la memoria” e non li ricordi più i volti di chi è stato accanto a te, contro lo stesso nemico. A volte dimentichi anche il tuo nome, perché lì sei il Vecio, ma alla sposa non lo spieghi. Ti chiamano così perché sei tra i pochi che la vita ancora non l’hanno persa all’Isonzo, che a ogni attacco torni agli ordini, al tuo posto, in attesa di altre istruzioni. Ma il Vecio eroe non si sente: è un’arma dell’esercito, uno che ubbidisce senza domandare, che ha imparato a riconoscere dal rumore che arma sta usando il nemico e dove andrà a colpire così da potersi salvare. Gli eroi, in guerra, sono i morti perché si può dire di loro che si sono sacrificati per la patria, o i generali che hanno riportato una vittoria dando ordini da dietro. Neanche i mutilati sono eroi, ma solo persone da compatire, o da nascondere.

Il Vecio in guerra è cambiato perché per sopravvivere all’orrore ha iniziato a parlare solo con chi rimaneva al fronte per più di tre mesi, che forse qualcosa l’aveva imparata, trasformandosi da “aspirante cadavere” a uno di loro. Ironia? Forse, ma grottesca. Se all’inizio strappa un sorriso questo linguaggio da fronte, bastano poche pagine per rendersi conto di cosa realmente quei nomi stiano a significare: le nuove leve hanno paura, sono terrorizzate ma sanno di dover ubbidire e spesso, troppo spesso, questo miscuglio di emozioni ha delle conseguenze. Alcune volte invece è solo il caso.

Non è un eroe, il Vecio, perché ha scelto la strada più facile: andare avanti e ubbidire, come fanno tutti. Però non è così difficile che qualcuno tenti di uscirne dalla guerra, e in questo caso le strade possibili sono quattro: farsi colpire dal nemico, sperando di non rimanerci secco, il salto di trincea, l’autolesionismo o la fuga da dietro. Disubbidire “è un atto di coraggio senz’altro pari, o forse maggiore dell’ubbidienza. Se non altro perché, nel farlo, il più delle volte sei solo. E di questo il Vecio è convinto.”

Il salto di trincea, per esempio, è stato possibile nel ’15 quando i due reparti, italiano e austroungarico, erano così vicini da poter sentire ognuno i rumori e le parole dell’altro. Erano momenti di stasi in cui diventava quasi naturale scambiare due parole e lanciarsi pagnotte e sigarette. Fino alle circolari. Quando ti accorgi che al di là della tua trincea ci sono uomini e ragazzini, come puoi soltanto pensare di alzarti e sparare? È qui che la guerra mostra di non avere senso. Non c’è odio verso qualcuno che non conosci, che non hai neanche guardato in faccia perché sarebbe troppo difficile toglierli la vita, una vita che non ti appartiene. Ci sono solo interessi dietro, economici il più delle volte, ma il senso del dovere e dell’appartenenza te lo inculcano sin dalla nascita e ti ci obbligano a difendere il Paese di cui sei cittadino, o forse suddito, perché i diritti e gli interessi delle persone vengono calpestati senza ritegno. E allora chi sono i veri nemici? Gli uomini nella trincea di fronte alla tua, costretti a ubbidire come te, o quegli uomini, i “caramella”, che comodamente nascosti e fuori pericolo, ti dicono cosa fare, ti vietano di scrivere cosa davvero succeda al fronte e hanno anche la faccia tosta di pretendere disciplina e di fucilare un “suo” soldato per motivi futili come quello di avere ancora una sigarette in bocca mentre si mette sull’attenti? La morte è un caso.

È qui che fa la sua comparsa il generale Andrea Graziani, premiato e nominato ad alte cariche nonostante “la fucilazione facile” in tempo di guerra che giustificava come esempio di comportamento per il resto dei soldati, che sarà protagonista della parte “gialla” del romanzo perché nel 1931 verrà ritrovato morto. Una giustificazione ufficiosa come si direbbe, perché alle famiglie non giungerà mai la verità: piangeranno il loro eroe e ringrazieranno i loro generali. Al fronte così come al resto della popolazione i bollettini giungono dopo attento controllo e censura, esattamente come ancora oggi a noi arrivano le notizie distorte, confuse o non arrivano affatto. Vigeva la censura in tempo di guerra, e vige ancora ora in quella che viene definita democrazia.

La Storia del mondo non è fatta soltanto di date, di Nazioni e di vinti e vincitori. La Storia è fatta di e da uomini, la guerra è fatta da persone.
Raccontare una pagina controversa e negativa che riguarda il nostro Paese e noi come popolo, col coraggio di mostrare le brutture e le difficoltà di anni passati in trincea, di soprusi e di perdita di sé dovuta alla strenua difesa di “una linea immaginaria” per una guerra dovuta, venire accusati per errori non tuoi, è narrare di vita vera. Paolo Malaguti riesce ad affrontare tante verità con una prosa molto delicata che non necessita di particolari ad effetto per colpire. Il suo narrare è quasi intimistico perché lo fa con gli occhi di uno che la guerra l’ha fatta sul serio e gli è rimasta attaccata addosso, indelebile, anche quando è tutto finito. I ricordi restano, le immagini si rincorrono ora che il tempo per pensare è tanto.

E se una risposta su quali siano stati gli errori e da chi sono stati commessi durante quella che è passata alla storia come la “disfatta di Caporetto” non la troviamo, sappiamo con certezza che quanto accade è totalmente distante dall’idea che ne abbiamo e che i libri scolastici danno. Quel che è certo è che non vale la vita di nessuno.

“Ma il Vecio aveva scoperto ben presto che una delle più sottili perversioni della guerra stava proprio nel fatto che, quando te ne allontanavi da solo, senza gli altri del plotone, non ti sentivi a posto. Era come aver lasciato la falce durante la mietitura, mentre gli altri continuano a sgobbare sotto il sole. se la guerra non ti lega a sé, sono i compagni di trincea a diventare una seconda famiglia, dalla quale, anche se nessuno mai lo avrebbe confessato, era doloroso separarsi anche solo per qualche giorno.”

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Il tempo ti ammazza/Grandi momenti

La depressione è come una corazza di dolore, talvolta. Altre volte, è il contrario.
Ti fa vibrare l’interno della pelle per venti gelidi, fino a ucciderti.

Io non lo so come parlare di questo libro. Sono mesi che ci giro intorno, lo riprendo, tento di sedermi al computer a scrivere ma le parole mi sfuggono. Sia chiaro, mi è piaciuto, mi ha colpita e mi ha spiazzata.

Tutto comincia, o forse finisce, con un infarto. E io mi chiedo: cosa significa sopravvivere con la consapevolezza che saresti potuto morire? La mia domanda non è casuale perché è capitato anche a una persona cara. Però io sono dalla parte della famiglia in apprensione. Ma l’infartuato? Come reagisce? Franco Scelsit si muove in questo suo stato depressivo tra cardiopizze, controlli in ospedale, corse folli con l’auto e la scrittura. È un tempo sospeso, quasi distante da sé.
La narrazione non segue un ordine cronologico e forse questo riesce maggiormente a trascinare il lettore nella psiche del protagonista. Ma chi è Scelsit? Un uomo giunto alla mezza età che odia la vecchiaia, ha paura della morte ma rischia con la sua auto super veloce. È un uomo che si sente ancorato agli anni ’70-’80 e quindi non ha alcun legame con una Milano poco ospitale. È un fallito che di storie ne ha avute poche, vive con una madre pressante e il fratello, vuole fare lo scrittore ma i suoi libri “seri” non gli hanno portato fortuna e quindi si ritrova a scrivere con uno pseudonimo dei gialli da autogrill.

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Divenni un uomo che col proprio lavoro ci campava e benissimo, e certe insoddisfazioni più o meno svanirono. Anche se si insinuò in me una frustrazione nuova, quella dello scrittore che col proprio nome non riesce a farsi strada, mentre vince e convince con un’altra identità, nemmeno fosse il figlio – illeggittimo e paraculo – di se stesso.

Tra autobiografia e invenzione, le poche pagine di “Grandi momenti” pongono il lettore davanti a uno stato da cui il protagonista sempre non volerne uscire. E si aggrappa ai ricordi e alla rabbia che nutre verso un padre morto vent’anni prima al confine con la Jugoslavia, reo di aver rubato dei soldi. La rabbia per l’abbandono e per quello che sembra un comportamento egoistico, portano la follia a uno stato di allucinazione: Scelsit riconosce il padre in una lepre che più volte gli appare davanti la macchina ma troppo veloce da prendere, più veloce di qualsiasi macchina lui decida di comprare.

Chiamatela fiction o non fiction, ma l’opera di Franz Krauspenhaar esce dai canoni della letteratura italiana di questi anni, sia per un tono diretto e senza peli sulla lingua, sia perché pone al centro della narrazione la sensazione di solitudine di un uomo che sente solo il peso di non scelte fatte e di una inadeguatezza di fondo che aggiunge dolore su dolore.

Nonostante i lutti, le umiliazioni, gli insuccessi e anche i successi, io non vedo, in fondo, nient’altro che un cratere. nemmeno grande: un cratere seminascosto in mezzo alla campagna. E nessuno tranne me si accorge di quel cratere. La verità è questa.

Le sorelle misericordia/La malattia è un ghetto

Non sai mai quando hai giocato la tua ultima partita. Meno che mai, la tua migliore.

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Sapete cosa significa convivere come una malattia come la SLA? E cosa succede dopo aver avuto la visione della Madonna in una delle partite di tennis più importanti della vostra carriera?

Marco Ciriello se lo domanda e tenta di dare delle risposte attraverso la storia di due sorelle, Laura e Cristiana, condensando in poche pagine riflessioni sulla vita che non raggiungono mai il pietismo.

Laura è una tennista al culmine della carriera che lascia il campo dopo aver visto la Madonna, abbandonando la partita che potrebbe consacrarla sul campo senza dare molte spiegazioni, per correre a sostenere la sorella Cristiana, malata di SLA. Sono due persone tanto diverse: Laura religiosissima, pura e casta, che sceglie di accudire la sorella credendo nel miracolo di una possibile guarigione attraverso la fede e la preghiera. Cristiana ha perso quel poco che aveva: una “semplice” laurea in Economia e commercio, tre storielle andate male e la possibilità di godere del successo della sorella, vittima di una religiosità diventata quasi ossessione. E si sente infastidita dal suo desiderio di volerle stare accanto rinunciando a ciò che aveva costruito e dal non capire cosa significhi la sua condizione.

La malattia è un ghetto […] Vieni deportata e rinchiusa contro la tua volontà in un mondo differente, che non ti  appartiene e che ti è ostile, e ti ci devi abituare, devi provare a sopravvivere reinventando la tua vita su regole che non fai tu. […] Anche perché poi diventa lager, è un percorso degradante e senza speranza, almeno per le malattie come la mia, si ripete quasi a conferma.

Chi mi conosce sa quanto la questione lager mi tocchi, eppure non ho trovato questo paragone offensivo. Parlare da estranei e puntare il dito è sbagliato; io non conosco la sofferenza ma credo che la sensazione di impotenza sia la stessa. E finché non c’è la volontà di ridurre avvenimenti storici di tale portata a qualcosa di meno terribile rispetto a qualsiasi altro dolore, sentirsi in balia di altre persone in un percorso di annullamento, proprio come nel caso dei deportati, non ha nulla di sbagliato.
Così come credo che la speranza sia un sentimento così difficile da tenere vivo in condizioni di annichilimento come queste. Ecco che l’autore ci pone di fronte al tema dell’eutanasia, nel nostro paese così ostacolato, però ci passa davanti silenzioso, senza far rumore, almeno in apparenza; la sua forza è nel non essere portatore di condizionamenti o di giudizi, ma di una verità che non può essere ignorata.
E Dio? Dove è Dio? Per Laura è in ogni dove, per Cristiana è assenza, assenza di speranza.

Esattamente come in un match, le due sorelle si confrontano su convinzioni così diverse e distanti, parlando più per silenzi o per domande lasciate lì, in sospeso, consapevoli della difficoltà di potersi aprire e trovare un punto d’incontro. Ci provano con un viaggio a Barcellona che segnerà la fine… o l’inizio.

C’è un’irreversibilità nella malattia che nemmeno la scienza riesce a vincere,
altro che rosari e messe.

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La realtà della mia generazione/Trenta per zero

Dov’è la linea di demarcazione?
Dov’è il confine tra la certezza di avere una speranza e la consapevolezza di aver fallito?

Inizio la scoperta di una realtà editoriale palermitana con un libro piccolo ma interessante. Mara Di Tella, nel suo Trenta per zero, condensa il pensiero di una intera generazione: quella dei trentenni di oggi, ma che rispecchia anche la mia, di poco inferiore.

L’autrice ci catapulta nella vita di una ragazza che ha appena compiuto i fatidici “trenta” e nelle sue giornate ordinarie. A una prima occhiata potrebbe sembrare un racconto sulla crisi dell’età in cui finisce la giovinezza, in realtà c’è molto di più.

Iniziamo la nostra avventura nel letto della protagonista, durante un rapporto con il suo compagno, in cui lei si ritrova a fingere un piacere che non arriva. Ci muoviamo con lei per le strade di Roma, di una città che dello splendore tanto decantato ha ormai poco. Ci infiliamo nella sua testa, nei pensieri di una donna che speranza non ne ha, nel futuro, in se stessa, nella società. E io, in realtà, un po’ come lei mi ci sento. Lei sogna di fare la scrittrice, io di lavorare nell’editoria. Una follia, forse, in questi anni di nulla.

Lei ancora all’università, ad apprendere passivamente, solo per superare l’ennesimo esame che ti avvicina alla laurea. Esattamente come io ho sentito i miei anni di studio. Però nel libro un professore che tenta di accendere la miccia c’è; il professor T. che tenta di dare forza a degli studenti che non hanno più la forza di manifestare, di ribellarsi alla staticità del mondo, di confrontarsi e di conoscere. Si sente paralizzata la protagonista, alienata; si muove insieme a tutti gli altri, raggiunge i posti che deve raggiungere quasi come un automa. Tira a campare con i venti euro delle lezioni a un bambino, riesce a vedersi un film al cinema con il ragazzo grazie ai soldi della pensione del padre di lui, vive in una casa con i genitori e la sorella di quaranta anni, al centro di Roma, in una catapecchia che hanno avuto grazie al lavoro del padre, portinaio del palazzo.

Mara Di Tella racconta con lucidità la situazione di noi giovani, la nostra perdita di speranza, la nostra impossibilità a realizzare i sogni, la disperazione e la solitudine in cui ci troviamo.

Una favola tenera/Dove porta la neve

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Autore: Matteo Righetto
Editore: Tea
Pagine: 148
Genere: Narrativa
Anno di pubblicazione: 2017

Letto grazie a Thrillernord

Matteo Righetto, classe ’44, ha pubblicato con Tea quella che si può definire una favola. Un romanzo breve il suo, ma denso di significato.

“Un montanaro non molla mai. È proprio nei momenti più duri che si forgia il suo destino!”

Ci troviamo a Padova ed è la vigilia di Natale. La città è ricoperta da uno spesso manto di neve e Nicola, settantaquattrenne solo e con pochi soldi, in tasca, prima di perdere il suo lavoro come Babbo Natale al centro commerciale, incontra Carlo, un uomo di quarantotto anni con la testa di un bambino: ha la sindrome di down.

Il loro incontro, singolare, cambierà le vite di entrambi. Nicola, per far contento il suo amico e per fare del bene, deciderà di intraprendere un viaggio in “Lapponia” per far incontrare Carlo e Babbo Natale così da trovare il regalo per la mamma di Carlo, costretta a letto in ospedale.

Attraverso pagine di narrazione della quotidianità dei due protagonisti e i ricordi della madre di Carlo, verremo a conoscenza delle loro vite e della loro solitudine, di un passato difficile ma fatto di determinazione. Matteo Righetto racconta con poche pennellate un intero mondo di sentimenti e sensazioni e lo fa con leggerezza, così come riesce a trattare la disabilità senza marcarla, mostrandola con pochi tratti come la ripetizione di frasi, evitando così inutili patetismi e frasi dalla lacrima facile.
E Nicola?
Un’anima sola da tempo, che non ha nulla se non una casa e ogni tanto qualche soldo per mangiare, ma che prende a cuore la situazione di Carlo e decide di intraprendere un viaggio per riempire il suo cuore di gioia, lasciargli ancora i suoi sogni da bambino e la magia del Natale.

Matteo Righetto riesce a parlare di tanto e a strappare un sorriso alla vista di un abbraccio, uno dei gesti più facili da compiere ma che spesso sottovalutiamo.

«La gente dice sempre: “Un abbraccio, ti abbraccio”, ma poi nessuno si abbraccia mai per davvero… Io vorrei vivere abbracciato!»

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Nichilismo o inganno ideologico/Il confine di Giulia

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Questa è la storia di due anime che si incontrano a Zurigo nel 1931.

Ignazio Silone, oggi conosciuto come l’autore di Fontamara, e Giulia Bassani, poetessa di nobile famiglia, si conoscono dopo una seduta da Jung, il celebre psicanalista.
La storia, tra realtà e finzione, viene raccontata da una persona che vive all’Hotel Duxt e che sarà testimone dei loro incontri grazie anche a dei diario ritrovati di Giulia. Gallini lo spiega: era rimasto colpito e incuriosito dalla figura di Silone in seguito ai dibattiti circa la sua  militanza politica. Iniziò a studiarlo e fu quasi naturale farlo diventare protagonista di un romanzo. Il resto venne da sé.

Ma chi è Giulia Bassani? «Aveva un dolore sempre vivo dentro, ecco, questo la rendeva affascinante […] Portava un dolore di cui non riusciva neppure lei a capire la natura, portava un dolore e lo mascherava con un sorriso verde e luminoso.» 

Milanese, studentessa di Lettere e Filosofia e allieva di Marinetti, inizierà a insegnare in una scuola elementare finché il padre non la convincerà a lasciare il posto. È una figura importante il padre: imporrà per due volte la sua volontà alla figlia segnando con forza la sua vita, soprattutto nel convincerla a dare in affido il figlio illegittimo. «Giulia attribuiva poco valore alle scelte. Di fronte alle alternative tendeva a non far valere la propria volontà, come se il futuro le fosse indifferente. Non opponeva resistenza agli altri. Viveva una difficile e dolorosa condizione: il piacere che provava per la vita era sempre compromesso da un sentimento profondo di inutilità.»

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Si innamorano Giulia e Silone, di un amore che non va al di là di sguardi e parole e la consapevolezza di idee e destini tanto lontani e diversi.

«Lui, quando aveva smesso di credere nel partito e nella rivoluzione, quando Romolo era stato torturato, quando aveva tradito il partito per salvare il fratello, quando i suoi polmoni e i suoi nervi si erano ammalati, quando non era più potuto tornare in Italia, né restare in Francia, né avere un permesso di soggiorno in Svizzera, quando si era confuso e immiserito, quando aveva conosciuto l’orrore della solitudine, quando i baci di Giulia gli erano diventati indifferenti – allora anche lui aveva invocato la morte come una liberazione. Ma quel desiderio di morire era legato alla concretezza, ai problemi della vita: e se i problemi si fossero risolti la vita sarebbe tornata a sorridergli. Mentre Giulia, pensava, non riuscirebbe a liberarsi dalla disperazione nemmeno se i problemi si risolvessero.»

È qui il senso, per me, del romanzo. Giulia e Ignazio sono due persone che vivono in un periodo storico particolare ma soprattutto in un momento personale di assoluta inadeguatezza, tristezza e confusione. Giulia e il suo “mal di vivere”, la ferma convinzione che tutto sia inutile e la vita qualcosa di assurdo e insensato. Ignazio e il suo bisogno di credere in qualcosa per non affondare, come il comunismo prima e Dio in seguito, una volta essere stato cacciato dal partito per il suo ruolo di doppiogiochista con il fascismo. Ignazio e la sua speranza di poter salvare il fratello Romolo da una vita difficile in carcere e di poter finalmente realizzare il sogno di pubblicare il suo grande romanzo.

Gallini racconta due vite alla deriva e lo fa con un linguaggio per me anche poetico, a tratti fragile e delicato come l’anima di Giulia o combattivo e rassegnato allo stesso tempo come quello di Silone. Tutto riesce a trovare il giusto incastro in una narrazione verosimile di due anime che si incontrano, si confondono e si dividono andando ognuna verso un destino, forse, già scritto.