Brano tratto da “Un romanzo inglese”

George è rilassante. Ha questo dono. Racconta al bambini storie troppo difficili per la sua età e ascolta una donna spaventata che potrebbe arrendersi alla mostruosità di una pulsione contraria a sé stessa, una potenziale strega, la disperata che corre nuda sotto la pioggia: la madre infanticida.

Il ragazzo e il bambino sono molto impegnati. Dalle prime lettere abbozzate a fatica al disegno, dalle biglie ai dadi, al gioco dell’oca, ai birilli, ai giochi di ruolo – come quando George ha truccato Jack da cavaliere e sé stesso da buffone shakespeariano – George mostra un entusiasmo pari a quello di mio figlio. A volte mi piacerebbe partecipare, mi avvicino e li osservo. George mi invita a prendere posto accanto a loro, a lanciare i dadi o le biglie, “ma solo per un attimo” dico io, con la scusa del lavoro.

Oltre a queste attività e al risveglio del bambino, al giovane piace dare da mangiare a Jack, anche se nessuno gli chiede di farlo. Prima dell’arrivo di George, il piccolo pranzava in cucina ed era Ashlee a mettergli il bavaglino al collo, a fargli i pezzi piccoli, a imboccarlo, raccogliergli il cibo agli angoli della bocca, a insistere e tenere le sue manine svolazzanti su ogni oggetto nei paraggi. George ha voluto partecipare ai pasti di Jack e si è rivelato abile quanto Ashlee che, interrogata, mi ha confessato: “Si siede accanto al bambino e gli presenta il cibo in modo interessante. Ad esempio, allinea i pezzi a forma di cerchio o di nave, e il gioco consiste nel mangiare la figura.” Ashlee aggiunge: “L’ho visto ingoiare un pezzetto che il bambino aveva sputato!” Questo dettaglio mi disturba. Ho pensato alla poltiglia rigurgitata che gli uccelli danno ai loro piccoli, alla carne predigerita dalle luoe per i lupacchiotti; un equivalente atto d’amore, ma effettuato in ordine inverso. Un atto d’amore del regno animale che abbiamo bandito dal mondo sociale, come se la sofisticazione dei nostri comportamenti ci avesse privati del ventre e non ci restasse che la materia grigia, l’astrazione, la parola senza la cosa, le maniere eleganti. Il cibo masticato, sputato dal bambino, caduto nel piatto viene rimesso in bocca dall’adulto davanti ai suoi occhi. Jack capisce che quel cibo “è da mangiare” e che, per un attimo, i loro corpi funzioano in sintonia, in comunione. Eppure mai mi sarei permessa un tale gesto, mai Edward avrebbe preso in considerazione di ingerire qualcosa uscito dalla bocca di suo figlio, non ci avrebbe nemmeno pensato.

Perché non ci pensiamo? Abbiamo relegato il cibo e gli escrementi dei bambini ai domestici. Li abbiamo svezzati al più presto, staccando il seno gonfio dalla loro bocca con fastidio e, se possibile, senza guardare. Pochi abbracci, poco corpo insomma. Voltare pagina, in particolare quella, spiacevole, della prima infanzia. La prima infanzia, così difficile da gestire. L’età irrequieta e maleodorante.

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